SAFEGUARDING TRA IL DIRE ED IL FARE

La nuova normativa sul Safeguarding non è per niente una inutile rottura di scatole, tuttì’altro. Purtroppo fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare e così gli intenti più profondi ed importanti della normativa vengono derisi, ignorati e si resta con un pugno di mosche con uno sport che ha tutti i limiti che aveva prima di questa normativa.

E’ ben spiegato nelle linee guida che si vuole perseguire uno sport inclusivo, che non faccia discrimanazioni di alcun tipo che abbia rispetto per la parte agonistica dedicata ai più abili come per quella dedicata ai meno performanti. Uno sport che unisce, non uno sport che divide. Fantastico intento decoubertiniano che è più di un secolo che stiamo tentando di mettere in pratica senza riuscirci.

L’importante è partecipare, non costruire il campione. Diteglielo a scuola. E scusate la mia proverbiale secca irruenza nei confronti del mondo della scuola ma quando ci vuole ci vuole.

Una scuola che abbia rispetto per le esigenze dello sportivo in difficoltà che evidentemente, per non essere emarginato, ha bisogno di tempo più degli altri per allenarsi un po’ come uno studente che ha qualche difficoltà in matematica ha bisogno di più tempo da dedicare alla matematica per mettersi al passo con gli altri.

Invece no, per lo sportivo a scuola vige il cliché che se sei forte puoi pure allenarti anche quasi tutti i giorni se invece non sei forte, e proprio per questo senti il bisogno di allenarti proprio tutti i giorni anche i festivi (e non per questo scomodi i professori di scuola…) invece devi rassegnarti a dare ampia precedenza alla scuola perché come sportivo sei destinato ad essere uno sportivo a tempo perso, uno sportivo della domenica che si allena “solo” la domenica e non “anche” alla domenica.

Per cui torno sulla mia solita critica ormai irrancidita dove il modello scolastico attuale non da spazio per uno sport inclusivo perché non solo non si preoccupa di organizzare l’attività sportiva ma di fatto la ostacola con modelli culturali arcaici fondati sulla meritocrazia e non sul diritto alla partecipazione.

E’ una legge moderna, di buoni intenti, inserita in un contesto culturale di altri tempi.

Pertanto di questa normativa che già partendo con un termine in inglese per conto mio parte un po’ male, rischia di rimanere il concetto che è quella normativa che rigurda gli abusi sui minori e basta.

Invece è afffrontato un discorso di sport a 360° per il benessere di tutti i cittadini, non solo di alcuni ed allora è li che io dico provocatoriamente “Andate a raccontarglielo a scuola”.

Le società sportive si fanno in quattro pur in balia di ristrettezze economiche drammatiche ma se a spingere per un concetto di sport inclusivo che abbia come obiettivo quello del benessere dell’intera società e non solo dei futuri numeri uno dello sport non c’è anche la scuola e la società intera allora tutti i bei proclami resteranno lettera morta ed avremo ancora il fantastico sedicenne (che a casa mia è un minorenne a tutti gli effetti) che smette o come minimo riduce la pratica sportiva perché a scuola è un po’ in difficoltà ed i risultati agonsitici non sono così entusiasmanti da consigliare un impegno molto assiduo.

Ben venga la normativa sul safeguarding, non pensiamo di avere la coscienza a posto quando nella nostra società sportiva non ci sono abusi sui minori perché allora di quella normativa non abbiamo capito nulla. Al contrario ogni qualvolta in tanti ambiti che ci circondano viene compressa la nostra volontà di diffondere lo sport per tutti andiamo a sventolare il protocollo della legge anche quando una federazione sportiva si inventa assurdi limiti di partecipazione nelle categorie giovanili per snellire il programma di qualche manifestazione che di fatto è organizzata per mettere in luce i baby campioni. Quella non è assolutamente una priorità e sulla normativa del safeguarding è scritto a chiare lettere.