IL MIO LIBRO (INTERATTIVO) SULLA CORSA

Ovviamente è gratis per restare nello spirito di Personal Trainer Gratuito, però è gratis sia per me che per voi che non crediate che facendomi pubblicare l’osservazione del secolo sulla corsa riusciate ad arricchirvi grazie alla diffusione in tutto il mondo di questa osservazione. A parte scherzi, voglio scrivere di corsa perché è da 45 anni che me ne occupo e visto che ci sono ormai cani e porci che scrivono di corsa penso anche che farò un po’ di fatica a scrivere peggio di certa gente che scrive di corsa anche se non ci ha capito quasi nulla. In ogni caso anche se scrivere gratis non è un buon metodo per andare a grande diffusione (raggiunge molti più lettori chi si fa pagare e grazie agli introiti trova i canali per essere ancora più letto…) vi confesso che sarei pure disposto a pagare pur di scrivere qualcosa sulla corsa e pertanto, in questo spirito, chi è disposto a collaborare anche in forma anonima a questa discussione ben venga.  Ovviamente questo è il MIO libro interattivo sulla corsa e sarò io a decidere cosa pubblicare dopo averlo debitamente filtrato (“filtrato” e non stravolto che sono due cose ben diverse…). Resto comunque a disposizione per ogni chiarimento con tutti gli interlocutori sulla mia casella di posta elettronica e pertanto se qualche appassionato vuole assolutamente entrare nel mio libro con le sue osservazioni sarà libero di tentare di convincermi ripetutamente con i suoi interventi che la sua è la scoperta del secolo sulla corsa e, quando mi avrà convinto, potrà pure trovare il giusto spazio sul mio libro. Altrimenti lo esorto a pubblicare un suo libro dove magari proverò pure ad interagire io ma non insisterò più di tanto.

Insomma di castronerie sulla corsa ne vengono scritte talmente tante che anche se sarò onorato di ospitare pareri diversi non presterò il fianco ad argomentazioni tipo il tormentone sulle frequenze cardiache. Anzi tanto per farmi fuori qualche milioncino di lettori potenziali scrivo subito che su questo libro non ci sarà scritto praticamente nulla sulle frequenze cardiache per il semplice motivo che ne scrivono fin troppo tutti gli altri e a mio parere è per quello che la maggior parte della letteratura corrente sulla corsa è vera e propria monnezza.

Oserei dire che se dovessi mettere un sottotitolo a questa opera che voglio sviluppare in diretta con i vostri commenti potrebbe pure essere “Il primo testo contemporaneo sulla corsa che non  tratta delle frequenze cardiache!” E pure con il punto esclamativo perché ritengo che questa sia una cosa entusiasmante.

Parto invece con un titolo che mi incuriosisce quando lo vedo scritto in qualche manualetto e voglio scimmiottare pari pari mettendolo qui all’inizio ed è “Correre naturale”. Questo “correre naturale” solletica la mia fantasia e anche se fondamentalmente non ci credo mi pare giusto tentare di spendere alcune parole sul tema e tentare di capire se possa esistere o meno per l’uomo una corsa “naturale”.

CORRERE “NATURALE”

Non penso che gli adulti siano in grado di correre in modo naturale. I professionisti perché per correre prendono un sacco di soldi e ormai la loro corsa di naturale non ha più un bel nulla, gli amatori perché molto spesso sono stati fermi parecchi anni che hanno fatto perdere naturalezza alla loro corsa e, anche quando non sono stati fermi per lunghi periodi hanno una corsa che fa comunque i conti con una società che di naturale non ha nulla e riesce ad inquinare anche la più naturale delle attività. Non ditemi che è “naturale” la Maratona di New York. La Maratona di New York è un fenomeno sociologico che merita di essere studiato in tutte le sue sfaccettature ma di naturale non ha proprio nulla.

Probabilmente è proprio l’uomo ad essere poco “naturale”. L’uomo è il più grande inquinatore della terra, tende a sofisticare praticamente tutto e se ha una propensione “naturale” è proprio questo suo proverbiale istinto a “snaturare” tutto ciò che lo circonda. Per l’uomo l’ecologia è una cosa piuttosto poco naturale tanto è vero che non riesce ancora ad inventarsi un sistema economico che non faccia a pugni con l’ecologia anche se il pianeta è ormai oltre cinquant’anni che lo richiede lanciando espliciti segnali nei clamorosi cambiamenti climatici. Questa cosa che dovrebbe essere la prima emergenza dell’economia e della politica al momento è lasciata nelle mani di una ragazzina svedese ed io non ho proprio nulla in contrario a farci guidare da una giovane lungimirante se non fosse che la lasciano sola proprio per continuare a non occuparsene a livello mondiale e poter continuare a dire che i cambiamenti climatici e l’emergenza planetaria sono solo sue fantasie e che siccome lei ha solo diciassette anni allora non capisce niente e praticamente si può ancora continuare ad inquinare a più non posso con un sistema economico che funziona solo se è alimentato dall’iperproduzione.

In questo contesto pensare che ci sia un uomo che corre in modo “naturale” è una bella idea, romantica, idilliaca e mi piacerebbe proprio riuscire a crederci.

I bambini una volta correvano in modo naturale, adesso non hanno più gli spazi per farlo perché gli sono stati sottratti dalle automobili e anche dove questi spazi ci sono, per esempio nei cortili delle scuole, appaiono dei singolari cartelli (ne ho sequestrato anch’io diversi che sono stati prontamente rimpiazzati) con scritto dei pericolosissimi “Vietato correre”. Scrivere “Vietato correre” su un cartello in una scuola elementare penso che sia una delle cose più pericolose della terra, forse ancora più pericolosa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, praticamente è la deriva della civiltà, hai voglia poi a stampare manualetti con capitoli intitolati “Correre naturale”. Vietato correre accade perché ormai i bambini non sanno più correre nemmeno da bambini e così accade che da tanto scoordinati che sono si facciano pure male a correre. Non si ammazzano mica, per carità, perché ci si ammazza solo nelle strade dove ci sono le auto non nei cortili dove ci sono altri bambini che corrono, ma mentre sulle strade è ritenuto normale che ci si ammazzi perché l’auto regna sovrana e non si può certamente penalizzare l’industria automobilistica, nei cortili non si può certamente rischiare di “ammaccare” il figlio dell’avvocato facoltoso perché questo ti fa causa e dunque decide che a scuola i bambini non possono più correre. Dunque capite che “Correre naturale” in questa società è proprio un titolo curioso e se riuscissimo a farlo fare ancora almeno ai bambini sarebbe una “riconquista” sociale mica da ridere.

In effetti i bambini un tempo correvano proprio in modo naturale e, dove possono farlo, certamente non per strada, lo fanno ancora. Perché i bambini corrono in modo naturale? Perché non corrono certamente con le modalità della Maratona di New York come fanno gli adulti, sui 42.195 metri, ma su distanze molto più umane. I bambini corrono a tutte le andature, non solo nella modalità corsa lenta e corrono senza l’assillo di dover durare per 42 chilometri e dunque hanno una corsa molto più dispendiosa, meno economica, più elegante, più elastica. Gli adulti, molto semplicemente, dicono che corrono da bambini e possono permettersi il lusso di correre così perché sono bambini ma in realtà gli adulti che non provano a correre da bambini è da un numero troppo lungo di anni a non sanno correre come i bambini non solo perché le loro articolazioni sono cambiate ma proprio perché non hanno più provato a correre da bambini. Non dico di provare a correre per portare via il fazzoletto in cortile al collega di 55 anni ma possibile, porca miseria, che la corsa degli adulti deva essere solo quella trascinata di chi deve resistere per 42 chilometri o nella più rosea delle ipotesi “solo” per i 21 chilometri della “mezza maratona”?!?

Allora forse più che di “corsa naturale” dovremmo scrivere di corsa alle varie andature e di questo i bambini sono (o erano…) maestri perché sanno correre a tutte le andature mentre gli adulti purtroppo sanno correre solo all’andatura suggerita dalla Maratona di New York o comunque di qualche altra stramaledetta maratona perché siccome il business è lì si vuole far credere agli adulti che la salute sta lì nella corsa su distanze molto lunghe quando in realtà la salute sta nella corsa su tutte le distanze, non solo quelle lunghe e ovviamente se si è un po’ più anziani si andrà un po’ più piano mentre se si è più giovani si potrà andare un po’ più forte ma dove sta scritto che perché una persona è anziana quando corre deve correre solo sulle lunghe distanze? Quando pigliate un’auto storica la prendete solo per andare da Bolzano a Catanzaro? Oppure potete usarla anche per fare solo il giro del quartiere? Perché uno splendido quarantenne non può correre i 100 metri anche senza riuscire a fare 9″93 come Collins che a quarant’anni andava più veloce che a 18?

La corsa naturale probabilmente non esiste perché l’uomo non è “naturale” però ci si può naturalmente chiedere come sia opportuno correre per stare meglio, per correre meglio e soprattutto e questo è un punto centrale di tutta la problematica, per divertirsi di più.

OSSERVAZIONE SU “CORRERE NATURALE”, LA LEGGENDA DEL TALENTO TONTO.

Una prima osservazione sulla presunta possibile “naturalezza” della corsa umana mi giunge da chi non è molto convinto che il vero flagello della preparazione moderna sia il cardiofrequenzimetro bensì il perpetuarsi di una serie di errori piuttosto grossolani che già dalla notte dei tempi della teoria dell’allenamento erano piuttosto di moda. Insomma come sono esistiti i cosiddetti atleti “ruspanti” (ed esistono ancora) che avevano (hanno) più gambe che testa sono esistiti, anche quando la preparazione non era inquinata dai discorsi sul cardiofrequenzimetro, dei cosiddetti “allenatori ruspanti” che sembravano fatti apposta per gli “atleti ruspanti” e creavano magari delle coppie vincenti. Non era nemmeno necessario essere delle cime per creare il campione e bastava che un allenatore con un certo carattere (non con certe informazioni) trovasse un atleta con il carattere giusto per essere seguito da quell’allenatore e poteva venire fuori un’accoppiata vincente.

Allora se è vero che la corsa naturale è quella della gazzella, del ghepardo, al limite del gatto o anche del cane (il levriero molto più del bassotto…) ci viene da pensare che l’uomo che corre naturale possa essere anche piuttosto tonto. E allora è un talento con le capacità fisiche di una gazzella o di altro animale ma che come testa può pure essere istintivo come un animale tanto con il talento che ha può pure non pensare molto.

D’altro canto c’è il campione non campione che però ha la testa bacata del campione che pur non essendo un campione vuole diventarlo e quello crea i presupposti per leggende ancora più leggende e quello è l’uomo campione perché l’uomo di naturale non ha proprio molto. Abbiamo già visto che l’uomo è l’animale che inquina di più, anche in tema di corsa l’uomo fa cose strane e pertanto può arrivare a fare allenamenti molto strani che di naturale hanno molto poco e che dipendono invece dalla sua mente molto complessa in grado di complicare notevolmente cose che potrebbero apparire anche semplici.

Parlando di velocisti mi vengono in mente Valery Borzov e Pietro Mennea accostati a Carl Lewis e Usain Bolt e come non pensare che i primi due potevano essere l’uomo che vuole a tutti i costi diventare un campione confrontati con due talenti che nascono campioni e non hanno bisogno di pensare a tante cose per diventarlo. Da un certo punto di vista pensare che Borzov e Mennea hanno corso forte quasi come Lewis e Bolt può lasciare sorpresi. Può far pensare che il giorno che si trovano due talenti come l’americano ed il giamaicano con la testa del russo e dell’italiano avremo l’atleta in grado di correre i 100 metri in 9″3 oppure i 200 in 18″5.

Ma chi si illude che anche i due atleti di colore fossero delle gazzelle che correvano spensierate sbaglia in modo piuttosto grossolano perché, anche se in modo diverso rispetto a Borzov e Mennea, bisogna comunque dire che anche Lewis e Bolt sono stati dei ragionieri della corsa, dei grandi calcolatori che non si sono limitati a correre come veniva istintivo fare ma si sono addestrati usando molto la testa nel loro addestramento nonostante che il loro corredo genetico li mettesse già uno scalino avanti rispetto al resto dell’umanità quanto a capacità di correre i 100 e 200 metri.

Il talento tonto probabilmente non esiste perché se è davvero tonto si ferma a livelli prestativi non significativi e non riesce ad emergere. Purtroppo non esiste nemmeno il campione costruito solo con gli allenamenti perché solo con gli allenamenti se la dotazione genetica non è di primo ordine non si può ambire al vertice dello sport ma al limite a dei risultati decorosi non ottenibili da chi si applica in modo approssimativo.

Tutte queste osservazioni ci fanno comunque dire che è un po’ un azzardo definire naturale la corsa dell’uomo. Il solo fatto che questo per produrre le sue gesta migliori a livello atletico si metta su quattro appoggi, attenda uno sparo e corra rigorosamente su una pista in gomma delimitata da corsie che segnano la sua traiettoria ci fa capire che di veramente naturale c’è ben poco. La gazzella scappa, l’uomo usa il fucile, è un altro stile. Poi c’è l’africano che va a scuola di corsa a 6-7 chilometri dal suo paese ma alla fine le Olimpiadi le vince quello che a scuola ci andava in autobus ed anzi ha cominciato a non andarci più abbastanza presto per fare due allenamenti al giorno o, meglio ancora, si è iscritto ad una scuola specifica per presunti campioni né più né meno che come succede in certe scuole europee e nella filosofia pure di certi college americani.

Allora se la corsa dell’uomo è  naturale solo per scherzo siamo condannati a parlarne in modo complesso e possiamo tranquillamente processare chi ci passa per buona una presunta corsa “naturale” che in realtà non esiste nel genere umano. Il solo fatto che parliamo di tecnica di corsa già ci butta fuori strada, non esiste una tecnica di corsa della gazzella o del gatto, corrono in quel modo punto e basta e anche se noi diciamo che corrono in un certo modo non è che loro siano in grado di modificare quel certo modo solo perché noi ci siamo dilettati a codificarlo. Ricordo la corsa di Alberto Juantorena, di naturale non aveva proprio nulla, un passo spropositatamente ampio di un atleta molto alto che avrebbe avuto notevoli ampiezze anche se non le avesse accentuate in modo esagerato con quella particolare tecnica di corsa. Ricordo la corsa di un altro primatista mondiale degli 800 metri, Wilson Kipketer, pareva una corsa naturale ma quasi di sicuro era il prodotto finale di una ricerca accurata di messa a punto di quel tipo di corsa. Lo stesso Sebastian Coe, primatista di mezzo fra i due, naturalmente elegante quando vinceva e siglava i record e naturalmente contratto quando perdeva inesorabilmente battuto da qualcuno che in quel frangente poteva apparire più “naturale” di lui come per esempio Steve Cram o Joaquim Cruz.

Ricordo un altro asso del mezzofondo britannico, il grande Steve Ovett, molto naturale nel piazzare una frazione da 12″ sui 100 nell’ultima curva prima di fare un rettilineo finale solo lievemente più lento ma salutando il pubblico oppure anche naturalmente comico nel correre dietro ad una lepre ormai imprendibile che in una gara sui 1500 un po’ bizzarra ha deciso che era più naturale che vincesse la lepre che non uno qualsiasi di quelli che gli correvano dietro.

Insomma quel termine “naturale” è decisamente vago riferito alla corsa degli umani e, tanto per dire, per esempio, possiamo definire come decisamente naturale la corsa pesante di un soggetto che è in marcato sovrappeso, così come poco naturale la corsa di un soggetto che pur essendo leggero ha frequenze da frullatore come  Christian Leuprecht da giovane quando frullava i record di categoria delle distanze del mezzofondo. Trattando di mezzofondo giovanile come non citare un altro asso che produceva un corsa che poteva sembrare molto naturale: Stefano Mei. Mei dopo aver siglato un certo numero di primati delle categorie giovanili ha avuto la fortuna di durare fino ad un campionato europeo dove vincendo un fantastico 10.000 metri ha poi dovuto fare i conti con una corsa talmente naturale ma talmente naturale che non gli ha permesso di mantenere un’accettabile salute dei tendini achillei. Con una corsa un po’ meno naturale forse Mei sarebbe durato qualche anno di più ma forse non sarebbe nemmeno diventato Stefano Mei e allora anche qui ci troviamo in crisi nel capire cos’è la vera naturalezza della corsa. I tifosi di Alberto Cova (da Mei a Cova il passaggio è breve) potrebbero dire che la vera corsa naturale era quella di Cova che sembrava proprio leggerissimo (del resto era 52 chilogrammi…) ma chi non è convinto di questo potrebbe argomentare che con quel tipo di corsa Cova correva a 22 chilometri all’ora sul tapis roulant. Ma cos’ha di naturale la corsa sul tapis roulant? Nulla, così come non c’è nulla di naturale nel fenomeno dei corridori che si chiudono fra le mura di una palestra a correre sul tapis roulant.

La corsa è bella, fa bene alla salute, su questo libro strano non definiamola “naturale” anzi è il prodotto piuttosto complesso di una scelta piuttosto ponderata dell’intricata mente umana. Non correte in modo “naturale” correte in modo “umano”.

LA CORSA NATURALMENTE NON NATURALE DELL’UOMO ADULTO

Dunque un po’ di naturalezza ed istintività, se non vietiamo loro di correre nei cortili delle scuole (così disimparano a correre…) può essere ipotizzata nella corsa dei bambini, che infatti corrono a tutte le andature in modo disordinato, imprevedibile, giocoso ed istintivamente non codificato. Quando parliamo di adulti ma anche di ragazzini che si affacciano al mondo dell’atletica e si allenano per migliorare in questa di naturalezza della corsa non possiamo più parlarne, o meglio possiamo parlare della finta naturalezza dell’atleta che vuole migliorare le sue prestazioni che ha il naturale istinto a migliorare che gli impedisce di tenere la normale naturalezza del gesto sportivo. Il gesto sportivo codificato e reiterato non è più naturale ma ricercato, ponderato e impossibilmente istintivo. L’uomo è condannato a pensare e questo è il grosso limite della naturalezza dei suoi gesti. Se voi ad una modella date l’indicazione di camminare in modo “naturale” durante una sfilata di moda la prendete in giro perché per il semplice motivo che sta camminando osservata da tutti in una sfilata non potrà certamente camminare in modo naturale. Pertanto l’unica cosa che si potrà chiedere a lei, e se è una brava professionista probabilmente saprà anche esaudire tale richiesta, sarà di camminare in uno dei centomila modi non naturali possibili durante una sfilata di moda. Potrà anche essere un modo di camminare che “sembra” naturale ma “sembra” senza esserlo perché quella finta naturalezza sarà certamente costata una certa concentrazione ed un certo controllo del gesto “camminata”.

Questa impossibilità di essere spontanei si traduce in un giochino di informazioni che fa capire come quando si pensa certe spontaneità diventino impossibili. Se ad un soggetto qualsiasi chiedete di non pensare ad un elefante rosa e pure con i pallini bianchi non gli avete chiesto una cosa semplicemente stupida ma se lo avete fatto convinti l’avete pure imbrogliato. Perché ad un soggetto al quale avete chiesto di non pensare ad un elefante rosa con i pallini bianchi è praticamente impossibile non pensare ad un elefante rosa e, non solo, lo penserà proprio con i pallini bianchi. Interrogato in proposito quel personaggio ammetterà proprio di aver pensato a quel tipo di elefante e a voi potrebbe venire in mente che vi ha proprio disobbedito perché con tutti gli elefanti ai quali poteva pensare ha pensato proprio a quello stranissimo ed improbabile rosa con i pallini bianchi. Invece lui non ha proprio disobbedito un bel niente e siete voi che l’avete preso in giro. Per fare grande un uomo politico non è necessario elencare le sue doti, è più che sufficiente dire di non votarlo e automaticamente un buon numero di elettori sarà pronto a votarlo. Vorrei tanto io avere alcuni milioni di italiani che dicono di non votarmi e anche se sarei un pessimo politico sarei pronto a darmi alla politica perché con quelle premesse chiunque può ottenere notevoli risultati.

Le diete sono la miglior cosa per tenere ben vivo il mercato del cibo spazzatura. Essenzialmente nelle diete si vieta il cibo spazzatura ed in quel modo lo si fa diventare importante. Ci sono un sacco di persone a dieta che non vedono l’ora di finire la dieta per gettarsi con entusiasmo sul cibo spazzatura e molte persone non resistono nemmeno fino a fine dieta e, pressate da quel divieto finiscono per non rispettare nemmeno la dieta per consacrare il cibo spazzatura che ringrazia tutti i dietologi.

Il miglior modo per ottenere una corsa non naturale in un adulto (ma anche in un bambino se avete il cattivo gusto di dirgli una cosa del genere) è dirgli di correre in “modo naturale”. Correre in modo naturale per un’adulto è una balla pazzesca, una presa in giro. Potrai dirmi di correre come Sebastian Coe o come Steve Ovett e allora proverò a fare l’imitazione di Sebastian Coe oppure di Steve Ovett ma correre naturale non vuol dire proprio nulla.

E’ già difficile dire ad un soggetto di correre senza pensare a come corre, e per raggiungere questo obiettivo forse è proprio meglio se gli suggeriamo di non pensare ad un elefante rosa con i pallini bianchi mentre corre ma dirgli di correre naturale è proprio un non senso anche perché ammesso che questo sia una specie di robot in grado di comandare le emozioni come vuole, come cavolo si può definire questa stramaledetta “corsa naturale”? Probabilmente la corsa naturale per un soggetto è quella che viene istintivamente prodotta in una certa circostanza ma allora scopriremo che un unico atleta ha come minimo dieci o venti tipi di corsa naturale a seconda delle circostanze nelle quali è chiamato a produrre questa corsa naturale.

GLI INCITAMENTI LEGGENDARI DEGLI ALLENATORI RUSPANTI: ALZA LE GINOCCHIA E SPINGI DI PIU’…

Se, come abbiamo visto, probabilmente è pura utopia produrre un certo tipo di corsa naturale perché ci troviamo proprio nell’impossibilità di codificare e definire questa stramaledetta corsa naturale possiamo però naturalmente sottolineare alcuni incitamenti molto diffusi fra gli allenatori quali per esempio il mitico “Alza le ginocchia!” o l’altrettanto famoso “Spingi di più!”. Ebbene per questi allenatori è molto naturale dare questi suggerimenti e secondo loro l’atleta che applica tali suggerimenti può anche correre più forte. Purtroppo però poi notiamo che la maggior parte degli atleti che corrono bene e con notevoli risultati non alzano le ginocchia neanche una virgola in più di quanto le dovrebbero alzare e spingono a parità di velocità di corsa mediamente meno degli atleti meno performanti  che per produrre una certa velocità di corsa hanno bisogno di spingere di più.

In particolare, con riferimento a questo secondo aspetto, si può tranquillamente dire che il talento è quel soggetto che ad una certa andatura di corsa spinge meno di tutti gli altri e e pertanto è un soggetto che spinge poco e che avanza molto, più precisamente il soggetto che avanza più di tutti in riferimento ad un certo tipo di spinta. Allora l’ammonimento meno naturale ma più corretto dovrebbe essere “Non alzare troppo le ginocchia!” e poi “Corri veloce spingendo meno possibile”. Stranamente non si sentono quasi mai allenatori urlare queste cose e allora viene da pensare che “normalmente” gli allenatori siano quei personaggi che stanno lì a ripetere messaggi stereotipati che fanno tanto “allenatore” ma che in realtà aiutano poco l’atleta a capire come potrebbe provare a correre per tentare di migliorare.

COME “BISOGNA CORRERE” O COME “SI PUO’ CORRERE”.

Forse il problema del nostro tempo con riferimento alla corsa è che molti personaggi si sono messi in testa di dettare le regole di come “bisogna correre” quando il problema invece è come “si può correre” e alla ricerca di come “bisogna” correre molti non si sono accorti che si può correre anche molto più veloce di quello che si fa normalmente alla maratona di New York, basta semplicemente correre su tratti molti più brevi. Se si è in buone condizioni si può correre a più di venti chilometri all’ora anche a cinquant’anni, basta avere la pazienza e la prudenza per mettersi lì a provarci nel giusto modo Venti chilometri all’ora vuol dire 18″8-18″9 sui 100 metri perché 8-9 decimi sono per il lancio e dunque quando uno corre a 18″ sui 100 metri sono già tre minuti al chilometro e pertanto i mitici 20 chilometri all’ora che separano i mostri della corsa lunga a livello mondiale dai comuni mortali. I “mostri” corrono a quel ritmo per 42 chilometri, i comuni mortali possono farlo per 100 metri e, se stanno bene, pure a 50 anni o 60 o anche 70. Aggiungendo che per fare  il record del mondo dei novantenni sui 100 metri bisogna correre sensibilmente più veloce di quel ritmo, si capisce che il problema della velocità è riferito alla distanza più o meno a tutte le età.

Resta da capire perché anche alcuni medici vanno in giro a dire che probabilmente la corsa lunga è più indicata della corsa veloce ad una certa età. Io insisto sempre sul fatto che tutto è relativo e a rendere difficile l’impresa più che la distanza è la qualità del risultato. Mi spiego, per un arzillo vecchietto di 80 anni che corre la maratona a 5′ per chilometro o giù di lì (e anche se può sembrare strano ce ne sono…) dovrebbe essere un giochino piuttosto facile correre 800 metri in meno di 3 minuti e se non ce la fa non è certamente per la difficoltà di correre gli 800 in 3 minuti che è poca cosa confronto ad una maratona corsa in tre ore e mezza o giù di lì quanto per la disabitudine a correre la distanza degli 800 metri. Se un medico mi dice che è più fisiologico correre tre ore e mezza ai 12 chilometri all’ora che non per soli tre minuti a 16 chilometri all’ora io dico semplicemente che quel medico di corsa non ci ha capito nulla, non sa masticare i parametri di riferimento delle prestazioni sulle varie distanze e se l’esempio appena citato trovasse riscontro nella realtà (e purtroppo in certi casi è proprio così…) è la chiara dimostrazione che la moda della maratona ha fatto molti proseliti mentre la “non moda” delle distanze medie e brevi con riferimento alle categorie amatoriali ha fatto un po’ di danni.

La corsa, per fare davvero bene alla salute, deve essere completa perché se è solo di resistenza farà anche bene a cuore polmoni e altri organi interni ma non è altrettanto valida e stimolante per le articolazioni e l’elasticità muscolare, al contrario se è sola corsa di velocità potrà essere molto utile per la forza e l’elasticità ma non riuscirà a portare significativi benefici di tipo organico.

CORSA DI RESISTENZA E DI VELOCITA’: OGNUNO HA LA SUA PREDISPOSIZIONE GENETICA

Se fosse in base al corredo genetico i corridori dovrebbero essere spartiti più o meno secondo una distribuzione di un terzo di velocisti, un terzo di corridori di distanze medio-brevi ed un terzo di corridori di distanze lunghe. L’ambiente in questo caso può più della genetica e soprattutto in età non più verde si nota che per ogni cento corridori di lunghe distanze ce ne sono sì e no cinque di velocisti e forse due o tre di interpreti delle distanze medio brevi. Al contrario parlando di giovani sono praticamente assenti i corridori di distanze lunghe fagocitati tutti nella categoria dei mezzofondisti, anche questa è un motivazione ambientale determinata dal fatto che la maggior parte dei tecnici indirizzano i giovani verso il mezzofondo più che verso le distanze lunghe ritenendo che questo sia anche propedeutico alle distanze lunghe è comunque utile in ogni caso per i giovani.

Mentre la scelta di orientare tutti i giovani verso il mezzofondo, visto che qualche anno dopo si possono tranquillamente convertire alle lunghe distanze senza aver perso nulla, è una scelta non deprecabile, altrettanto non si può dire per la mania di instradare (è proprio il caso di dire “instradare”…) folle di quarantenni e cinquantenni verso la pratica, anche a livello agonistico di corse di distanze superiori a 20 chilometri. Molti di questi atleti attempati, senza fare grosse fatiche potrebbero tranquillamente essere indirizzati verso la pratica di distanze più brevi e trattando dei soggetti geneticamente portati per queste al contrario si risparmierebbero loro fatiche anche poco fisiologiche patite nell’accostamento alle lunghe distanze. Il motivo di questo orientamento di massa è più che altro commerciale: mentre è possibile fare affari d’oro con la diffusione delle grandi competizioni sulle distanze lunghe non è altrettanto possibile monetizzare in modo altrettanto clamoroso andando a pubblicizzare le corse di velocità su pista o anche di mezzofondo che necessitano comunque della pista per essere ospitate. In pista il business c’è solo quando si tratta di manifestazioni internazionali di alta risonanza (tipo l’organizzazione di un campionato europeo o del mondo) ma per le gare a carattere provinciale o regionale non vi sono grandi speranze di riuscire a far cassetta, nemmeno se la manifestazione è molto pubblicizzata.

Per capire cosa ci suggerisce l’ambiente in tema di scelta sulle brevi o lunghe distanze di corsa non occorre molta fantasia, basta guardare le riviste sulla corsa, i servizi televisivi sulla corsa in genere e si capisce benissimo che la corsa propinata alle masse è solo quella sulle lunghe distanze, della genetica a riviste e mass media non gliene frega nulla, anzi pare che la corsa di velocità o di mezzofondo sia una cosa destinata esclusivamente ai campioni, sia mai che a un mediocre amatore, magari un po’ attempato, venga l’idea di correre su distanze brevi da fare su pista perché potrebbe essere d’intralcio alle migliaia e migliaia di campioni che affollano le piste diffuse su tutto il nostro territorio (magari fosse così…). A prescindere da questi chiari segnali a non porsi il problema delle distanze brevi a qualcuno però potrebbe venire il tarlo di tentare di capire qual’è la sua predisposizione genetica per la corsa e aver l’ambizione di testare le sue capacità con riferimento alle varie distanze.

Tentando di semplificare al massimo io avevo ideato un test che purtroppo è applicabile solo agli adulti perché implica l’utilizzazione di una distanza effettivamente lunga che non è facilmente proponibile ai ragazzini: questa distanza sono i 10 chilometri e vanno confrontati per avere una indicazione con una distanza che è molto più breve, i 250 metri. Questo test anche se lunghino da effettuare da una lettura immediata: il tempo dei 10 chilometri va confrontato con quello sui 250 metri e, una volta rettificata la frazione sessagesimale del tempo sui 10 km (per esempio 39’36” diventa in decimali 39,6 perché sono 39 e sei decimi di minuto) è di immediata lettura. E così, per esempio un podista che corre i 10.000 metri in 39’36” (39 “virgola” sei, appunto, in decimali) se corre i 250, che so in 37″5 potrà dire di essere più veloce che resistente perché ha ottenuto un tempo più significativo sui 250 che sui 10.000 metri. Al contrario se sui 250 corre solo in 41″ sarà costretto a dire, che è più performante sui 10 km rispetto ai 250 metri e pertanto è tendenzialmente un resistente.

Portare tale test ai ragazzini, come detto, è pressoché impossibile perché non si fanno correre facilmente 10 km ai ragazzini. Per loro si possono ridurre drasticamente le distanze fermandosi al confronto fra una prova sui 100 metri (che sono già un tot. più lunghi dei 60 oppure 80 metri sui quali si cimentano in  gara) ed una prova sui 1000 metri che è proprio la distanza “lunga” proposta a loro dalla federazione di atletica. Queste due distanze non sono più confrontabili numericamente come si poteva fare nel rapporto fra 250 e 10.000 metri ma occorre considerare un moltiplicatore che è 15. Il tempo sui 100 metri moltiplicato 15 darà il presunto valore sui 1000 metri equiparabile per definire la propensione di quel ragazzino. E così, per esempio un ragazzino che corre i 100 metri in 15″ se corre i 1000 metri in 4′ si potrà dire che è più veloce che resistente mentre se li corre in 3’30” al contrario si potrà dire che è più resistente che veloce. Per l’esattezza con riferimento alla base di 15″ sui 100 lo spartiacque sarà collocato a 3’45” sui 1.000 (15″x 15 = 225″ = 3’45”).

Questi test possono anche non servire a nulla perché una volta effettuato il test magari il corridore di lunghe distanze tornerà a preparare le lunghe distanze come ha sempre fatto, anche se ha scoperto di essere molto più veloce d quello che pensava, e il ragazzino che magari alla luce di quello ha scoperto di essere molto resistente, tornerà a fare il salto in alto come ha sempre fatto o il lancio del vortex.

In ogni caso al di là di questi semplici test la Federazione contempla l’adozione di tabelle di punteggio per valutare tutti i risultati ed in base a questi anche le varie distanze di gara sono confrontabili in base al punteggio. Le tabelle sono fatte abbastanza bene e se un bambino sui 60 metri piglia molti più punti che sui 1000 metri c’è proprio da pensare che la sua propensione sia per la velocità più che per la corsa di resistenza. Così come nelle tabelle di punteggio dedicate agli amatori (esistono anche quelle) se uno prende un punteggio molto alto in una distanza breve rispetto a quella lunga è facile immaginare che possa essere un velocista.

COME SI CORRE (O COME SI PUO’ CORRERE) CON RIFERIMENTO ALLE VARIE DISTANZE

I 100 metri non si corrono come la Maratona né come filosofia, né come ritmo e tantomeno come tecnica di corsa. Generalmente chi ha una predisposizione ad un certo tipo di distanza tende a correre bene proprio su quel tipo di distanza. Si possono trovare talenti che tendono a correre bene su tutte le corse a tutte le andature, è più facile trovare quelli che corrono bene solo nelle distanze nelle quali riescono bene, quasi impossibile trovare soggetti che pur essendo portati per una certa distanza corrono bene su un’ altra distanza ma corrono forte su quella dove invece corrono male. Insomma tecnica di corsa e capacità di produrre buoni risultati su una certa distanza vanno praticamente sempre di pari passo, sono fortemente correlati ed io non ho mai visto un mezzofondista che corra male nel mezzofondo ma corra bene quando fa velocità oppure un velocista che corre male quando corre veloce ma molto bene quando fa la corsa lenta. Vien proprio da dire “ad ognuno il suo”.

Poi, ad un primo esame, verrebbe da dire che, tendenzialmente, i velocisti tendono a correre più di forza ed a spingere di più mentre i mezzofondisti o fondisti tendono a correre in modo più economico e a spingere un  po’ meno rispetto ai velocisti. Questo solo ad un primo esame perché poi, analizzando bene, scopriamo che con riferimento all’alto livello della disciplina sono tutti… dei mezzofondisti, anche i velocisti nel senso che corrono tutti in modo terribilmente economico, anche i velocisti.

E’ vero che il velocista di alto livello spinge tantissimo ma la cosa che fa di lui un campione è che pur essendo un velocista con doti di forza spropositate ha una economia di corsa sopraffina. Insomma pare che ad alto livello la capacità che contraddistingue il campione sia quella di frenare meglio più che di spingere di più e pertanto con un’affermazione un po’ curiosa potremmo dire che il campione della corsa, sia esso un velocista o un corridore di lunghe distanze è quel corridore che più che spingere di più è quello che frena “meglio” dove quel meglio va sottolineato e non va assolutamente confuso con “meno”. Il campione non è quello che frena meno di tutti perché se così fosse cascherebbe per terra e comunque visto che spinge tantissimo non potrebbe certamente frenare poco. La frenata nella corsa, che è presente ad ogni passo, è direttamente proporzionale all’intensità della spinta. Se uno spinge tanto, e se è un velocista di alto livello non può essere altrimenti, non può certamente frenare poco. Proprio per questo nasce la necessità di frenare bene, dove per quel “bene” si intende in modo ottimale per riciclare meglio possibile l’energia per il passo successivo.

Un mostro di economia di corsa era Michael Johnson, capace di correre i 200 metri in 19″32 e di rotolare sul tartan con le tensioni di un mezzofondista più che con quelle di un velocista. Grazie a questa grande economia di corsa Michael Johnson era stato capace di fare anche il record del mondo dei 400 metri. Trattando di accoppiate storiche un’atleta che era una montagna di muscoli, specializzata soprattutto sui 400 metri è riuscita grazie ad una grande economia di corsa a fare il record del mondo sugli 800: è la famosa Kratochilova che con il tempo di 1’53″28 detiene ancora dopo oltre 30 anni il record del mondo sugli 800 metri. La sua rivale Marita Koch, capace di 47″60 sui 400 correva in modo altrettanto economico e con quella corsa economica era capace di andare fortissimo anche sui 200 metri. Andando ai giorni nostri o appena all’altro ieri Usain Bolt regale nella corsa, l’uomo più veloce di sempre aveva comunque, analizzando bene, una corsa molto economica e fluida nella quale il recupero dell’energia per il passo successivo era una caratteristica saliente.

Quando intendiamo che una corsa naturale in realtà non esiste intendiamo anche questo perché non si può certamente dire ad un atleta che sta correndo a più di 40 chilometri all’ora “Vedi di recuperare l’energia in modo ottimale” perché quello come minimo vi sputa in un occhio visto che quell’intento è frutto di un lavoro di sensibilizzazione e messa a punto del gesto corsa che può durare una decina di anni.

Per cui da un lato c’è il corridore che tenta di capire cosa vuole dire alzare di più le ginocchia perché c’è il suo allenatore che gli sta urlando quella cosa, dall’altro c’è l’atleta che senza preoccuparsi minimamente di alzare di più le ginocchia sta mettendo a punto virgole dei dettagli di tecnica di corsa sulle quali sta lavorando da anni. Il primo, magari sbagliando tutto, è capace anche di migliorare di un secondo in un anno il suo risultato sui 100 metri, il secondo, magari pure facendo tutto giusto, può necessitare di più di 600 allenamenti in un anno per guadagnare solo 5 centesimi sulla sua prestazione sui 100 metri e queste sono crudeltà che poi vengono ripagate dal fatto che il professionista con quei 5 centesimi in meglio ci fa una barca di soldi mentre il dilettante alla fine anche se ha migliorato il suo tempo di un secondo finisce per abbandonare perché se non vinci non sei nessuno e se non hai forti motivazioni interne al miglioramento puoi essere portato ad abbandonare da un momento all’altro. Insomma l’atletica leggera è anche piuttosto strana e non tutto è come appare ad un primo rapido esame.

I corridori di lunghe distanze che tentano di prendere confidenza anche con le distanze brevi (ottima idea per aumentare il bagaglio delle informazioni sulla tecnica di corsa) tendono ad avere contraccolpi piuttosto traumatici, in un primo tempo possono anche infortunarsi facilmente e possono pure avere uno scadimento delle prestazioni sulle corse sulle lunghe distanze piuttosto preoccupante. Poi, in un secondo tempo, generalmente, se a questa operazione viene dedicato un po’ di tempo i risultati tendono a migliorare e parte una vera e propria inversione di tendenza sull’andamento di questi, alla fine l’atleta è contento di essersi accostato alla corsa veloce perché tale atteggiamento ha prodotto il cosiddetto salto di qualità che quasi tutti gli atleti in modo piuttosto spasmodico e non certamente naturale  cercano di innescare, siano essi ragazzini non ancora maggiorenni siano master attempati già con un po’ di panza.

CORSA CONTINUA E PROVE RIPETUTE: LA NECESSITA’ DI ADOTTARE UN CARICO UTILE MA ANCHE SOSTENIBILE

La gara è sempre una corsa continua di durata variabile, molto variabile, che può andare dai 60 metri dello sprint indoor e allora parliamo di pochi secondi ai 42 chilometri della maratona, poi si sono inventati anche l’ultramaratona ma già trattando solo di maratona e considerando i risultati degli amatori si può arrivare anche a 4-5 ore di gara. Praticamente trattando di corse del normale programma dell’atletica si va dai 6 secondi ai 18000 secondi, da una corsa molto breve ad una che dura 3000 volte di più.

Correre in modalità di corsa continua lo sprint può anche avere senso ma non è certamente sufficiente come stimolo allenante, correre in modalità di corsa continua l’intera distanza della maratona oltre che massacrante potrebbe risultare anche inutile.

Il sistema del frazionamento della distanza di gara è utile essenzialmente per poter correre al ritmo gara senza massacrarsi di fatica ma quando parliamo di distanze molto brevi riuscire a correre al ritmo di gara in allenamento diventa molto problematico.

Fare tante prove ripetute per allenarsi allo sprint può non avere molto senso perché la qualità di corsa tende inesorabilmente a scadere se andiamo ad aumentare in modo considerevole i volumi di allenamento. Fare una corsa continua molto lunga per ricreare le condizioni di gara di una corsa simile alla maratona può avere anche significato a patto che non si scada su ritmi di corsa che sono decisamente più lenti di quelli adottabili nella maratona.  A seconda della distanza da preparare dovremo valutare che volume di corsa ricercare e quanto stare vicini al ritmo gara per poterla preparare con più specificità. Se nelle distanze lunghe andare a correre a ritmi che sono anche del 20% più lenti del ritmo gara (che vuol dire per esempio correre a 4’50” al chilometro per il maratoneta che vuole fare la gara a 4′ per chilometro) può avere senso, con riferimento alla preparazione delle gare di velocità correre a ritmi così tanto più lenti della gara può avere poco significato. L’atleta che corre i 100 metri in 10″5 quando corre la stessa distanza in 12″6 sta facendo una specie di allungo magari utile per cercare un certo tipo di scioltezza ma non certamente per mettere a punto la gara. Pertanto il velocista sarà condannato a ricercare qualità più elevate nelle frazioni di gara che vuole provare. Se per un millecinquecentista può avere senso correre frazioni di un quarto di gara al 10% più lente del ritmo gara (per chi fa 4’00” sui 1500 saranno dei 400 metri in 1’10”) anche se è un allenamento di volume più che di qualità ed in questo caso le prove sui 400 potranno essere almeno 10 ma anche 15 o 20, per uno specialista dei 400 che corre per esempio in 48″ correre delle prove sui 100 in 14″ (14″ da fermo equivale a circa 13″2 da lanciato che vuol dire il 10% circa più lento del 48″ sui 400) può non avere nessun significato nemmeno se queste prove sono tantissime tipo 30 o 40 ed in tal caso, al limite, come allenamento potrebbe acquistare un certo significato in prospettiva 800 metri ma non certamente con riferimento alla preparazione dei 400 metri.

Un concetto fondamentale da tenere sempre presente quando andiamo a valutare l’opportunità di introdurre nella preparazione una certa seduta di allenamento è il grado di specificità della stessa. Non sempre bisogna considerare che un alto grado di specificità della seduta sia estremamente necessario, soprattutto in certi momenti della stagione agonistica, ma in ogni caso è utile sapere e rendersi conto quanto sia specifico con riferimento al gesto gara un certo allenamento.

In base a questo criterio, per essere altamente specifici, un velocista dovrebbe farsi un bel riscaldamento poi correre un prova assolutamente massimale (e pure ben concentrato) su una distanza molto simile a quella di gara e poi andare a casa perché ripetere una prova quasi uguale a quella è pressoché impossibile e pertanto il gioco è subito finito. Per quanto riguarda i corridori di lunghe distanze invece la cosa più specifica potrebbe essere proprio affrontare una prova di corsa continua terribilmente lunga, lunga quasi quanto la gara e anche se non si è riusciti a correrla ad un ritmo molto simile a quello di gara, perché correre in allenamento alla stessa intensità che in gara è quasi impossibile, almeno sappiamo che siamo stati abbastanza specifici con riguardo alla distanza perché se abbiamo fatto qualcosa di veramente lungo saremo andati a sollecitare in qualche modo dei meccanismi di estrinsecazione dell’energia che si verificano anche in gara su quelle distanze terribilmente lunghe. Tanto per dare i numeri se la distanza è la famigerata maratona se in allenamento riusciamo a correre 30 o 35 chilometri anche se l’andatura non è stata proprio quella di gara sappiamo per certo che avremo sollecitato certi meccanismi di produzione dell’energia che verranno sollecitati in modo simile anche in gara. E’ evidente che tale allenamento molto specifico che certi maratoneti decidono di non inserire praticamente mai nella preparazione perché è troppo stressante anche svolto a ritmi sensibilmente più lenti di quelli di gara, non è proponibile se non in circostanze del tutto particolari. Da ciò cosa se ne deduce? Che il velocista può fare quasi tutti i giorni qualcosa di altamente specifico con riferimento alla sua gara mentre il maratoneta non può farla assolutamente mai altrimenti si massacra? Avviene esattamente il contrario: il velocista ha una paura fottuta a sfiorare in allenamento le intensità di gara e così finisce per stordirsi di esercitazioni altamente aspecifiche (anche per quello tende ad andare in forma dopo un certo numero di gare) mentre il corridore di lunghe distanze che anche quando non sa cosa fare tende ad indugiare molto sul classico “fondo lento” in realtà corre  a ritmo gara o simile a quello di gara per molti più allenamenti di quelli che si possa pensare. Un maratoneta da 3 ore quando esce a correre a 4 minuti e mezzo al chilometro, anche se non sembra, sta già facendo qualcosa di abbastanza specifico con riferimento alla sua gara se non altro perché corre ad un ritmo al quale se riesce ad economizzare la corsa tornerà certamente utile anche in gara.

Questo gioco dell’alta specificità si traduce in un vero e proprio dilemma per il corridore di mezzofondo che è sempre diviso sul dubbio amletico se correre poche frazioni ad una buona intensità o molte frazioni ad intensità più bassa. Anche qui l’interpretazione del modo di agire è equivoca. Viene da pensare che il veloce sia portato a frazionare di più servendosi di distanze più brevi a lui più congeniali quando è esattamente il contrario. Il “veloce” ha paura dei grandi volumi di carico ed è più propenso invece ad offrire buone qualità di carico a differenza del resistente che ha paura della qualità ma non della quantità. E dunque laddove per correre, per esempio, a 2’30” per chilometro il veloce sarà disposto a correre tre volte i 600 metri in 1’30” (allenamento indicativo per chi vuole correre gli 800 metri sul piede di 1’55” circa) il resistente sarà più propenso a farsi qualcosa tipo 20 volte i 200 metri in 30″ pur di non sorbirsi l’elevata qualità delle tre prove a 1’30” sui 600. Il primo avrà corso per 1800 metri in modo molto stressante, il secondo avrà corso per 4 chilometri in modo molto più rilassato, magari con tensioni abbastanza irrilevanti che non possono far pensare ad un allenamento altamente specifico anche se corso proprio alla velocità di gara (30″ sui 200 = 29″1 lanciato = 1’56” sugli 800 il ritmo è proprio quello). Avranno fatto entrambi qualcosa di abbastanza specifico, il primo con preciso riferimento alla creazione della situazioni di gara (e se corre tre volte i 600 in 1’30” quasi di sicuro è pronto per andare in gara a fare 1’55” passando in 1’26”-1’27” ai 600 più o meno con le stesse tensioni dell’allenamento) il secondo con preciso riferimento al ritmo gara al quale se ci corre 4 chilometri in allenamento (20×200) almeno un po’ di confidenza ce l’ha e saprà con che gesto affrontare quel ritmo.

Si ha l’abitudine di dire che la prima scelta è una scelta di tipo estivo e la seconda di tipo invernale dando per scontato che i grossi volumi di allenamento sono più indicati quando c’è fresco e sono alla fine un po’ più aspecifici mentre le sedute più qualitative non possono insistere su un numero spropositato di prove ripetute e devono invece considerare frazioni non troppo brevi per essere davvero specifiche. Accade che il veloce non abbia praticamente mai voglia di affrontare sedute veramente lunghe, tipo 20×200, nemmeno in inverno perché si intossica e basta, mentre il resistente non ha praticamente mai voglia di fare le sedute estremamente qualitative tipo 3×600 perché si sente già in gara durante l’allenamento e le vere tensioni di gara vuole riservarle esclusivamente alla gara e non all’allenamento.

Queste considerazioni su specificità dell’allenamento e adozione di sistemi di carico più o meno consistenti in qualità e/o volume possono far capire che più che uno schema di allenamento ipotetico ideale possono esistere un’infinità di sistemi allenanti non codificabili nel loro insieme ma solo singolarmente ed esclusivamente per esigenze di semplificazione perché in realtà anche un singolo sistema di allenamento e pure abbastanza semplice si presta ad una miriade di rettifiche a seconda delle circostanze e non può certamente essere codificato e schematizzato in modo semplice. Se ne deduce che le cosiddette “tabelle di allenamento” sono delle bufale pazzesche o meglio delle astrazioni per potersi mettere a discutere di teoria dell’allenamento e se l’obiettivo è veramente questo allora possono anche avere un senso se invece hanno davvero la presunzione di codificare e programmare la preparazione di un certo atleta allora non hanno motivo di essere considerate neanche due minuti nemmeno dal più sprovveduto degli atleti. L’allenatore vuol dire o che non ha tempo di seguire l’atleta in questione oppure che non ha tempo perché alternative proprio non ce ne sono. E’ solo per risparmiare tempo su una cosa che ne necessita di veramente molto che si può provare a codificare l’incodificabile non certo per fare cassa perché non si può fare cassa con un qualcosa che mostra subito la sua inconsistenza e la sua “invendibilità”. Qualcuno sostiene che le tabelle di allenamento servano per vendere più riviste sulla corsa. Io non credo nemmeno a quello perché una rivista che pubblica tabelle di allenamento che non siano schemi riassuntivi di preparazione di atleti che le hanno già sperimentate finisce per perdere credibilità. Si può anche essere molto precisi su ciò che è stato fatto soprattutto se si è scritto tutto come è nelle buone abitudini di chi tiene regolarmente un diario di allenamento ma non si può certamente essere precisi nel fare uno schema di previsione di una preparazione che non si sa assolutamente che pieghe prenderà.

I FARMACI NELLA CORSA

Questo argomento non sono in grado di trattarlo in modo esauriente in quanto non sono medico, inoltre non sono per nulla appassionato al tema perché ritengo che utilizzare molto i farmaci con il fine di incrementare la prestazione sportiva oltre che potenzialmente pericoloso per la salute sia anche un ottimo sistema per impedire l’evoluzione delle strategie di allenamento.

Però è proprio con riferimento a queste che forse è opportuno accennarne.

Nell’alto livello della disciplina, che è quello dove l’evoluzione delle pratiche di allenamento dovrebbe marcare di più l’andamento dei risultati, si è assistito negli ultimi 30-40 anni ad un ricorso massiccio e sistematico dei farmaci per supportare la preparazione. Questa tendenza è andata avanti di pari passo con una campagna mediatica tesa a scongiurare la diffusione del doping ed è un po’ in contraddizione con essa. Da un lato si predica che non bisogna utilizzare i farmaci per tentare di incrementare il rendimento sportivo dall’altro anche grazie ad un antidoping tarato essenzialmente sulle problematiche degli atleti amatori si è consentita la diffusione sistematica della farmacologia applicata allo sport. L’antidoping sanziona i pericolosi interventi individuali di soggetti che fanno ancora oggi uso di “vetero-doping” ma nulla può (e forse nemmeno nulla “vuole”) contro l’intervento sistematico del supporto farmacologico nella pratica sportiva di alto livello. Per assurdo vengono sanzionati atleti che prendono molti meno farmaci di quelli che risultano non sanzionabili. Mentre le metodiche di allenamento sono facilmente indagabili e riscontrabili perché nessun atleta si allena di nascosto, i protocolli farmacologici dei vari atleti sono giustamente occultati come è opportunamente occultata tutta l’informazione sulla farmacologia applicata allo sport di alto livello. Nell’informazione di massa vengono gettati invece i vari scandali dei pochi atleti professionisti che per motivi diversi hanno noie con l’antidoping e questo sembra quasi un gioco a dare candore all’istituto dell’antidoping che secondo alcuni avrebbe ancora senso come istituzione a tutela dell’immagine dello sport professionistico. Questo discorso anche abbastanza complicato e con risvolti giornalistici piuttosto curiosi ed interessanti (si pensi a come viene trattato a livello giornalistico il caso decisamente politico delle sanzioni alla Russia) alla fine va a vanificare tutta una potenziale letteratura sulla teoria e metodologia dell’allenamento che non può essere trasparente nei suoi riscontri in quanto una componente purtroppo importante del risultato (il supporto farmacologico) è debitamente occultata.

Pertanto è più facile indagare sui riscontri delle varie metodiche allenanti analizzando i risultati degli atleti di seconda schiera che non analizzando i risultati degli atleti di alto livello perché con riguardo a quelli facciamo fatica ad isolare bene i vari fattori di prestazione e a poco vale il fatto che questi gareggino tutti con il pettorale con sopra scritto “Io corro pulito” in inglese perché questo pettorale si riferisce solo al fatto che tutti questi atleti risultano negativi all’antidoping ma non al fatto che non facciano uso di farmaci.

Insomma quando andiamo a valutare gli esiti di una certa preparazione sportiva possiamo farlo con più attendibilità se lo facciamo considerando i risultati di chi non percepisce compensi dalla realizzazione di quei risultati perché non appena andiamo a considerare quella fascia di atleti che invece possono contare su cospicui rimborsi spese e premi molto consistenti entrano in gioco variabili insondabili che rendono impossibile una precisa valutazione sulla resa di un certo tipo di preparazione.

E questo è un modo un po’ arzigogolato per dire che forse può avere più possibilità di evoluzione il tecnico di atleti di seconda schiera al quale è lasciata maggiore autonomia nel processo di costruzione dell’atleta che non il tecnico di atleti di altissimo livello che a volte deve dividere il proprio lavoro con quello di figure altrettanto importanti per la costruzione del campione.

LA CORSA E LA SALUTE

Può sembrare un po’ ironico intitolare un paragrafo “La corsa e la salute” subito dopo aver accennato brevemente ai farmaci che si usano nell’alto livello della disciplina. Però la domanda su corsa e salute è una delle più logiche, scontate e non nasce certamente in questi giorni che ho deciso di buttare giù queste note bislacche. E’ una della domande più inflazionate e che mi ha sempre fatto chi sa che corro da una vita. La risposta non la do a parole ma con i fatti, se non credessi che la corsa è salute non starei ancora qui a correre anche adesso che non vado più avanti nemmeno a calci nel sedere. Con una semplificazione un po’ troppo spinta a volte dico che con la corsa adesso cerco la salute che ho perso oltre trent’anni fa. Non che ai tempi dei due allenamenti al giorno che per me sono durati solo 4-5 anni io ci abbia perso la salute però si può tranquillamente affermare che dal punto di vista dell’integrità dell’apparato locomotore quelli sono stati anni un po’ a rischio, non a caso quando ho interrotto piuttosto bruscamente l’attività agonistica è stato per colpa di un sovraccarico tendineo dovuto essenzialmente all’eccessivo carico di allenamento. Anche adesso sembra che certi allenamenti un po’ azzardati (dopo decenni non mi è ancora passata la voglia di sperimentare, anche se a intensità ridicole) la corsa non mi faccia del tutto bene per i miei tendini geneticamente un po’ fragili ma a questa età mi tocca dire che più che tendini fragili c’è una predisposizione congenita all’artrosi che se avessi sempre lavorato in ufficio probabilmente si sarebbe manifestata con ancora maggior veemenza e mi costringerebbe a partecipare come allievo a quei corsi di ginnastica nei quali io faccio finta di fare l’insegnante (perché poi sono il primo allievo in quanto più artrosico di tutti…).

Sono fermamente convinto che la corsa faccia bene alla salute, ovviamente se non ci sono in corso patologie di una certa importanza che ne debbano sconsigliare la pratica, però ritengo che il discorso con riferimento alla pratica di alto livello, quella dei due allenamenti al giorno per intenderci, sia abbastanza complesso e non a caso lo tratto subito dopo ad aver accennato alla problematica dei farmaci.

Premesso che sono assolutamente contrario all’abuso di farmaci nello sport a qualsiasi livello e, per coerenza e vera immagine (non finta…) li farei fuori anche dallo sport di alto livello, mi tocca dire che capisco perché se ne fa così tanto uso fra i professionisti anche se continuo a non capire per cosa si tenga in piedi il costosissimo istituto dell’antidoping che ha la sola funzione di tutelare l’immagine dello sport professionistico ma non riesce assolutamente a contenere l’uso di farmaci nello stesso.

I campioni usano i farmaci non solo per andare più forte ma anche per tutelare la loro salute. E questo può sembrare un paradosso ma al giorno d’oggi con le preparazioni esagerate in volume che si adottano è quasi più pericoloso per un campione fare l’eroe che non usa assolutamente nessun farmaco che non mettersi nelle mani dei medici che ormai hanno acquisito un’esperienza di oltre mezzo secolo sugli inconvenienti provocati dalle preparazioni esasperate. Insomma lo sport di alto livello è anche una mezza malattia e lo è se vuoi vincere le Olimpiadi o i Campionati del Mondo, non certamente se vuoi fare il record sociale della squadretta di provincia. Questa malattia viene curata abbastanza facilmente con i farmaci e se ne esce talmente bene che non solo non si va incontro a patologie che senza farmaci potrebbero facilmente scatenarsi ma addirittura… si migliora il rendimento sportivo. E qui nasce tutta la problematica morale ed etica dell’atleta che se volesse davvero fare a meno dei farmaci potrebbe semplicemente tornare ad allenarsi una sola volta al giorno da vero dilettante praticando uno sport che fa certamente bene alla salute senza ombra di dubbio. Sinteticamente lo sport dilettantistico fa sempre bene alla salute, quello professionistico non possiamo dire che faccia male però diciamo una bugia se affermiamo che è un’attività che ci consente di risparmiare sulla spesa sanitaria perché statisticamente si rileva che gli atleti di alto livello consumano più farmaci di quelli di medio e basso livello e talvolta pure di più dei sedentari.

Tornando alla parte facile del quesito ovvero se faccia bene la corsa con riferimento a chi corre per vincere ma non le Olimpiadi o i Campionati del Mondo la risposta è certamente affermativa ma di segno opposto a quella che riguardava gli atleti di alto livello: l’importante è che sia un’attività abbastanza continuativa e non troppo diradata, non conta che sia intensa ma insomma una cosa da fine settimana e basta è quasi come non farla. Il vero quesito allora è se possa essere sufficiente fare solo due allenamenti alla settimana come fanno molti ragazzini tesserati per le squadre di atletica che oberati dagli impegni scolastici non riescono ad andare oltre a quel minimo sindacale. Ebbene anche qui è inutile prendersi in giro, se il ragazzino oltre a quella pratica sportiva non fa altro ed è sempre lì a fare i compiti o a giocare con tablet e telefonino occorre dire che due allenamenti alla settimana sono pochi, così come due al giorno sono troppi se non si è supportati da preparate equipe mediche, due alla settimana sono troppo pochi e lì non ci sono equipe mediche che tengano, con i farmaci non si fa proprio nulla. Pertanto la disputa si gioca fra l’opportunità di fare attività tutti i giorni come un ragazzino sano dovrebbe fare a come normalmente faceva fino a qualche decennio fa quando si poteva tranquillamente giocare per strada senza iscriversi a nessuna società sportiva e l’impossibilità di recarsi al campo sportivo più di due volte la settimana perché materialmente manca il tempo per farlo nell’organizzazione delle famiglie moderne. Da un punto di vista ideale il ragazzino fino ai 14-15 anni non dovrebbe nemmeno specializzarsi in nessuna disciplina, dovrebbe praticare le prove multiple che favoriscono uno sviluppo armonico del suo fisico e pertanto dovrebbe proprio allenarsi quasi tutti i giorni perché per preparare le prove multiple occorre molto tempo e se ti alleni poco finisci per essere una schiappa proprio in tutto.

Dunque il problema dell’attività veramente dilettantistica e soprattutto di quella indirizzata ai ragazzi è che si fa troppo poco. Mentre i campioni fanno “troppo” e possono arrivare a rischiare la salute per questo, gli atleti normali fanno “troppo poco” e in un certo senso rischiano la salute pure loro perché i ragazzi hanno un fabbisogno di attività fisica ben superiore a quello che riusciamo normalmente a garantire a loro nella società moderna.

MA QUAL’E’ LA CORSA CHE FA DAVVERO BENE ALLA SALUTE?

La corsa veramente salutare è quella praticata con continuità e pure con un certo impegno su tutte le distanze e a tutte le età. Questo è il concetto rivoluzionario di questo libro interattivo di dieci lettori potenziali e sul quale spero che interagiscano almeno tre o quattro lettori perché è un’ opinione che anche se rivoluzionaria e decisamente opinabile ha delle basi scientifiche incontestabili.

E’ un concetto rivoluzionario perché il concetto dominante purtroppo suffragato anche da certi medici è che i ragazzini devono impegnarsi nella corsa veloce e gli adulti nella corsa lenta. Invece la sedentarietà dilagante fa sì che certi ragazzini già a 12 o 13 anni abbiano bisogno di indugiare un pochino sulla corsa lenta perché hanno una resistenza organica da far schifo alla faccia del fatto che con anni di gioco quotidiano (gioco quotidiano mancato ci tocca aggiungere…) dovrebbero avere una resistenza da far paura invece devono mettersi a correre perché altrimenti al test sui 1000 metri che gli fanno fare in prima superiore secondo la normalissima griglia di valutazione dell’insegnante possono pure rimediare uno splendido quanto inquietante (per la loro salute) e roboante “quattro”, quando quattro dovrebbe essere il tempo sui 1000 metri e non il voto dell’insegnante di fronte ad un “corposo” 7 minuti sui 1000 metri. Per quanto riguarda gli adulti è certamente vero che un  po’ di corsa lenta fa senz’altro bene e può essere pure la prima ad essere inserita in un programma che poi però, per essere efficace e completo, dovrà prevedere la corsa a tutte le andature e su tutte le distanze.

Se si eccede con la corsa lenta senza correre mai velocemente non si mantiene una buona elasticità muscolare e si rischia di patire dei danni a livello tendineo e anche muscolare nel lungo periodo. Se si eccede nella corsa veloce senza mai fare un po’ di corsa di resistenza si trascurano quelle doti organiche che sono decisive per stare in buona salute a tutte le età. Cuore e polmoni vanno allenati sempre soprattutto in città dove il problema dello smog è ben distante dall’essere risolto e le patologie respiratorie che cronicizzano continuano ad aumentare (la famosa BPCO che una volta era tipica del fumatore incallito e adesso inizia ad aggredire anche soggetti che non hanno mai fumato).

Purtroppo per correre non dico veloce ma almeno “quasi veloce” occorre una pista o almeno uno straccio di impianto sportivo o un parco urbano perché farlo per strada non è certamente una cosa facile ed è anche per quello che molti podisti non si sognano proprio mai di variare la loro corsa e si limitano a correre sistematicamente e pedissequamente a ‘mo di corsa lenta che loro usano pure chiamare “footing” o “jogging”. Bisogna aumentare il numero di parchi urbani per salvare le nostre città se poi aumenta anche il numero degli impianti sportivi allora la cultura della corsa può decisamente trarne giovamento e forse non ci saranno più gli adulti che si vergognano a correre un po’ veloce perché è una cosa da bambini e forse, a cascata, non ci saranno più ragazzini che corrono i 1000 metri in 7 minuti a 14 anni perché se gli adulti corrono in 4′ saranno i ragazzini a doversi vergognare di non riuscire a correre almeno come gli adulti con la panza.

E’ un fatto culturale che deve partire dalla consapevolezza che la corsa non è solo corsa di maratona ma corsa su tutte le distanze a tutte le età e per i ragazzini è la base per tutti gli sport.

GESTIONE DELLA FATICA, CONTROLLO DEL RITMO E PROGRESSIVITA’ PER CORRERE MEGLIO

La corsa è anche un’ arte, non tutti sono nati “imparati” e proprio perché correre è “fintamente naturale” è proprio importante pensare a come si corre. Diciamo che gli unici che sanno correre abbastanza bene senza pensare a come corrono sono i bambini che proprio per quello si dice che hanno una corsa “quasi naturale”. Tendenzialmente gli adulti, a meno che non siano degli atleti o comunque dei soggetti che non hanno mai smesso di correre, da quando erano bambini (ma chi si trova in questa situazione?) non sanno correre molto bene e proprio per questo sono costretti a pensare “come” corrono, andando a perdere quella poca naturalezza che potrebbero avere riproducendo pari pari la corsa che facevano da bambini ma quel tipo di corsa, anche se esiste un’ottima memoria motoria, sono le articolazioni a non aver alcuna voglia di riprodurla.

La gestione della fatica, il controllo del ritmo e la capacità di regolare la progressività della corsa sono cose che deve aver imparato un ragazzino che si è accostato all’atletica e che gli devono essere rimaste sempre in testa se è stato allenato da un soggetto che di corsa ci capiva qualcosa, per gli adulti il problema è uguale, anche se è vent’anni che non corrono e non sono mai stati allenati da nessuno, per il solo fatto che non sono più bambini sono condannati a pensare a come corrono.

Un concetto generale è che bisogna tentare di non “corrersi addosso” e qui potrebbe tornare in mente la storia dell’elefante rosa a pallini bianchi perché se dici semplicemente ad un soggetto “Non correrti addosso” questo finirà proprio per corrersi addosso non come fanno i bambini piccoli (che non si corrono mai addosso perché si fermano sempre prima ed in questo sono più adulti degli adulti) ma come fanno la maggior parte degli adulti che non sanno correre e se andate a New York il giorno della maratona riuscite a vederne quasi 40.000 in un giorno solo perché New York, oltre ad essere la maratona più famosa del mondo, è anche quella con la maggior concentrazione di podisti che si “corrono addosso” nel senso che a New York la folla ti spinge così tanto verso il traguardo che ci va a correre anche gente che la maratona proprio non è in grado di correrla e ci va proprio con l’intento di trascinarsi al traguardo in qualche modo grazie al proverbiale e leggendario incitamento degli spettatori.

Corrersi addosso vuol dire correre a vanvera senza sapere come si corre ricostruendo una finta naturalezza della corsa che non può esistere perché non si è più bambini. La cosa fantastica della corsa è che anche se corri da bestia in qualche modo vai avanti, se proprio proprio ti fermi ma insomma non è che caschi per terra e ti fai male. Il nuoto da quel punto di vista è più crudele perché hai l’acqua sotto (per la mia linea di galleggiamento io sono costretto a dire “attorno”…) che non perdona e se nuoti da bestia non rallenti e basta, vai proprio sotto. Ecco alla maratona di New York, se ci fosse l’acqua, al traguardo ne arriverebbero proprio pochi perché la maggior parte finirebbero annegati. Non diciamo balle, la maggior parte dei podisti presenti alla maratona di New York non sanno correre e anche se hanno una buona resistenza che consente loro di trascinarsi fino al traguardo facendo finta di correre con una parola che riassume questa disputa dove si è fatto un accostamento con l’acqua bisogna proprio dire che sono “negati” a tutti gli effetti, dove quel “negati” ha una forte assonanza con la parola “annegamento”. La maggior parte dei podisti presenti a New York “annegano” in quelle 4, 5 a volte 6 ore se non di più  di pseudo corsa in una corsa che non è assolutamente controllata, quasi mai progressiva, e dove “gestione della fatica” è una parolaccia che basta guardare le loro facce per capire che siamo al limite del blasfemo a dire così.

Torniamo sulla storia dell’elefante rosa e ancora non si può dire ad un podista che vuole imparare a correre “Non correre come quelli che fanno la maratona di New York” perché prenderanno a modello proprio quelli. Poco male se prendessero a modelli i primi 10 o 15 che sono atleti di alto livello e corrono proprio bene ma tendono a prendere a modello gli altri 45 mila dove di buoni modelli ce ne sono piuttosto pochi.

Allora si potrebbe tentare di studiare questo fenomeno sociologico della maratona (che poi non è solo New York ma in minor misura anche Berlino, Londra, Roma, Venezia, dove anche se il livello qualitativo è “più su” di quello della celeberrima New York il vizio di correre male dilaga fra la maggior parte dei partecipanti) per capire un po’ la corsa di chi non è un campione. Essenzialmente il problema della maratona è che si fa troppa fatica perché per la maggior parte dei partecipanti è troppo lunga. Molto semplicemente non sono allenati per correre bene quella distanza e sono allenati solo per finirla in qualche modo, a prezzo di una grande fatica. La differenza abissale fra un campione e un atleta allenato male in termini di fatica non è quando corrono al massimo perché è quasi capace di fare più fatica il grande campione, è proprio allenato e sopporta livelli di fatica elevatissimi che probabilmente il dilettante, giustamente, non ha nessuna voglia di affrontare. La differenza abissale è se questi decidono di correre un po’ sotto al loro standard abituale. Diciamo che il campione da due ore e cinque minuti in grado di vincere la gara si mette in testa di correre in due ore e 15′ mentre il dilettante da quattro ore decide di correre in quattro ore e un quarto. A due ore e 15 minuti il campione avrà fatto una specie di allenamento dove avrà corso benissimo, in assoluta decontrazione e arrivando al traguardo fresco come una rosa. A quattro ore e un quarto l’amatore avrà corso ancora abbastanza male, anche se forse un pochino meglio di quando corre al limite, avrà comunque fatto una gran fatica e chi vede difficilmente riuscirà a capire che questo non ha fatto una gara vera e propria ma qualcosa di un po’ distante dalle proprie capacità in gara.

Analizzando la differenza si traduce in questa capacità di controllare il ritmo, il livello di fatica, la progressività della corsa che nel campione è talmente elevata che può essere quasi portata su anche quando si corre al massimo mentre nel dilettante è talmente poco sviluppata che rischia di non essere presente nemmeno quando si va piano al di sotto delle proprie possibilità.

Una cosa è certa se si vuole tentare di non corrersi addosso è importante limitare la fatica perché la fatica elevata diventa pessima consigliera in tale tipo di cose e pertanto, molto semplicemente, bisogna limitare la distanza di allenamento o di gara perché il primo fattore di fatica è proprio una distanza troppo lunga.

Per cui la prima scoperta di queste note, e ci ho impiegato fin troppe parole per arrivare a formularla, è che “Non si può tentare di correre bene se ci si esercita su distanze troppo lunghe perché l’eccesso di fatica è un fattore limitante della qualità della corsa e quando la distanza sale oltre certi limiti c’è un’ impennata delle sensazioni di fatica”. Su certe distanze è già tanto riuscire a correre senza fermarsi a camminare figuriamoci se ci sono le condizioni per correre bene. Dando i numeri si può proprio dire che è molto difficile correre bene ad andature più lente dei fatidici 6′ per chilometro che, per fare cifra tonda, sono i “rotondi” 10 chilometri all’ora. I keniani stessi, maestri della corsa, per quei pochi tratti che talvolta corrono a sei minuti al chilometro (magari di mattina perché sono ancora intossicati dall’allenamento della sera precedente) sembrano dei veri e propri soggetti artrosici e corrono quasi peggio degli amatori, dopo solo dieci-dodici minuti si trovano a correre a 3’20” per chilometro e, ciò che più sorprende, con tensioni proprio belle da atleti di alto livello quali realmente sono.

Il controllo della fatica si esercita in primo luogo programmando corse razionali che propongano un impegno fisiologico dove la fatica è non elevata in ogni caso, sia che si corra bene, sia che non si riesca a correre bene. Soprattutto nei primi tempi correre bene può anche essere energeticamente più dispendioso che correre male,’ come minimo è “poco naturale” ( e daje co ‘sto tarlo della naturalezza…) e pertanto può anche aumentare le sensazioni di fatica.

Correre è tendenzialmente faticoso ma la classica “verticalizzazione” della fatica si concretizza generalmente durante lo svolgimento di corse molto lunghe e avviene principalmente per inconvenienti energetici più che per fatti tecnici legati allo scadimento della tecnica di corsa, o meglio anche la tecnica di corsa scade e di molto ma quel fatto è solo conseguente ed innescato dall’esaurimento dei depositi energetici. Lo scadimento netto della tecnica di corsa può essere evitato evitando di correre nei momenti di esaurimento delle riserve energetiche. Si dirà che le corse lunghe fanno praticamente sempre i conti con quelle problematiche e se un atleta vuole davvero allenarsi per quelle deve allenarsi a correre anche in situazioni di disagio, quando le scorte energetiche tendono all’esaurimento e la tecnica di corsa necessariamente decade in modo drammatico. Questa purtroppo è la scelta che fanno molti maratoneti anche di basso livello perché la loro reale esigenza non è imparare a correre bene ma riuscire a finire in qualche modo la maratona. La via più breve per finire una maratona non è affinare la tecnica di corsa, che è un percorso piuttosto lungo quanto abituare l’organismo a sopportare delle situazioni di disagio tipiche delle distanze molto lunghe. Tale approccio, in ogni caso, è necessario anche in chi ha prima messo a punto una efficace tecnica di corsa se oltre a questa non ha costruito i presupposti fisiologici per durare nella corsa oltre certe distanze e pertanto la via della sopportazione dei “picchi di fatica” è una scelta obbligata per la stragrande maggioranza dei maratoneti di tipo amatoriale, anche per quelli che hanno avuto particolare attenzione all’affinamento della tecnica di corsa.

Qui noi vogliamo analizzare il controllo della corsa e pertanto saltiamo a piè pari la problematica delle corse molto lunghe anzi mettiamo proprio come condizione necessaria per imparare a controllare bene la corsa quella di non indugiare troppo o non indugiare affatto sulle distanze molto lunghe per evitare problemi che possono essere irrisolvibili per un atleta non molto evoluto.

Il controllo del ritmo è certamente correlato con quello della fatica ed implica una consapevolezza proprio in termini matematici e numerici delle proprie capacità prestative. L’atleta, cronometro alla mano e percorsi misurati, deve sapere cosa vale su una certa distanza, deve conoscere i riferimenti intermedi di un certo percorso ed in base alle sue possibilità decide di impostare un certo ritmo da tenere fino alla fine della corsa o, ancora meglio da poter riuscire ad aumentare progressivamente fino a fine corsa. La famosa naturalezza della corsa va a farsi benedire ancora una volta nel momento in cui dobbiamo sapere praticamente tutto della corsa che andiamo a fare e pure riuscire a prevedere il ritmo che potremo tenere nei singoli tratti. I keniani di cinquant’anni fa non erano certamente così erano gran poco scolarizzati e facevano già fatica a contare il numero dei giri da correre in pista sui 10.000 metri. Purtuttavia avevano delle doti tali per cui riuscivano a vincere le gare anche sbagliando il conto dei numeri dei giri da fare, bastava che qualcuno dicesse loro quando era il momento di fare la volata conclusiva che in qualsiasi momento erano capaci di staccare gli avversari. Quelli di adesso sono più ragionieri dei bianchi e sanno proprio tutto della loro corsa, anche in allenamento, i conti li sanno fare proprio bene e se qualche loro manager non li fa altrettanto bene giustamente lo cambiano, se li vedete correre non hanno niente di meno di quelli di un tempo, anzi corrono ancora meglio, ciò vuol dire che pensare a come si corre non fa male alla corsa. Qualcuno potrebbe dire che si divertivano di più un tempo io non penso, semmai i loro avi erano più imprevedibili ma bisogna ammettere che adesso sono talmente tanti che hanno mantenuto una certa imprevedibilità nonostante conoscano molto bene la corsa.

Una volta imparato a controllare il ritmo imparare a correre in modo progressivo è un’ ottima idea per imparare a correre meglio. La corsa in progressione è utile proprio da un punto di vista energetico oltre che da un punto di vista biomeccanico, ovviamente diluire la progressione in modo omogeneo ed uniforme è una cosa che richiede un po’ di tempo prima di essere imparata a dovere e l’atleta esperto si nota anche perché ha questa capacità nel selezionare il giusto trend di crescita.

Calato questo tris d’assi che è controllo della fatica, controllo del ritmo e capacità di dosare la giusta progressione l’atleta è già sulla buona strada per fare della buona corsa, a quel punto la scelta degli obiettivi risulterà determinante per riuscire a fare qualcosa di divertente e qui sottolineiamo quell’aggettivo “divertente” perché stiamo trattando di sportivi non professionisti. Se avessimo alluso a questi avremmo dovuto sostituire quel “divertente” con un più appropriato “produttivo” ma la corsa, per fortuna è un divertimento per il 99,99% dei suoi praticanti, la fetta dei professionisti, anche se molto rumorosa, è una fetta proprio sottile.

OBIETTIVI RAZIONALI: LA CORSA DEL DILETTANTE FRA RAZIONALITA’ ED EROISMO

In realtà l’atleta dilettante gioca quasi sempre a fare l’eroe, per televisione vede un sacco di eroi dello sport e giustamente vuole fare l’eroe anche lui, pertanto parlare di obiettivi razionali con riferimento agli atleti dilettanti è un po’ ignorare la vera spinta motivazionale della maggior parte di questo tipo di atleti. Se l’obiettivo è razionale non è eroico e pertanto non è molto giocoso. La gente non si diverte molto a fare le cose normali ed è per quello che finiscono a New York a correre la Maratona tanti atleti o presunti tali che sarebbero in grado di correre tranquillamente 10 chilometri o al più i 21 della mezza maratona ma non hanno i numeri per affrontare in modo fisiologico i 42 eterni chilometri della maratona.

Però abbiamo visto che per non corrersi addosso è opportuno scegliersi degli obiettivi razionali e allora ci si trova di fronte all’amletica disputa se tentare di correre bene o se molto più semplicemente cercare di fare gli eroi e basta fregandosene assolutamente di come si corre. Molti sono interessati a questo secondo aspetto perché la componente giocosa dello sport è quella probabilmente più trainante.

Accade che l’atleta di livello medio basso che non sa gestire situazioni di particolare disagio si trovi spesso a finire la seconda parte di gara in modo un po’ problematico perché è partito troppo forte quando questa evenienza sarebbe molto utile evitarla soprattutto per lui che non ha i numeri per gestire una seconda metà gara corsa sensibilmente più piano della prima. Il paradosso è che il campione che sa gestire anche una seconda metà più lenta della prima tenta di evitarsela perché sa che in quel modo aumenta la fatica e anche se un buon risultato può ugualmente essere raffazzonato alla belle e meglio in ogni caso se si riesce a correre progressivi si risparmiano energie e si creano i presupposti per recuperare meglio anche nei giorni successivi alla gara, mentre il tapascione che dovrebbe assolutamente economizzare il più possibile l’impegno parte forte fregandosene di quello che succede dopo ed esponendosi al rischio di finali di gara veramente disagevoli con tempi di recupero post gara che si dilatano in modo considerevole.

L’obiettivo razionale e normalmente perseguibile senza fare i miracoli potrà anche essere meno entusiasmante di quello eroico e folle ma ha almeno due vantaggi su questo. Il primo è che consente di affrontare la gara in modo tranquillo senza esporsi al rischio di sorprese sgradite (tipo quella di dover fare una metà gara in ginocchio appunto se si è preteso troppo nella prima parte di gara) il secondo, forse ancora più importante, è che consente di affrontare tutto un piano di preparazione in modo razionale dove si può sempre controllare cosa sta succedendo e portando le dovute rettifiche senza sconvolgersi l’esistenza più di tanto.

L’inconveniente di chi agisce in modo prudente e razionale è che alla fine potrà trovarsi anche ad ipotizzare: “Forse potevo fare anche qualcosa in più!” se ha fatto le cose con vera prudenza perché è chiaro che chi non pigia troppo sull’acceleratore sia in allenamento che in gara può finire per non conoscere nemmeno i propri reali limiti agonistici, ma questa osservazione per chi non percepisce compensi relativi ai risultati sportivi non è un’osservazione molto importante ed è più importante invece porsi il quesito se sarebbe stata possibile una scelta diversa dal punto di vista della salute, se spingere di più sull’acceleratore avrebbe potuto portare ad ulteriori benefici a livello salutistico. La risposta è praticamente sempre negativa,  non è certamente spingendo gli allenamenti oltre modo che si migliora il livello di salute, l’attività fisica che fa meglio alla salute è quella di tipo blando o ad intensità medio elevato ma non certamente l’attività fisica molto intensa di chi vuole massimizzare il rendimento agonistico. Al contrario, in presenza di preparazioni con reiterati carichi massimali ci si domanda fin quando possa non essere dannosa per la salute ed è proprio in tal senso che nasce tutta la problematica del supporto farmacologico dello sportivo di alto livello che si rende conto che il motore reagisce bene anche a carichi spropositati fin tanto che… a livello di salute non succede qualcosa prima ancora di accusare il sovraccarico articolare.

A volte un problema del dilettante è che proprio non riesce a determinare un obiettivo razionale non perché non ne abbia voglia e la motivazione corretta bensì perché proprio fa fatica a valutare obiettivamente quale possa essere un obiettivo razionale, non ha i numeri per riuscire a comprendere come valutare questo obiettivo. Ovviamente la precisione massima non è nemmeno dell’atleta che conosce benissimo sé stesso ma un minimo di “orientamento” in tale campo bisogna averlo. I vari test da campo per aiutare in questo compito vengono in soccorso degli atleti più sprovveduti che non sanno assolutamente da dove partono. La cosa più semplice che ci possa essere per esempio per un atleta che vuole correre gli 800 metri è dopo un bel riscaldamento, mettersi proprio a correre gli 800 metri e vedere cosa viene fuori. Ovviamente senza sputare l’anima e senza prodigarsi in una prova massimale ma solo per capire a spanne quello che può essere il range dei vari obiettivi ma una volta tradotto il risultato dell’allenamento non potrà mettere completamente fuori strada. Faccio un esempio: un soggetto che corre gli 800 metri in allenamento in 2’30” senza sputare l’anima e facendo una fatica moderata può acquisire subito la consapevolezza che quello non è il suo obiettivo proprio perché l’ha ottenuto facilmente in allenamento. Quanto potrà essere un obiettivo razionale per quel soggetto? Con lo stesso tipo di preparazione indicativamente 10″ circa in meno e pertanto attorno a 2’20” sugli 800. Quel giorno che va in gara e corre facilmente in 2’20” saprà che il suo obiettivo reale può essere ulteriormente sotto, se al contrario non riesce nemmeno ad ottenere 2’20” e corre, che so, in 2’23” intanto non avrà sbagliato in modo clamoroso quella gara perché sarà già andato piuttosto vicino al suo valore reale e poi sa, per la volta successiva, che idealmente il suo primo obiettivo non può essere molto distante da quel 2’20” ipotizzato inizialmente.

Difficile testare con buon senso chi vuole affrontare le distanze lunghe. Chi vuole correre la maratona non può certamente correre la maratona in allenamento per capire a quanto può correre la maratona in gara. Io ho un’opinione sul ritmo maratona: il primo problema è l’autonomia di corsa ed è il problema che la maggior parte degli amatori non riescono a risolvere perché si presentano sempre alla partenza con un’autonomia potenziale di 30-35 chilometri al massimo. Per poter sperare di correre i 42 chilometri in gara senza massacrarsi bisogna essere in grado di correre in allenamento per 35 chilometri senza ammazzarsi di fatica, una volta raggiunto quell’obiettivo ci si può ragionevolmente porre il quesito su quale ritmo andare ad impostare la gara e, altrettanto semplicemente, io affermo che una volta soddisfatta la principale condizione dell’autonomia per capire a che ritmo si può ragionevolmente correre la maratona è sufficiente correre (non la settimana prima ma almeno due o tre settimane prima della gara)  una mezza maratona a ritmo allegro ma non massimale. Se in quel bell’allenamento abbastanza impegnativo ma non troppo si tiene un certo ritmo quel ritmo dovrebbe essere replicabile in gara. Attenzione che continuo a ripetere che la condizione dell’autonomia è la più importante e deve essere soddisfatta completamente. Il personaggio che corre facilmente la “mezza” in allenamento in 1 ora e 20 minuti non potrà certamente correre la maratona in 2h40″ se non ha l’autonomia per finire la gara e finirà magari per correre in 2h50′ non per problemi di ritmo ma per problemi di autonomia.

Tale discorso vale a maggior ragione per gli atleti di medio e basso livello che generalmente sono quelli che hanno i problemi più gravi a finire decorosamente la gara. Per quanto riguarda gli atleti di alto livello in genere il problema della distanza di gara non è il principale e può essere che per loro sia sufficiente correre la mezza anche un po’ piano del ritmo gara. Per esempio correre in 1h07′ può essere sufficiente anche per chi vuole correre in 2h12′. Questo perché per loro la differenza fra la “mezza” e la distanza intera non è abissale e proprio per questo non hanno bisogno di correre la mezza proprio a ritmo gara. Pare strano ma per loro la mezza a ritmo gara è già un qualcosa di piuttosto impegnativo proprio perché il problema principale è il ritmo ma non la distanza, al contrario, e proprio per quel motivo se corrono 35 chilometri in allenamento ad un ritmo sensibilmente più lento di quello di gara non fanno molta fatica perché hanno metabolizzato con successo quel tipo di distanze.

LA CORSA E LA FANTASIA

Se per funzionare bene e migliorare è importante pensare a ciò che si fa e agire in modo razionale, per divertirsi è importante anche lavorare bene con la fantasia. In genere la corsa fa bene alla fantasia salvo alcune eccezioni che però non sono colpe della corsa ma dell’ambiente che ha creato alcune etichette. Per sommi capi queste eccezioni sono 4 e c’è la scappatoia per far lavorare bene la fantasia anche all’ombra di questi accadimenti.

1° eccezione: Chi nonostante non sia un campione si limita a correre esclusivamente su maratona e mezza maratona.

I campioni hanno un’immagine da preservare, devono evitare le brutte figure altrimenti il loro ingaggio può calare e non possono permettersi il lusso di correre su tutte le distanze, finirebbero irrimediabilmente per incappare in cocenti sconfitte sulle distanze che non sono loro. Così succede che campioni delle lunghe distanze gareggino praticamente solo su quelle distanze perché solo lì possono garantire continuità di rendimento e il mantenimento dell’etichetta di atleti di alto livello. Chi non è un campione non ha nessun motivo per limitare le sue uscite in gara alle sole distanze di mezza maratona e maratona, per quanto affascinanti queste due specialità sono solo uno spicchio del panorama delle distanze di corsa che un podista può e deve affrontare se vuole ampliare il bagaglio delle proprie conoscenze. La fantasia deve dare stimoli per gareggiare anche su distanze che non sono le proprie e così se per gareggiare sui 100 metri un maratoneta deve avere una notevole fantasia per lo stesso gareggiare anche sui 10.000 sui 5.000 e perché no, anche sui 1500 dovrebbe essere una cosa normale, che stimolerà la fantasia e che deve attingere da essa se l’impresa appare del tutto improbabile. Detto anche con un po’ di buon senso non dovrebbe essere impossibile per chi ha già gareggiato sui 42 chilometri gareggiare sui 1500 metri, semmai l’impresa un po’ troppo fantastica è quella contraria.

2° eccezione: chi imposta la preparazione facendosi guidare dalle risultanze del cardiofrequenzimetro.

Chi condiziona l’allenamento alle risposte del cardiofrequenzimetro pone un grande limite alla fantasia e deve assolutamente imparare a fidarsi più delle proprie sensazioni che del numerino che appare sullo schermino del cardio frequenzimetro riferito alle frequenze cardiache. Quel numerino non è che uno dei tanti parametri di affaticamento e non è certamente solo in base a quello che vale la pena di modulare la preparazione. Questo errore purtroppo è molto diffuso ed un po’ come quello del punto precedente dipende più da cause sociali (mode) che da una necessità personale vera e propria. Se uno comincia a fare di testa propria senza considerare il cardiofrequenzimetro capisce in poco tempo che ha castrato la fantasia per colpa di un numerino che ha poco significato nel contesto globale della preparazione.

3° eccezione: chi avendo cominciato a praticare la corsa su pista troppo presto, verso i 10 anni, smette ancora più presto verso i 14-15 anni.

Anche qui sono cause sociali a determinare questa pericolosa deviazione della fantasia. E’ poco naturale cominciare la corsa in pista attorno ai 10 anni come fanno molti ragazzini che a quell’età dovrebbero “giocare” a fare di tutto cambiando tutti i giorni come facevano pochi anni prima al campo giuochi, è assolutamente folle mollare la corsa attorno ai 14-15 anni quando sarebbe il momento giusto per cominciare a praticarla in modo sistematico più o meno tutti i giorni. Qui più che un problema di fantasia del ragazzino è un problema di mancanza di fantasia dell’istituzione scolastica che negli stati evoluti organizza l’attività sportiva e vigila affinché questa continui ad essere svolta correttamente e in stati che dovrebbero essere evoluti ma evidentemente da un punto di vista scolastico non lo sono, come il nostro, invece non vigila un bel niente e anzi ci manca solo che lo studente venga premiato perché molla precocemente l’attività sportiva per concentrarsi a tempo pieno sugli studi.

4° eccezione: chi cominciando ad accusare qualche sovraccarico derivante da preparazioni un po’ troppo consistenti (soprattutto in volume) invece di darsi una regolata decide che è arrivato il momento di farsi assistere a livello farmacologico ed essere monitorato da una equipe medica per poter ambire a pieno diritto ad entrare nel carrozzone dello sport spettacolo.

Anche questa mancanza di fantasia in realtà è una causa sociale ed in una società dove la disoccupazione dilaga l’idea di poter tirare su qualche soldino da una pratica sportiva assidua anche se un po’ esasperata non è del tutto incomprensibile. E’ inutile fare i falsi moralisti: per un ventenne che si trova al bivio a dover scegliere se ridurre notevolmente la pratica sportiva perché in certe professioni devi partire a lavorare in quarta come un ossesso per essere competitivo oppure al contrario intensificare tale pratica per farla diventare una professione, anche se temporanea, questa scelta può essere molto appetibile e l’idea di farsi supportare a livello farmacologico anche se può apparire un notevole calo di fantasia in realtà è solo un compromesso per non abbandonare un’idea ancora più fantastica che è quella di continuare a fare sport come si deve fino a completa maturazione agonistica. In un ambiente veramente fantastico questa opportunità dovrebbe essere lasciata a tutti. Purtroppo in una società altamente stressata se non  offri risultati di altissimo livello già a vent’anni ti tagliano le gambe e la tentazione di scegliere scorciatoie di tutti i tipi per giungere più in fretta possibile al risultato utile per entrare nel carrozzone è una tentazione del tutto umana e comprensibile. Solo chi ha una grande fantasia può pensare di poter competere a livello assoluto rimanendo completamente fuori da un certo tipo di assistenza.

Pertanto in base a queste 4 eccezioni che imperversano nella nostra società si potrebbe dire che il modello “fantastico” di corridore potrebbe essere quello che non avendo iniziato da poppante a frequentare la pista capisce che i 14-15 anni sono il momento giusto per cominciare a correre praticamente tutti i giorni. Poi visto che è un soggetto fantastico continua a fare attività anche dopo i 20 anni pur non essendo un professionista. Nonostante che non usi farmaci continua a migliorare anche perché sa come allenarsi e non si fa abbindolare dagli schemini di preparazione legati alle frequenze cardiache e cosa assolutamente fantastica tiene in piedi più specialità spaziando dall’una all’altra perché non si è rifugiato a fare “solo la maratona” come fanno troppi atleti dopo una certa età. Un soggetto così nella nostra società viene considerato praticamente un disadattato ed è già tanto che non venga insultato ma dimostra comunque di avere un testone con riferimento alla corsa perché  scavalca tutti i clichet che di fatto limitano la fantasia nella pratica della corsa.

Nel lungo capitolo dedicato alla “corsa naturale” ci siamo soffermati su altri aspetti psicologici legati a questa. Definire naturale o meno una corsa che fa molto uso della fantasia è un bel dilemma. Diciamo che da un punto di vista fisiologico dovrebbe essere molto naturale scatenare la fantasia, da un punto di vista sociologico invece forse è più conforme o comunque meno “eccentrico” uniformarsi alle scelte dei più e dunque andare a limitare un po’ la fantasia della corsa.

COSI FAN TUTTI, ALLA FINE CONTA ANCHE LA COMPAGNIA

Dunque la fantasia è un po’ limitata da questi comportamenti di massa che finiscono per appiattire un po’ i comportamenti sulla corsa e tarpare le ali ad esperienze originali. Alla fine la compagnia è importante e anche se si capisce che la maratona è una distanza un po’ esagerata per gli amatori, usare troppo il cardiofrequenzimetro non ha senso per informare la preparazione, smettere di correre a 15 anni per aver più tempo per studiare è semplicemente folle e affidarsi alla farmacologia per sostenere allenamenti da professionista è comunque un qualcosa di molto complesso succede che ci si adegua a queste scelte perché… così fan tutti.

Così accade che per chi ha una grande fantasia possano esserci delle “solitudini del corridore” che sono curiose in quanto causate dai comportamenti stereotipati delle masse.

La meno curiosa e semplicemente grave è quella dei bambini di 10 anni che non sono più liberi di correre come e quando cavolo vogliono come facevano un tempo all’oratorio, al campo giuochi, per strada e se vogliono fare un accidenti di sport, che molto spesso è un po’ troppo codificato per la loro tenera età, devono farlo iscrivendosi ad una società sportiva che ha orari ben prestabiliti e che molto spesso per le famiglie è anche un onere non trascurabile perché ovviamente l’iscrizione alla società non è gratuita come era gratuito andare all’oratorio, al campo giuochi o a giocare per strada. Il danno maggiore di questa situazione comunque è quello che oltre a giocare in modo meno vario e meno scatenato (perché la presenza degli adulti può ovviamente frenare certi giochi) giocano soprattutto di meno per un numero di ore che è insufficiente per il loro fabbisogno di attività motoria anche perché i tempi di trasferimento presso il luogo di gioco molto spesso non sono brevi.

Il ragazzino che molla la corsa (l’atletica) già a 14-15 anni molto spesso è uno che già a 10 anni praticava atletica in modo piuttosto codificato e pertanto cinque anni dopo si sente praticamente un atleta “arrivato” come se la sua militanza nell’atletica fosse stata secolare. Così c’è la solitudine del quattordicenne che inizia a quell’età che è praticamente solo perché pochi cominciano a quell’età e quelli che non hanno smesso sono tutti abbastanza bravi perché sono quelli che sono stati più incentivati a continuare, troppo spesso i più performanti. Insomma già a 15 anni l’ambiente dello sport agonistico, in questo caso della corsa, può essere molto selettivo e richiedere risultati per stare nel gruppo di livello piuttosto altino.

Le solitudini dei giovani che fanno sport aumentano man mano che si cresce e così il ventenne che si allena tutti i giorni senza essere un campione è visto praticamente male come se allenarsi tutti i giorni fosse una perdita di tempo per chi non è un campione, come se correre tutti i giorni fosse un lusso improponibile, una cosa da ricchi e non buona norma di prevenzione sanitaria.

E’ praticamente solo l’atleta che a trent’anni si allena con impegno anche se non è un numero uno ed è maggiormente solo quello di 40 anni che invece di darsi alla maratona come tutti i suoi coetanei continua a fare i 100 metri che nella nostra cultura sportiva vengono ritenuti una “cosa da giovani” (tanto è vero che esiste una miglior prestazione mondiale dei 100 metri anche dei centenni e una pure dei centocinquenni).

E’ solo chi varia la preparazione strafregandosene del cardiofrequenzimetro e continua a provare modi diversi di allenarsi anche se non ci sono scritti su nessuna rivista dei santoni della corsa.

E’ pure solo l’atleta che avendo avuto la fortuna di riuscire ad ottenere risultati di buon livello decide di non farsi assistere a livello farmacologico da nessuno perché ha la strana idea che in quanto atleta deva essere un soggetto che evita il più possibile il ricorso ai farmaci per principio. Quell’atleta fra l’altro deve pure stare attento alle insidie dell’antidoping perché è il classico atleta prototipo del pirla che casca nella rete dell’antidoping nel momento in cui assume una qualsiasi fesseria per chissà quale motivo, non essendo monitorato in nessuno modo deve pure stare attento a quello che gli mettono nella pastasciutta perché come atleta fuori dagli schemi rompe pure un po’ le scatole. Insomma il mondo della corsa è un mondo variegato ma che ha anche dei suoi dogmi un po’ strani, non sempre chi vuole dribblare questi dogmi ha vita facile.

La corsa pertanto può essere vista come un ottimo strumento di integrazione per stare in compagnia ma può essere pure vista come quell’accidenti che insegnandoti a pensare con la tua testa ti mette un po’ in contrasto con le decisioni del branco, ci si trova un po’ a mediare fra la corsa intesa come fenomeno di massa e la corsa intesa come strumento per scoprire e coltivare le proprie potenzialità atletiche perché non sempre le due cose sono coincidenti.

TECNICHE DI COMPRENSIONE DELLA CORSA: LA FILOSOFIA ALLA BASE DELL’ACCENTUAZIONE DELLA DEVIANZA.

Anche se è una tecnica per “capire” la corsa che ormai ha più di trent’anni non siamo ancora pronti per accettare una tecnica che preveda l’esasperazione della devianza, la fuga da quello che potrebbe essere un ipotetico modello ideale di corsa. E’ già tanto se siamo pronti per l’accettazione di un modello che devii normalmente dal modello ideale, non siamo assolutamente in grado di capire che senso ha ricercare l’accentuazione delle anomalie verificate in contrapposizione a questo modello. Un modello di corsa esiste, non è univoco ma esiste più o meno per tutti gli allenatori e questi non riescono a liberarsene, non riescono a capire che è una cosa astratta che al più può essere stata concreta per qualche atleta ben preciso ma non lo è per molti altri, anzi per tutti gli altri.

Siamo immersi nella cultura della “correzione”, di ciò che non va bene e può essere migliorato cambiandolo senza aver provato a capirlo. Alla base della tecnica di corsa di ogni soggetto vi sono sempre una infinità di motivazioni che sono molto difficili da comprendere e andare a smontare un certo tipo di corsa per ricostruirla secondo parametri che non hanno nessun fondamento razionale è un’ impresa spesso disperata, inutile e fallimentare. Eppure i vari interventi di tecnica di  corsa potrebbero essere quelli che meglio informano il processo di allenamento, quelli che promuovono i migliori adattamenti e aiutano, più ancora dell’incremento delle doti condizionali, ad incrementare le prestazioni. Purtroppo nella maggior parte delle preparazioni non avviene così. Ne dobbiamo dedurre che non vi sono in giro molti tecnici in grado di capirci qualcosa in tema di tecnica di corsa ed in effetti è proprio così perché molti di loro sono ingabbiati nella follia del dogma di un modello ideale di riferimento e pertanto invece che tentare di capire come corre l’atleta che allenano si ostinano a proporgli un modello di corsa che per una serie di motivi potrà essere, ben che vada, non adeguato alle caratteristiche fisiche dell’atleta al quale viene proposto.

Grazie alla tecnica di accentuazione della devianza si prova a costruire nell’atleta nuove sensibilità di corsa, si prova a metterlo nella condizione di riconoscere meglio la sua corsa e, se possibile di incrementare le informazioni sulla tecnica di corsa per metterlo in grado di scegliere su varie opzioni. Un atleta che sa correre in modi diversi è già un atleta più evoluto di uno che sa correre in un modo solo. La cosa fondamentale e più difficile da capire è individuare le caratteristiche essenziali della corsa di un certo soggetto e isolarle per poterle capire nei loro effetti. L’accentuazione di queste non è per niente facile ma è quella strategia che può servire ad interiorizzare nell’atleta quel particolare elemento distintivo della sua tecnica di corsa. E’ chiaro che se quell’atleta, dopo aver accentuato quella devianza, riesce pure a reprimerla arrivando quasi ad annullarla avrà inglobato nel suo bagaglio di informazioni motorie delle conoscenze che potranno portarlo a scegliere come correre.

Chi corre molto frequente può decidere di correre ancora più frequente, facendo delle elevate frequenze la sua arma per correre più veloce degli altri. Chi corre molto ampio potrà aumentare ulteriormente le sue già spropositate ampiezze, rendendo quella una sua caratteristica vincente. Ovviamente, acquisite queste informazioni sarà possibile anche il percorso contrario e laddove si riscontri che una repressione della devianza produce effetti benefici si potrà provare questa seconda strada. La novità (ormai antica…) di questo metodo è che invece di partire con delle risposte già ottenute, si parte con delle domande in attesa di risposta. La capacità di porre le giuste domande, di sollevare le giuste questioni, di indagare sugli elementi effettivamente importanti della tecnica di corsa sarà decisiva ai fini della validità del processo di interiorizzazione ed apprendimento. Gli stati di affaticamento muscolare che si producono nell’indagare su queste cose la dicono lunga sull’effettiva complessità del cambio di alcuni angoli di corsa e la prudenza nell’operare con questo metodo non sarà mai troppa perché in caso di reiterazione di uno stimolo nuovo con troppa insistenza l’infortunio sarà sempre in agguato. Dunque una grande sensibilità da parte dell’atleta (notevoli capacità propriocettive) e una grande attenzione da parte del tecnico saranno molto importanti non solo per individuare gli aspetti più importanti della tecnica di corsa ma anche per tentare di prevenire gli infortuni da sovraccarico funzionale. I vari cicli di recupero muscolare saranno a suggerirci quando tornare all’attacco con nuovi interventi sulla tecnica di corsa e quando invece ignorare quell’aspetto per permettere il consolidamento di alcuni adattamenti muscolari importanti che servono a supportare nuovi schemi motori. La materia è comunque un’ arte e non esistendo modelli di riferimento (questo è l’assunto alla base di tutta la teoria) sarà sempre molto facile non andare a bersaglio e fare un po’ di sano caos.

OMOLOGAZIONE DEL PODISMO AMATORIALE DI MASSA ED IMPOSSIBILITA’ DI UNA ESPANSIONE  CAPILLARE DELL’ALLENAMENTO BASATO SULLA TECNICA DI CORSA

Per lo stesso motivo per il quale la corsa amatoriale è soprattutto corsa su strada e non corsa su pista anche le tecniche di allenamento riferite al mondo amatoriale non possono espandersi in una certa direzione: essenzialmente non ci sono motivazioni economiche di alcun tipo ad orientare le strategie di allenamento verso il miglioramento della tecnica di corsa perché tale comportamento non fa vendere nessun prodotto particolare. Pensate invece che business ha girato attorno (e ci gira ancora attorno…) alla bufala delle andature vicino alla soglia aerobica e quanti cardiofrequenzimetri sono stati venduti in giro per il mondo (non solo in Italia…) grazie alla pubblicizzazione capillare di questa clamorosa bufala. Dal punto di vista tecnico tale atteggiamento è stata una vera e propria pandemia e se quarant’anni fa in una qualsiasi cittadina italiana avevi almeno un centinaio di personaggi in grado di correre a 3’40”-3’50” al chilometro mentre adesso ne hai solo poche decine forse dobbiamo dire grazie proprio a questa bufala spaziale che ha prodotto un’involuzione delle tecniche di allenamento allarmante. Il risultato è che è aumentato a dismisura il numero dei praticanti della corsa che è senz’altro una bella cosa, che il livello medio di capacità prestativa di questi è crollato in modo drammatico ma anche questa per certi versi potrebbe essere considerata una bella cosa perché per tale motivo hanno preso coraggio quelli che un tempo si sentivano proprio negati per la corsa e adesso confronto agli altri si sentono giustamente autorizzati a mettersi a correre perché non sono molto peggio di chi armeggia da anni con cardiofrequenzimetro e integratori alimentari.  Il business degli integratori alimentari fa il paio con quello dei cardiofrequenzimetri e giustamente la gente se vede che grazie al cardiofrequenzimetro non riesce a migliorare per niente le proprie prestazioni allora ci prova con gli integratori alimentari e questi a volte risultati ne danno perché purtroppo fra questi circolano anche prodotti di sintesi di una certa importanza che non sono proprio acqua fresca e che sono anche in grado di alterare le prestazioni sportive. Quello che la gente non sa è che se sono acqua fresca e dunque sono innocui non possono servire ad incrementare le prestazioni sportive se non per un effetto placebo che ti fa credere Ulk anche se non lo sei, se invece davvero hanno una composizione chimica di una certa importanza allora sono proprio in grado di alterare le prestazioni sportive ma come minimo danno una certa assuefazione e in alcuni casi possono pure dare effetti collaterali sgradevoli. E’ il caso, per esempio, dei tanto propinati aminoacidi la cui assunzione può anche garantire un miglioramento dei risultati ma il cui uso deve essere assolutamente sconsigliato nei soggetti sani per il semplice motivo che se l’organismo si abitua a buttarli giù a go go dopo perde la capacità di sintetizzarli normalmente. Insomma non ha assolutamente senso turbare questi equilibri in un soggetto sano che fa sport e dovrebbe avere una capacità di sintetizzare gli aminoacidi già più buona di quella di un sedentario. Quei prodotti vanno dati agli anziani con qualche problema oppure ai malati ma non ai cinquantenni sani che ne sono i maggiori consumatori.

In realtà lavorare sulla tecnica di corsa è molto complesso anche per gli atleti evoluti e figuratevi che interesse ci può essere a farlo sugli atleti delle categorie amatoriali che essenzialmente sono considerati degli ottimi consumatori. E allora fra le varie leggende metropolitane da mettere in giro c’è quella della scarpa scarica da sostituire subito perché quando la scarpa è scarica diventa pericolosissima e sia mai che ti potrebbe venire chissà quale patologia, quando invece l’unico consiglio da dare è quello di conservare sempre per un po’ le scarpe vecchie invece di buttarle perché la scarpa veramente pericolosa è quella nuova alla quale il piede non si è ancora adattato e questo adattamento può essere anche più lungo del previsto. E’ chiaro che se raccontiamo queste cose i podisti ci pensano un po’ su prima di acquistare inutilmente un paio di scarpe nuove e soprattutto evitano di buttar via quelle vecchie perché sanno che possono tornare utili in tempi successivi e sono il miglior antidoto contro i dolorini di assestamento della scarpa nuova.

Speculare sulla tecnica di corsa potrebbe essere un ottimo sistema per cominciare a pensare in modo produttivo sulla propria corsa ma ha un grande inconveniente: che costringe a pensare e a porsi dei quesiti sulla propria corsa e questo è proprio quello che il podista-consumatore non deve fare. Il podista-consumatore deve solo correre e consumare e pertanto acquistare cardiofrequenzimetri, materiale tecnico dei campioni perché solo con quello si può essere altamente performanti, integratori alimentari, cambiare scarpe a ogni piè sospinto perché se si scaricano è una tragedia e, ovviamente andare a fare una corsa su strada in tanta malora perché l’industria più importante non è quella degli articoli sportivi o quella degli integratori alimentari ma quella del petrolio e pertanto correte pure ma non fatelo vicino a casa altrimenti non consumate petrolio.

Da quel punto di vista la pista di atletica più vicina a casa è pericolosissima perché ci puoi andare addirittura a piedi e può offrirti occasione di miglioramento sportivo senza exploit commerciali di alcun tipo e, a quel punto, casca il palco.

LA “SOGLIA AEROBICA”: FINTA SEMPLIFICAZIONE DI UN CONCETTO IN REALTA’ MOLTO COMPLICATO

Tutti i podisti hanno sentito parlare prima o poi della stramaledetta “soglia aerobica”. Il fantomatico concetto di “soglia aerobica” è un’astrazione montata ad arte a fine anni ’70 per lanciare il business dei cardiofrequenzimetri. Ha banalizzato in modo grottesco alcuni importanti concetti della preparazione della corsa sulle lunghe distanze ed ha finito per concentrare l’attenzione di molti podisti (e pure di molti tecnici sprovveduti che hanno abboccato) su un parametro abbastanza insignificante della preparazione che è quello della frequenza cardiaca. Secondo alcuni la frequenza cardiaca sarebbe un indicatore di fatica molto importante, talmente importante da poterlo considerare addirittura come parametro sul quale giocare per scegliere alcune andature di allenamento. In realtà la frequenza non è altro che uno dei molti parametri di fatica della corsa di resistenza e fra l’altro non uno fra i più attendibili in quanto risente anche del condizionamento di fattori fisiologici di difficile comprensione. Per colpa della miopia legata alla continua analisi di quel parametro si è persa in molti atleti la vera capacità di valutare le condizioni di fatica e con essa la sensibilità necessaria per selezionare le corrette intensità di carico. Ci si è letteralmente addormentati sulle frequenze cardiache, ci si è fatti trascinare da esse e si è persa la capacità di valutare criticamente molti aspetti importanti della preparazione.

In particolare con la letteratura sulla soglia aerobica e la soglia anaerobica si sono volute determinare delle ipotetiche intensità ideali di carico per migliorare la potenza aerobica e la capacità aerobica. Potenza e capacità aerobica sono doti condizionali importanti per il corridore di lunghe distanze che purtroppo oltre che con l’allenamento sono modificabili anche in laboratorio con pratiche non del tutto convenienti per l’atleta.

La semplificazione e la banalizzazione della preparazione hanno provocato una corsa al miglioramento di questi parametri che sono certamente influenti sulla qualità dei risultati del corridore di lunghe distanze ma non sono certamente l’unico fattore di prestazione.

Tornare a considerare il parametro fatica nella sua interezza e la capacità di prestazione come una risultante fra doti condizionali e gesto tecnico è il minimo che si possa fare per non continuare a perdere tempo su una banalizzazione che, anche se dal punto di vista commerciale è stata una manna dal cielo per il mondo del podismo amatoriale, dal punto di vista tecnico è stata una vera rovina ed un’ecatombe sul progresso delle tecniche di allenamento in materia di corsa sulle medie e lunghe distanze.

Per fare un esempio banale, anche da un punto di vista muscolare,  aspetto della preparazione fin troppo esasperato negli ultimi decenni sempre per ovvi motivi commerciali, selezionare un tipo di allenamento con andature vicine alla famigerata soglia o un po’ più distante da essa implica un impegno decisamente diverso. Eppure secondo il criterio della soglia questo non è un aspetto di primaria importanza. Io stesso che non ho mai dato eccessiva importanza (forse erroneamente) all’aspetto della rigenerazione muscolare capisco che farsi condizionare dai dettati sulla soglia aerobica porta a commettere fesserie imperdonabili sull’aspetto del recupero muscolare ma in ogni caso commetteremmo un grave errore a soffermarci troppo anche solo su quell’unico aspetto.  Il processo di allenamento deve portare ad una continua revisione di tantissimi aspetti e risulta assolutamente insostituibile l’attenta collaborazione dell’atleta che non può farsi condizionare da una favoletta che da oltre 40 anni sta tenendo banco anche perché ormai i cardiofrequenzimetri sono già stati venduti in tutto il mondo e si può tranquillamente affermare che quella della soglia aerobica era un’assurda panzana orchestrata ad arte per fini commerciali.

UN NUOVO, “ANTICO” MODO DI INTENDERE LE ANDATURE DI CORSA: RITMI PIU’ LENTI, SIMILI E PIU’ VELOCI DEL RITMO DI GARA

Quando finalmente avremo superato il secolare trauma della “soglia aerobica” e, sarò ottimista, ma quel giorno non è molto distante, forse saremo pronti per tornare a considerare le andature di corsa secondo l’antica partizione fra ritmi più lenti, simili e più veloci del ritmo di gara. Ovviamente questa partizione implica un’altra presa di coscienza: che le gare di corsa sulle medie e brevi distanze torneranno ad essere tante, dagli 800 metri fino pure alla maratona ma non saranno esclusivamente la mezza maratona e la maratona come accade adesso per oltre il 90% dei podisti amatoriali.

Il corridore di medie e lunghe distanze passa più della metà del suo tempo di allenamento a correre. Di questa corsa è importante considerare: 1°) A che velocità (ritmo) corre; 2°) A che “intensità” corre, e qui già il discorso si complica per definire con una certa precisione l’intensità che non c’entra con il ritmo; 3°) “Come” corre e qui casca l’asino o meglio cascano la maggior parte degli allenatori contemporanei perché tanti di essi non si rendono nemmeno conto di “come” sta correndo il loro atleta e di ciò forse dobbiamo proprio ringraziare la splendida cultura della “soglia”.

Analizzare il ritmo o la velocità è molto facile, è una questione matematica, basta conoscere con una certa precisione la lunghezza dei percorsi (se si corre in pista questo problema proprio non esiste) e con un normalissimo cronometro si può conoscere la velocità di corsa in ogni istante.

Quando trattiamo di intensità il discorso si complica non poco. L’intensità non è certamente quella che può indicare, per esempio, la frequenza cardiaca che sale in un certo modo aumentando la velocità di corsa. No, l’intensità di corsa è determinata da un’infinità di fattori e il modo più sensato per valutarla è ancora quello di andare a “sensazione” fidandosi dei propri sensi. Anche se l’atleta potesse essere seguito costantemente da una equipe medica che valuta ad ogni istante la produzione del lattato, le variazioni dei parametri bioumorali etc. etc., ci troveremmo nell’impossibilità materiale di valutare l’intensità di corsa con sufficiente attendibilità. L’atleta può aver prodotto molto lattato e non aver prodotto una grande intensità di corsa, al contrario può averne prodotto poco e aver corso ad una buona intensità.

Dobbiamo anche schiarirci le idee, a tal proposito, su cosa intendiamo per “intensità” perché se a tale concetto diamo un valore che è direttamente proporzionale alla fatica percepita allora rischiamo di bollare per molto intensa una corsa sgangherata e poco efficace su un percorso campestre decisamente impegnativo. Se invece consideriamo intensa una corsa che è di buon livello qualitativo anche se non ha prodotto grandi stati di affaticamento allora siamo costretti a dire che quasi tutte le volte che corriamo bene produciamo delle discrete intensità di corsa anche se cardiofrequenzimetro e analisi del lattato ci dicono il contrario. Insomma già il concetto di intensità può portarci a dei fraintendimenti a seconda del fatto che abbiamo una certa idea di intensità oppure che la intendiamo in un altro modo. Figuriamoci cosa accade quando portiamo in campo l’idea di “come” si corre a prescindere dal ritmo e dall’intensità di corsa.

Se si chiede ad un atleta moderno come ha corso, quasi di sicuro risponderà con un’altra domanda: “Come?!? “Come” ho corso? Cosa vuol dire?”.

Quando stabiliamo una categorizzazione dei ritmi di allenamento con riferimento ai ritmi di gara più che con riferimento alla “soglia” aerobica siamo costretti a meditare diversamente attorno a questi ritmi. La ricerca della soglia, per convenzione (anche se in modo del tutto discutibile) si basa su un unico parametro che è la frequenza cardiaca, la ricerca del ritmo gara parte da un presupposto che è la formulazione di un ipotetico ritmo di gara a poi, da questo, presta il fianco a molte considerazioni di ordine tecnico che la famigerata soglia non ha suggerito. La “soglia” suggerisce un compitino piuttosto semplice da svolgere, il ritmo gara pone una serie di interrogativi senza fine. Se un atleta non vuole pensare alla corsa fa bene a continuare nelle sue sedute di allenamento orchestrate attorno alla soglia aerobica, se invece vuole ragionare criticamente sul tipo di corsa che adotta fa bene ad abbandonare questo schematismo e valutare tutto quanto ruota attorno ai ritmi di gara, sia più veloce, simile o più lento di questi.

Ovviamente semplificare questi argomenti senza avere un atleta ben preciso sul quale ipotizzare un certo tipo di preparazione è impresa ardua ma anche senza indagare sull’aspetto qualitativo che è certamente il più importante (e quindi su “come” corre l’atleta più che “a che ritmi corre”) si può ipotizzare una partizione dei ritmi di allenamento secondo ritmi “più veloci”, “più lenti” oppure “simili” al ritmo gara. Su quel “simili” al ritmo gara è opportuno fare una precisazione che va a coinvolgere anche la definizione degli altri due tipi di ritmo. Facciamo l’esempio di un atleta che corre i 1500 metri in 4′. Questo corre la gara ad un ritmo di circa 16″ ogni 100 metri. Teoricamente il ritmo “simile” a quello di gara è quello attorno a 16″ ogni 100 metri cioè 2’40” al chilometro. In realtà, trattando di allenamento e quindi di tensioni che per definizione non possono essere identiche a quelle di gara, dobbiamo considerare “simili” al ritmo gara quei ritmi che sono compresi fra circa 16″5-17″0 per cento metri (2’45”-2’50” per chilometro) perché è proprio a quel ritmo che si creerà una situazione molto simile a quella di gara. In gara il rendimento è per definizione superiore a quello di allenamento e pertanto l’assimilazione “automatica” di un ritmo tipo 16″5-17″0 per cento metri di allenamento porterà alla riproduzione altrettanto automatica di un ritmo attorno a 16″0 sui 100 metri in gara, prova ne sia che chi indugia in allenamento in modo sistematico su andature “matematicamente” uguali a quelle del ritmo gara poi si trova a partire ad andature che sono del 3-5% circa più veloci di quelle provate in allenamento.

Alla luce di tali considerazioni per l’atleta in questione potremmo considerare per ritmi lenti, simili o più lenti rispetto al ritmo gara tali andature: 1°) più lento del ritmo gara tutto ciò che viene corso ad andatura da 17″ e mezzo per cento metri in su. 2°) simile al ritmo gara ciò che viene corso ad andature comprese fra i 17″ e mezzo ed i 16″ e mezzo per cento metri e, 3°) più veloce del ritmo gara tutto ciò che viene corso a ritmo uguale o più veloce a 16″ e mezzo sui 100 metri. Una ulteriore partizione dei ritmi gara ci suggerirà a denominare poi in altri modo i ritmi decisamente più lenti di gara e quelli decisamente più veloci e così, sempre con riferimento a quel mezzofondista da 4′ sui 1500, potremo per esempio dire che effettua delle vere e proprie sedute di velocità o di resistenza alla velocità quando corre a ritmi più veloci di 14″5-14″ per cento metri e delle sedute di potenza aerobica quando corre a ritmi più lenti di 18″5-19″ sui 100 metri.

Con tale partizione è facile capire che l’argomento “ritmi gara” comprendendo quelli più lenti, quelli simili e quelli più veloci, offre un mare di possibilità applicative perché, sempre per lo stesso atleta di può andare da sedute parecchio veloci tipo dieci-quindici volte i 200 metri in 28″ o poco più a sedute che qualcuno potrebbe pensare che non influiscano nemmeno tanto sul ritmo gara, quali per esempio una marea di prove sui 400 metri a recupero molto breve (tipo 20×400 in 1’12” circa) che è un sistema tipicamente invernale per indugiare su ritmi non  molto distanti dal ritmo gara senza produrre grandi qualità di carico che in quel periodo possono risultare anche fastidiose.

Il ritmo gara stesso a seconda del momento della stagione potrà essere svolto con soluzioni applicative diverse e così si potrà andare da allenamenti tipo 7×600 in 1’40” corsi in inverno a 3×1000 in 2’46” corsi in periodo agonistico con l’accortezza di non svolgere la seduta troppo vicino alla gara per non stressarsi inutilmente.

IL CAPITOLO CHE NON AVREI MAI VOLUTO SCRIVERE: LA PAUSA FORZATA DALLA CORSA PER MOTIVI SOCIALI TIPO IL CORONA VIRUS.

Questo è un “non capitolo” che non avrei mai voluto scrivere ma che in qualche modo dovrò buttare giù perché durante la stesura di questo testo ho anche portato un po’ sfiga alla corsa se è vero che è piombato fuori, se vogliamo abbastanza all’improvviso, il corona virus.

Con il corona virus di certo i podisti non se la passano bene nel senso che non sono allenati a stare a casa non sono allenati alla sedentarietà e pertanto a fare i sedentari stanno peggio dei sedentari veri.

In qualche regione d’Italia stando entro i 200 metri da casa con molta prudenza forse qualcosa si può fare ma bisogna leggere molto attentamente le varie disposizioni per non incappare in multe molto salate, in altre regioni non si può proprio far nulla anche perché anche se non è il governatore della regione a venirti a pigliare per un orecchio sono i cecchini appostati alle finestre a spararti appena ti vedono muovere un passo di corsa. Pare che ci sia un po’ una caccia all’untore ed insomma il podista viene visto come colui che non avendo un cacchio da fare si diverte ad andare in giro ad appestare l’aria e a sporcare l’asfalto quando magari è un padre di famiglia che esce alla mattina presto in una stradina deserta e se incrocia qualcuno gli sta a cinque metri di distanza per essere sicuro che il suo sbuffare non sia “patologico” e corre solo per tenere alte le difese immunitarie  e poter far meglio il suo mestiere di recluso nel resto della giornata.

Non potendo entrare nella disputa se sia più pericolosa quella mezz’ora di corsa o andare a prendere le sigarette o andare in farmacia ad acquistare un farmaco assolutamente inutile quali sono molti dei farmaci acquistati dagli italiani malati di “consumismo farmacologico” mi limito a riportate altre mie osservazioni maturate in altri tempi nei quali il corona virus manco si sapeva cos’era ma personalmente ho già dovuto sperimentare l’astinenza da corsa come devono fare la maggior parte dei podisti italiani in questi giorni.

Ebbene in tale situazione l’unica cosa che ci viene in soccorso è una grande capacità di differimento della situazione che corrisponde alla capacità di reagire con una grande fantasia alla situazione deprimente. Praticamente invece di reagire alla situazione in modo analitico e razionale andando a chiedersi perché uno può uscire per acquistare le sigarette ma non per correre, perché può uscire per andare ad acquistare un farmaco inutile intasando una farmacia e creando problemi ad un luogo molto sensibile, invece di pensare a queste cose che fanno venire il sangue marcio deve pensare che non c’è tempo per risolvere i problemi dei podisti che tutto sommato sono cagate esistenziali e il podista deve dimostrare di essere superiore al fumatore incallito, superiore al farmaco dipendente cronico che senza andare in farmacia non sopravvive anche se in realtà non ha bisogno proprio di alcun farmaco.

La capacità di differimento è quella che ti consente di pensare al futuro quando pensare al presente è molto difficile e fonte di stress, anche se un futuro vicino si fa fatica a vederlo e ad immaginarlo perché comunque si sa che sarà costellato da problemi esistenziali che vanno al di là della corsa.

Ecco, che deprime il podista in genere è che viene visto come podista punto e basta non come persona che magari ha perso il lavoro e chissà come e se lo ritroverà o come persona che comunque è inserita in un tessuto sociale che ha subito danni pazzeschi in tutti gli ambiti, il podista viene visto esclusivamente come podista e pertanto appartenente ad un mondo delle favole che in una situazione emergenziale deve in ogni caso essere abbattuto. Insomma se uno è stressato perché la vita è difficile può fumare o acquistare farmaci inutili ma non può correre perché correre non è nemmeno un vizio, è un vezzo radical chic ed è giusto che ti sparino dalle finestre se vedono che fai finta di niente.

In realtà il podista non fa mai finta di niente. soffre come un cane e talvolta soffre talmente tanto che si vergogna e rinuncia a correre anche laddove le mille intepretazioni degli infiniti decreti legge lascerebbero qualche residua opportunità.

La capacità di differimento del podista è quella che può farlo sopravvivere e deve averla sviluppata quando ha avuto qualche infortunio, quando qualche altra volta per qualche stramaledetto motivo è stato costretto a stare fermo. Da questo punto di vista sono più fortunati quei podisti che si sono già dovuti fermare altre volte per periodi piuttosto lunghi ed hanno avuto occasione di dover sviluppare questa capacità di differimento, questa fantasia. Per assurdo i più sfigati di tutti sono quei podisti che non hanno mai avuto nemmeno un infortunio e pertanto non essendosi mai fermati si trovano in una situazione del tutto nuova, praticamente ingestibile. Per rincuorare questi bisogna dir loro che il vero podista è uno che deve anche essere in grado di sapersi fermare. Primo, per un motivo razionale, perché se non  sei capace di fermarti quando necessario al primo infortunio serio che ti arriva fai un disastro perché non riesci a darti i giusti tempi di recupero e, secondo, perché anche da un punto di vista psicologico il vero podista è quello che deve aver assaporato anche, nel bene e nel male, l’assenza della corsa. Solo in quel modo poi potrà essere più tempestivo quando dovrà fermarsi per non fare disastri, solo in quel modo può capire davvero perché in ogni sua pianificazione esistenziale è opportuno che tenga conto della corsa, perché fin che non ha provato a fermarsi non sa a cosa va incontro.

Tutti i vizi sono brutti, quello della corsa, se così lo si può definire, provoca un’assuefazione che è fra le più forti. Se non ci credete, quando sarà passata questa buriana, provateci, fumatori incalliti, consumatori ipocondriaci di farmaci inutili e malati di shopping compulsivo in genere.

DIFFICOLTA’ APPLICATIVE DEL METODO DELL’ESASPERAZIONE DELLA DEVIANZA NELL’OTTIMIZZAZIONE DELLA TECNICA DI CORSA

Ricordo uno sketch molto battuto del comico Renato Pozzetto che sintetizza bene quanto voglio scrivere ora al riguardo di alcune difficoltà nella messa a punto della tecnica di corsa grazie al metodo dell’esasperazione della devianza. C’era una voce fuori campo che diceva a Renato Pozzetto: “Adesso fai una faccia triste, bene, adesso una faccia allegra bene, adesso una faccia arrabbiata, ok e adesso una faccia serena…” e così avanti e lui faceva sempre inesorabilmente la stessa faccia. Vi sono atleti ai quali puoi dare tutti gli input che vuoi che continuano a correre sempre nello stesso modo. Io sono convinto che per questi atleti sia molto utile applicare il metodo dell’esasperazione della devianza, il punto è che non si sa da che parte partire, come affrontare la questione.  A meno che questi atleti non abbiano un’anomalia marcata nella tecnica di corsa che si rende bene evidente e che ci da un appiglio per andare a portare delle soluzioni applicative può essere che brancoliamo nel buio alla ricerca di stimoli che non producono alcun effetto. qualsiasi sia la cosa che diciamo l’atleta in questione continua a correre sempre nello stesso modo.

Sono convinto che questi atleti possano beneficiare particolarmente di questo tipo di messa a punto della tecnica di corsa anche se non riusciamo a lavorare su una particolare devianza e credo che il primo obiettivo sia proprio portare dei “rumori” alla tecnica di corsa per poterla “scardinare” nel bene e nel male. Non mi pongo nemmeno il quesito di quale sia un particolare aspetto tecnico da analizzare ma perseguo l’obiettivo di aumentare l’alfabeto motorio, di offrire la possibilità di nuove sensazioni al riguardo della tecnica di corsa. Se l’atleta riesce a sentire qualcosa di nuovo sono convinto che già un obiettivo sia stato raggiunto anche se esternamente non si vede nulla e pare che il messaggio non sia andato a buon fine. Bisogna considerare che generalmente questi atleti hanno una corsa molto calcificata e pertanto anche piccole variazioni della stessa per loro possono essere percepite come grandi variazioni anche se non sono assolutamente visibili esternamente.

Perché il confronto con il tipo di corsa comunemente adottata possa essere positivo la variazione suggerita dovrà essere di bassa entità altrimenti è chiaro che verrà prodotta una corsa surreale totalmente avulsa da un contesto razionale e che non può fungere in alcun modo da riferimento per approdare ad un qualcosa di nuovo ma concretamente utilizzabile.

Mancando una discreta sensibilità in proposito la variazione “fine”, quella probabilmente utile farà fatica ad essere riconosciuta ed adottata e se viene innescata in qualche modo sarà importante perseguirla anche se non visibile dal tecnico. Il fatto che l’atleta riesca a percepire qualcosa di nuovo è la prova che una qualche variazione è avvenuta, chiaramente se questa variazione non è percepibile visivamente potrà solo essere raccontata dall’atleta e la precisione di questo racconto potrà portare il più grande numero di informazioni per procedere con tentativi ulteriori.

Chiaramente qui si va sempre per prove ed errori e la bontà della prova potrà essere giudicata con maggior efficacia ancor più dall’atleta che dal tecnico perché non conta nulla una variazione della tecnica di corsa apparentemente positiva ad un’analisi esterna se poi non porta a reali e concreti benefici nell’esecuzione del gesto corsa.

Troppo spesso accade che l’atleta, sperimentando qualche variazione, incappi in qualcosa che apparentemente può essere utile, poi se chiedi all’atleta di correre in quel modo lui ti risponde che è semplicemente impossibile. Che quel tipo di corsa riesce a riconoscerla, può riprodurla ma richiede un gesto decisamente poco istintivo, non economico e che non si può in alcun modo tradurre in una tecnica di corsa utilizzabile per quell’atleta.

Se, al contrario lui riesce a percepire qualcosa di utile quella è la strada da battere anche se apparentemente, dall’esterno, non porta a nessuna variazione significativa.

Insomma l’applicazione di questo metodo deve essere decisamente difficoltosa per il tecnico che può fare molta fatica a fare dei distinguo su mille sfumature difficilmente percepibili ma non deve essere troppo faticosa per l’atleta perché se è così vuol dire che si sta muovendo nel campo delle ipotesi non proponibili. Una corsa più valida è una corsa più facile e non una corsa che richiede particolari tensioni.

Semplificando in modo maldestro possiamo dire che essenzialmente tentiamo di migliorare la corsa in due modi: andando sempre più veloci oppure modificando la tecnica di corsa, non sempre le due cose sono coincidenti almeno in un primo momento. Può capitare che un’atleta riesca a correre sempre più forte senza modificare la tecnica di corsa, per il solo fatto che sono migliorate le capacità condizionali, le doti organiche. Oppure può capitare che un atleta migliori la tecnica di corsa senza riuscire a correre più forte. In questo secondo caso, se davvero c’è stato un miglioramento della tecnica di corsa, l’atleta si renderà conto di essere approdato ad una tecnica di corsa più economica, più funzionale e pertanto tale miglioramento anche se non contemporaneo sarà la premessa per un successivo incremento del livello prestativo.

MA LA CORSA E’ PIU’ FATICOSA O PIU’ DIVERTENTE?

Questa domanda, molto più atterrante delle speculazioni sulla messa a punto del metodo dell’esasperazione della devianza e di apparentemente semplice formulazione in realtà è molto insidiosa e centra un problematica che investe milioni di potenziali podisti e cultori della corsa in genere. Diciamo pure che “La corsa fra fatica e divertimento” potrebbe essere il titolo di un libro sulla corsa tanto tale dicotomia è sbandierata a tutti i livelli. Non c’è dubbio che si tratti di dicotomia perché il culto della fatica, ancorché  circondato da aloni leggendari di virtuosismo è comunque un culto di impegno, di sacrificio con connotati che non sono del tutto positivi in una società che impegno e sacrificio ne richiede praticamente in tutti gli ambiti, mentre il concetto di divertimento anche se richiama a istinti meno nobili ha connotati che potrebbero anche essere più interessanti nella ricerca di un equilibrio psicofisico che vada a porre rimedio agli squilibri creati dall’eccesso di competitività della nostra società.

Praticamente avere un ambito dove il divertimento riesce a prevalere sulla fatica è una cosa molto opportuna per molti di noi che non sono alla ricerca di ulteriori gravose fatiche oltre a quelle imposte dalla normale routine quotidiana. Diciamo pure che il risultato di questo bilancio fra divertimento e fatica può essere l’elemento che fa propendere verso una scelta di adozione della corsa per vivere meglio o verso l’abbandono di questa per semplificarsi l’esistenza.

Curioso sostenere (ma è una tesi che penso di potermi permettere di sostenere dopo oltre 45 anni di frequentazione del mondo della corsa) che la variabile che si può più facilmente influenzare è proprio quella della fatica perché quella del divertimento, che pur è una variabile, è più difficile da influenzare. Per regolare la fatica c’è come una specie di termostato a rotellina che si gira da una parte o dall’altra, a seconda dei gusti e che si impara a girare sempre con più finezza e precisione man mano che si va avanti con la pratica sportiva. Per regolare il livello di divertimento non c’è solo una semplice rotellina e magari fosse così perché tutti sarebbero a girare quella rotellina in modo spasmodico per ottenere il massimo divertimento possibile dalla corsa.

C’è da dire che il livello di divertimento può anche essere correlato con il livello di fatica e, contrariamente a quanto possono pensare i gladiatori dell’era moderna è generalmente inversamente proporzionale alla fatica impiegata nel gesto atletico. Se nella filosofia dei gladiatori più il gesto era impegnativo, faticoso e più era leggendario e dunque profondamente divertente, adesso ad eccetto di qualche eccentrico che si diverte a scommettere sulla Maratona di New York magari pure con una preparazione raffazzonata (cosa che dovrebbe essere semplicemente vietata dai medici di medicina dello sport i quali talvolta intervengono in modo pesante per molto meno) il concetto di divertimento nella corsa è più facilmente correlato con livelli di fatica razionali, gradevoli e decisamente sopportabili.

Non è raro, al giorno d’oggi sentir dire “Non è che abbia fatto questo gran risultatone ma sono contento perché ho avuto delle buone sensazioni, non ho fatto sta gran fatica e ho gustato la corsa”. Chi dice così vuol dire che di corsa ne ha già masticata abbastanza, che come minimo un certo gusto per la corsa l’ha già sviluppato e che ha i numeri per riuscire ad azionare la rotellina del “termostato fatica” nel migliore dei modi. Chi respinge la fatica gratuita impara a dosarla, a contenerla e a fare in modo che un eccesso di fatica non vada a scalfire il sano divertimento che deve sempre esserci in ogni singola uscita di corsa. Agendo sul livello di fatica possiamo probabilmente anche agire sul livello di divertimento poi è giusto ammettere come possa dipendere anche da molti altri fattori ed allora per esempio un allenamento in una serata fredda e magari pure piovosa può anche essere abbastanza noioso anche se il livello ideale di fatica è stato centrato ad arte mentre in una seratina fresca ma gradevole di primavera un allenamento anche decisamente troppo faticoso può passare alla storia come un momento molto gratificante (soprattutto se a quella elevata fatica sono corrisposti risultati significativi).

Abbastanza scontato dire che l’obiettivo finale è divertirsi con la corsa ed il mezzo per divertirsi è impiegare una certa quantità di fatica. Sono in via di esaurimento i pazzi che più fanno fatica e più si divertono (con una parola sola si chiama sadomasochismo) come si può tranquillamente affermare che non esiste podista che correla il suo divertimento esclusivamente a stati di fatica sempre meno percepibili. Se l’unico obiettivo è fare meno fatica possibile uno se ne sta a casa fermo sul divano punto e basta. Pertanto anche il sano obiettivo del contenimento della fatica e della razionalizzazione del gesto sportivo (perché alla fine è questa che dobbiamo perseguire per fare meno fatica) è finalizzato alla produzione di un gesto sportivo di qualità superiore e quindi più divertente dove il rapporto fatica/rendimento è a vantaggio di quest’ultimo.

In sintesi ci divertiamo quando riusciamo a produrre una buona corsa senza fare tanta fatica, anche se bisogna ammettere che un gran numero di veri agonisti di fare meno fatica non gliene frega praticamente nulla concentrati come sono su un elevato rendimento agonistico. Cominciano ad interessarsi al contenimento della fatica quando scoprono che è essenziale per poter scoprire anche cose che permettono di correre più veloce.

Si è passati pian piano da un concetto di fatica visto come demone da sconfiggere e dove vantarsi che anche se questo demone ci attacca ripetutamente riusciamo a proseguire indefessi e senza tentennamenti ad un concetto di fatica razionale, alleata per capire meglio i meandri delle varie metodologie di allenamento. Mentre una volta la fatica era importante non sentirla  e basta o meglio riuscire a sopportarla anche in grande quantità facendo finta che non esista e che non condizioni la nostra preparazione più di tanto, adesso si tende ad analizzarla, a studiarla, a capirla a farsela un po’ strumento utile nel processo di evoluzione dell’apprendimento sportivo.

Un tempo il vetero doping, che era quel doping casuale inventato con grande fantasia da atleti che non si affidavano a nessun medico e facevano tutto di testa loro, prevevedeva l’utilizzazione anche di sostanze vietatissime che avevano l’unico scopo di inibire le sensazioni di fatica. In questo modo l’atleta non è che non facesse fatica ma si metteva solo nella condizione di non sentirla e così accadevano veri e propri disastri tipo atleti stramazzati al suolo che in circostanze normali avrebbero finito la gara con diversi risultati ma senza alcun danno fisico. Nel doping moderno il rapporto con la fatica è decisamente diverso nel senso che il dopato ai giorni nostri di fatica ne fa meno dell’atleta che non si dopa ed è proprio per quello che molti continuano a cedere alla tentazione del doping. Nessuno si  sogna di inibire la fatica con sostanze pericolosissime e che migliorano di poco le prestazioni. La fatica è giusto sentirla anche perché se la senti vuol dire che sei abbastanza vicino ai tuoi limiti ed uno degli obiettivi del doping moderno è proprio fare in modo che tu possa reiterare una prestazione sportiva di alto livello senza stressare troppo l’organismo. Siamo al paradosso che si stressa di più chi non si dopa perché deve impiegare livelli di fatica (fatica autentica, non solo percepita e/o fittizia) superiori per giungere alla stesso risultato. Un tempo spariva dalla scena chi si dopava in modo scriteriato e che in modo del tutto casuale centrava qualche risultato strano, adesso sparisce più facilmente dalla scena l’atleta che rifiuta i vari trattamenti farmacologici ed in qualche modo, a prezzo di grandi sacrifici, riesce comunque ad ottenere risultati di ottimo livello ma poi, non essendo Superman, non riesce a reiterarli con continuità se non si sottopone a trattamenti che hanno l’obiettivo di rendere fisiologico ciò che fisiologico in realtà non è. Attenzione che questa potrebbe sembrare un’ ode ai trattamenti farmacologici moderni (considerati a livello legale dopanti o meno non conta, in questa sede la disputa non è a livello legale…) quando io invece sono fermamente convinto che anche se con il doping riusciamo a contenere in modo autentico la fatica (senza inibirla a livello artificiale ma proprio mettendo l’atleta in grado di prevenirla con capacità condizionali superiori) sia opportuno scegliere altre strade utilizzando la fatica, inevitabile nella produzione di un gesto sportivo di qualità non come quell’accidenti che va sopportato punto e basta ma come quell’elemento che siccome è onnipresente non è il caso di sopportarla a dismisura, va considerata attentamente  e, proprio perché non mi dopo viene accettata come segnale per capire che il mio organismo è già in una situazione potenzialmente stressante e di sovraccarico.

Non c’è nessun atleta che non fa fatica, la fa chi si dopa e la fa chi non si dopa. Chi non si dopa in più fa la fatica di non aver l’opzione di affidarsi alla chimica per porre rimedio a certe situazioni limite. Non è incrementando la sopportazione della fatica a dismisura (torneremmo alla filosofia dei gladiatori e del vetero doping ad agire così) che si pone rimedio a questo inconveniente ma semplicemente riducendo i carichi di allenamento e tentando di razionalizzarli per fare in modo che siano certamente efficaci anche se ridotti in volume.

L’atleta amatore che non abbia strane idee (l’epico culto della fatica o strane idee sugli integratori alimentari usati più o meno con lo stesso spirito del doping anche se sono sostanze che difficilmente alterano il rendimento sportivo e più che altro fanno solo bene alle tasche di chi li vende…) deve agire un po’ con questo metodo perché anche lui, in quanto amatore, si trova nell’impossibilità di aumentare a dismisura i carichi di allenamento e pertanto in alleanza con le immancabili sensazioni di fatica deve inventarsi come variare la preparazione per fare meno fatica e correre in modo più efficace. Ci si diverte se si funziona meglio, non se si riesce a fare sempre più fatica.

CONSIDERAZIONI SUL MOVIMENTO DEL SEGMENTO COSCIA NELL’AZIONE DI CORSA (E SUL MITICO “ALZA LE GINOCCHIA!”…)

Abbiamo tentato di sviscerare ulteriormente il concetto di “fatica” perché, con rifermento alla corsa, è una cosa che può condizionare il divertimento e la giocosità della stessa ma ovviamente anche il rendimento, la qualità della prestazione quando ci si va a riferire a delle competizioni sportive.

Una curiosità sulla “giocosità” che è l’emblema del divertimento: guardate i bambini, che sono professionisti del gioco, quante volte corrono in modalità di accumulo di acido lattico, praticamente mai. I bambini quando iniziano ad accumulare acido lattico si fermano praticamente sempre, gridano “Aribandus” e se tenti di pigliarli è più facile che reagiscano con qualche gesto maldestro piuttosto che si rimettano a correre subito. Eppure i bambini non sono degli scansafatiche, sono capaci di farsi anche chilometri di corsa veloce (non lenta, da maratoneta…) in una giornata di gioco ma evitano sistematicamente le corse con produzione di acido lattico. Il motivo? Per dirla in termini molto tecnici la corsa con produzione di acido lattico è una vera rottura di scatole. Da sensazioni di fatica che non hanno nulla a che vedere con il normale sprint di breve durata della corsa veloce. Non è divertente per i bambini, diventa divertente per gli adulti che ci fanno la gara dei 400 metri (e aggiungiamo pure gli 800 metri che anche se non sono una gara di velocità danno comunque una produzione di acido lattico molto rilevante) e si divertono vincendo le gare, non certo scappando dal bambino che vuole raggiungerci per la milionesima volta nella giornata di gioco. Impensabile che un ragazzino si metta a fare le ripetute sui 400 o  sui 300 metri per raggiungere un ragazzino che scappa molto bene, alla seconda o terza prova è finito il gioco e non ne vale certamente la pena.

Tutto questo preambolo per dire che scappiamo comunque dalla fatica che è un limite alla prestazione nella corsa e ci scappiamo da bambini anche se abbiamo molta voglia di giocare come ci scappiamo da adulti anche se abbiamo tanta voglia di vincere i 400 metri che sono la specialità forse meno “giocosa” che possa esistere dell’atletica leggera.

In questa lotta al demone della fatica (e per questo tutto tale preambolo) compare come per incanto il mitico “Alza le ginocchia” degli allenatori “un tanto al chilo” che giustamente ci sono dappertutto, sui campi di atletica, sui campi da calcio, nelle palestre dove si gioca a Basket e a Pallavolo e poi vai a scoprire che sono pure più bravi degli altri oltre che indispensabili ed il loro ruolo è talmente importante che ci siamo pure messi in testa che in effetti per correre bene bisogna alzare smisuratamente le ginocchia, non perché bisogna tollerare che dicano anche delle immani fesserie visto che sono bravi ed indispensabili ma perché se lo dicono loro vuol dire che forse bisogna proprio fare così.

Ora io non sto dicendo che questi non siano bravi perché continuano a dire “Alza le ginocchia” più o meno 50 anni dopo che ci siamo resi conto che alzare troppo le ginocchia nell’azione di corsa non serve proprio a nulla ed anzi con riferimento a certe specialità porta ad un gesto decisamente antieconomico, ma dico solo che bisogna avere il coraggio di far capire a questi tecnici che a volte dicono (urlano pure…) cose che non stanno né in cielo né in terra perché anche se sono indispensabili con il loro bagaglio di esperienza ed umanità devono avere l’umiltà di capire che devono evolversi pure loro.

Lo so che scrivendo tali cose mi metto dalla parte di una minoranza di pazzi scatenati e che scrivendo che “Alza le ginocchia” è stretto parente di “Spingi di più!” divento una specie di terrapiattista ma rispetto ai terrapiattisti ho delle freccie in più al mio arco. Mentre dimostrare che la terra è piatta è molto difficile, dimostrare che alzare molto le ginocchia e spingere di più serve solo ad aumentare le sensazioni di fatica della corsa ma non il suo rendimento non è tanto difficile. Poi anche questa dimostrazione mostra i suoi limiti e come continuano ad esistere i terrapiattisti continueranno sempre ad esistere anche quelli che sono convinti che per correre bene bisogna alzare molto le ginocchia, spingere come degli ossessi e aggiungiamoci pure correre esclusivamente prendendo contatto con l’avampiede in tutte le specialità (pure la maratona…) così caliamo un grande tris d’assi. Io sono conscio che queste cose che scrivo non potranno essere bruciate come accade al libro eretico che fa da sfondo alle questioni torbide del romanzo “Il nome della rosa” per il semplice motivo che queste cose non sono stampate da nessuna parte e sono solo qui in digitale ma mi rendo perfettamente conto di andare a confutare cose che per molti addetti ai lavori non sono confutabili tanto è vero che chi sostiene le cose che vado ad argomentare si prende pure la patente di teorico che non conosce la realtà di campo. Allora, prima ancora di formulare il mio anatema, sostengo che non si può conoscere la realtà di campo se si continua ad agire sempre e sistematicamente in un solo modo senza mai aver provato cose diverse e ad ipotizzare che la realtà possa essere anche laddove non molti pionieri hanno provato ad avventurarsi.

Quindi, con molta calma e sfrontatezza: alzare troppo le ginocchia nell’azione di corsa è una grandissima fesseria per un motivo squisitamente biomeccanico, c’è una dispersione di energia verso l’alto e dovrebbe bastare questa affermazione per confutare tutto quanto immaginato dai più fino ad ora.

La dimostrazione si fa sul campo con i fatti, non a parole su un testo che tratta di corsa, ma visto che tale concetto non appare credibile bisogna trovare altre parole per rinforzarlo.

Analizzate per un  momento tre gesti sportivi: il salto in alto, il salto in lungo e la corsa. Sono tre gesti molto diversi fra loro, sono talmente diversi che la corsa che è il terzo dei tre gesti e compare anche come introduttivo degli altri due in questi due è diversa da quella normale tanto sono diversi i gesti finali dell’alto e del lungo. La corsa esiste come corsa semplice (il terzo elemento oggetto d’analisi) oppure come corsa di “rincorsa” e che sia rincorsa di salto in alto o rincorsa di salto in lungo cambia ulteriormente. Adesso non voglio soffermarmi sulle differenze tecniche fra la corsa che serve da rincorsa al salto in alto, molto particolare eseguita pure in curva per preparare il valicamento con la tecnica Fosbury e quella per il salto in lungo, per certi versi più semplice anche se più veloce ma rettilinea con un terribile vincolo che è quello di prevedere con precisione l’ampiezza dei passi per arrivare più precisi possibile sull’asse di battuta. Mi interessa semplicemente analizzare la posizione del segmento coscia (l’altezza del ginocchio) nel gesto finale salto in alto, salto in lungo e nella normale azione di corsa, dopo la fase di lancio. Partiamo dal salto in alto. Nel salto in alto il ginocchio sale tantissimo, sale tantissimo perché si deve andare in alto, se il ginocchio non sale in alto in fase di stacco vuol dire che quello è un finto stacco, non è nemmeno uno stacco, è impossibile andare in alto se il ginocchio non si solleva molto in fase di stacco, si “entra” letteralmente di ginocchio che punta verso l’alto. il salto in alto è un gesto molto complesso perché prevede la trasformazione di un’ energia che ci sta spostando in orizzontale improvvisamente su un vettore verticale per cui quella che sembrava un’azione di spostamento, pur se in curva, del corpo solo verso avanti diventa improvvisamente un’azione di spostamento in alto con tutte le azioni compensative di questo cambio di progetto che ne conseguono. In realtà non c’è nessun cambio di progetto, è tutto finalizzato semplicemente ad andare più in alto possibile ed è per quello che la corsa è curva ed è per quello che non è alle velocità assolute tipiche della rincorsa del salto in lungo. Di tale aspetto ne sa qualcosa il nostro gigantesco Tamberi che nel tentativo di fare una rincorsa più veloce per trasformare ancora più energia in verticale per farlo salire oltre il suo limite si è trovato a doversi curare il piede di stacco per un periodo stramaledettamente lungo. E’ molto difficile trasformare l’energia in orizzontale in energia verso l’alto e la maestria dell’altista sta anche in questa abilità di trasformazione. Il lunghista ha un compito leggermente più facile anche se il suo compito diventa difficile perché con la scusa che la rincorsa è in rettilineo ed è teoricamente quasi una corsa normale si ritrova a dovere centrare quasi al millimetro l’asse di battuta alla velocità di 40 chilometri all’ora e viene un po’ in mente la sula che per pigliare il pesce che viene a pelo d’acqua gli piomba addosso ai 100 chilometri all’ora con una precisione talmente elevata che un centesimo di secondo in più o un centesimo di secondo in meno vuol dire pasto garantito o pasto saltato (il famoso “salto del pasto”…).

Ebbene, lasciando perdere questi problemi tecnici del lunghista (e pure della sula) possiamo comunque analizzare che nel momento di trasformazione (violenta) dell’azione di corsa in salto che permette di andare più in orizzontale possibile il lunghista da una botta terribile sull’asse di battuta e sale molto con il ginocchio dell’arto libero anche se in modo molto più ridotto rispetto all’angolazione del segmento coscia dell’altista. Nel salto in lungo in realtà il saltatore per andare più avanti possibile va verso avanti-alto (non a caso i tecnici fanno provare ai principianti il salto in lungo con un ostacolo fra asse di battuta e zona di atterraggio per far prendere l’abitudine agli allievi di andare anche un po’ in alto oltre che in lungo). Così riusciamo a distinguere il buon lunghista dal semplice velocista che di lungo non ci capisce niente anche per il fatto che il primo azzecca una traiettoria ottimale per scagliare il suo corpo più distante possibile mentre il secondo, pur disponendo di una grande velocità di entrata sull’asse di battuta (forse anche superiore a quella del lunghista), non riesce a “zompare” e termina radente veloce come un missile dopo un volo che è molto più breve di quello del lunghista vero. Ho scritto “veloce come un missile” ed è questa cosa che caratterizza l’azione del velocista che non sa saltare. Il lunghista vero trasforma la velocità orizzontale in un vettore che anche se non è quello dell’altista è comunque diverso da quello della corsa comune. Il passo di stacco è completamente diverso dagli altri, è una specie di improvvisa frenata che catapulta l’atleta avanti facendolo passare da un punto che è mediamente molto più alto della quota alla quale si verifica la rincorsa. Insomma pur non essendo un salto in alto si va “anche” verso l’alto ed è per questo che c’è una gran frenata perché c’è una trasformazione dell’energia che ci stava trasportando velocemente solo in senso orizzontale verso un altro tipo di energia che anche se ha la funzione di spostarci comunque in orizzontale ha cambiato improvvisamente paradigma:  non più orizzontale con tanti passi velocissimi ma orizzontale, un pochino in alto, con un unico passo dove la velocità non conta più. Il vero lunghista sta per aria un’eternità, non atterra più, a differenza del velocista che non sa cambiare vettore e atterra subito. Il vero lunghista alza molto il ginocchio dell’arto libero, il velocista non è capace di fare questa azione.

Detto ciò l’analisi della corsa di chi corre e basta senza dover fare nessun salto né in lungo e tantomeno in alto non dovrebbe nemmeno essere necessaria. Non è assolutamente necessario alzare molto il ginocchio perché mai e poi mai si deve andare verso l’alto ma solo in orizzontale e nel modo più veloce possibile. Il ginocchio va alzato quel tanto che basta per produrre la massima velocità possibile, non di un millimetro in più perché quel millimetro produce un’azione su un vettore che non è quello della corsa e che può portare ad azioni tipo “ruote quadrate” che sono decisamente sconvenienti nell’azione di corsa.

L’argomento “ruote quadrate” chiama in causa anche l’altra frase mitica che si sente spesso gridare sui campi di atletica che è quel famoso “Spingi di più” che fa decisamente a cazzotti con ogni principio di economizzazione della tecnica di corsa. Non c’è dubbio che a parità di velocità prodotta l’atleta che corre meglio è quello che spinge di meno, per il semplice motivo che spingere costa energia e l’energia non è mai gratis, così come non ce l’hanno gratis le automobili (che nel terzo millennio continuano pure ad andare a petrolio inquinando in modo indecente il pianeta) non ce l’abbiamo gratis nemmeno noi che in un gesto sportivo decisamente costoso qual’è la corsa dobbiamo risparmiarne più possibile non  solo per fare meno fatica ma anche per correre più veloce perché senza energia non si corre veloce e chi la brucia malamente resta senza subito. Tale precisazione potrebbe far pensare che i velocisti possano alzare le ginocchia quanto vogliono e possano spingere quanto vogliono e la supposizione è almeno parzialmente vera nel senso che il velocista puro in effetti alza molto le ginocchia e anche se non le alza troppo (altrimenti non prende giri) si può pure affermare che in un’azione di corsa decisamente potente anche se alza il ginocchio un centimetro in più probabilmente questo non è l’errore tecnico che va ad inficiare in modo decisivo la sua prestazione. Così come è vero che il velocista puro spinge tantissimo, straccia quasi la pista e anche questa sua caratteristica (tipica dei velocisti moderni preparati molto in palestra) non va a creare danni consistenti sulla prestazione. E’ giusto però precisare che questa azione di corsa particolarmente prorompente va a mostrare i propri limiti già nella gara dei duecento metri dove almeno un minimo di economia di corsa occorre ed in tal senso il maestro della storia dell’atletica è stato il fenomenale Michael Johnson capace di correre i 200 metri in 19″32 e pertanto solo un pochino più lento del mitico Usain Bolt, capace di tutt’altre spinte. Grazie a questa economia di corsa Michael Johnson è stato capace di fare anche il record del mondo dei 400 metri anche se non era un quattrocentista ed in campo femminile ciò si può dire della formidabile quattrocentista cecoslovacca Jarmila Kratochilova che capace di 47″99 sui 400 si è permessa il lusso di fare anche il record del mondo degli 800 metri (1’53″28) grazie ad una grande economia di corsa.

Insomma le ruote rotonde sono importanti per tutti, non solo per i maratoneti e a parte qualche eccezione sporadica nella velocità pura (ma non possiamo certamente dire che Bolt non fosse rotondo anche se meno di Johnson) è una caratteristica imprescindibile degli atleti di alto livello.

Per cui, anche se può sembrare strano, l’atleta di alto livello è un atleta che non alza minimamente il ginocchio più di quello che deve alzarlo ed è pure uno che a parità di velocità rispetto agli altri spinge anche abbastanza poco e tale cosa è sempre più evidente man mano che si sale con la distanze delle varie specialità senza dover scomodare le corse su strada perché, per esempio, nei rigorosamente pistaioli 1500 metri ci sono degli atleti che corrono a 13″- 14″ sui 100 metri (che non è per niente lento, sono 26-28 chilometri all’ora) spingendo gran poco, alzando poco le ginocchia e producendo una corsa che sembra proprio quella di uno che non sa cosa fare e fa una breve corsetta tanto per scaldarsi un po’.

Il campione del mezzofondo si vede proprio da questo. Mentre il principiante corre con tensioni da velocista per arrivare a quelle velocità il campione del mezzofondo ci arriva a metà acceleratore, è assolutamente economico a quelle andature e pare che non spenda niente. Poi proprio perché è un mezzofondista se gli chiedi di andare sensibilmente più forte va in crisi e deve cambiare schema di corsa ma non è che il suo problema su quel tipo di corsa sia che “non alza le ginocchia e non spinge”, semplicemente non è un velocista.

Ovviamente visto che la scienza dello sport non è una scienza esatta ci saranno molti a contestare tutto ciò e si può pure restare dell’opinione che velocità o meno i canoni della corsa corretta sono avampiede, ginocchio alto e grande spinta. Esistono anche i terrapiattisti e non siamo ancora riusciti a convincerli che forse si sbagliano non vedo perché dovremmo questionare molto sul fatto che alzare esageratamente il ginocchio è solo fatica sprecata e non ha nessuna motivazione razionale nel gesto corsa.

L’ALLENAMENTO AZZECCATO: LA PARABOLA DEL CALZINO DA BANCHETTI

Non che voglia propormi come “Gesù Cristo dei tecnici” ma con riferimento all’argomento dell’allenamento più efficace mi viene proprio da esprimermi con parabole. Più volte ho insistito sul concetto di teoria del movimento più simile ad un’arte che ad una scienza. Le variabili sono talmente tante che codificare il processo di allenamento in modo scientifico (soprattutto degli atleti di alto livello) diventa operazione improba, quasi impossibile e poco attendibile.

L’allenamento “azzeccato” per conto mio somiglia molto alla “gara azzeccata” quella dove tutta una serie di circostanze giocano a favore e creano i presupposti per il risultatone. Chi gareggia molto sa che tante volte il risultato arriva anche in modo inaspettato e che il buon atleta non è quello che centra la gara perfetta nell’occasione più importante ma semplicemente quello che riesce a centrare un’ottima prestazione nell’occasione importante. Centrare un’ ottima prestazione vuol dire mettercela tutta e ragionare molto bene in una situazione ad alto stress nella quale i fattori di controprestazione potrebbero essere anche molti (uno fra tutti una eccessiva tensione agonistica, talvolta difficile da domare nei suoi effetti collaterali) e, insomma, anche grazie all’esperienza indovinare tutto ciò che si può umanamente indovinare. Centrare la gara della vita proprio nella circostanza più importante (per esempio alle Olimpiadi in certi sport dove l’Olimpiade è decisamente l’occasione agonistica più importante) per conto mio è semplicemente un fatto di culo supremo. Ci sono atleti che ci sono riusciti e sono pure tanti, ma che tutto vada alla perfezione proprio quel giorno mi rifiuto di credere che dipenda da un approccio scientifico alla competizione. Ci si mette tutto ciò che si può, poi il caso gioca la sua parte e, chiaramente più attenzione ci si mette e meno si lascia spazio al caso ma “in ogni caso” non si può escludere l’importanza del caso nella determinazione del risultato finale. Noi lo chiamiamo caso e forse non è corretto chiamarlo così, dovemmo semplicemente definirlo “l’insondabile”, diciamo con una definizione piuttosto semplice “tutto ciò che non siamo in grado di prevedere e pianificare secondo le nostre intenzioni”.

Cito spesso il salto in alto che tanto solleticava la mia fantasia da bambino (se non fossi stato ancora molto più disastroso nell’alto che nel mezzofondo certamente avrei scelto l’alto come specialità…) e come non citare il polacco Jacek Wszola, vincitore della medaglia d’oro nell’alto alle Olimpiadi di Montreal nell’ormai lontano 1976 con la misura di 2.25. Quel giorno Wszola riusci a battere gente molto più quotata di lui (uno fra tutti il favoritissimo Dwight Stones) ma ci fu un piccolo particolare a cambiare le carte in tavola: la pedana dell’alto era molto bagnata e non stava scritto da nessuna parte che la gara si sarebbe svolta solo con la pedana asciutta. Wszola vinse a sorpresa. Forse se avessero fatto cento gare su pedana bagnata le avrebbe vinte tutte, questo non si sa, si sa solo che in quelle condizioni, quel giorno fu lui a svettare su tutti gli altri.

Queste sono gare e la parabola del calzino da banchetti riguarda gli allenamenti perché anche gli allenamenti, come le gare, hanno in sé degli elementi di imprevedibilità che li rendono semplicemente unici. Questo lo pensiamo facilmente della gara che si svolge in luoghi diversi, con avversari diversi, con situazioni climatiche imprevedibili e tante alte cose difficili da prevedere. Dell’allenamento siamo portati a pensare che si svolga monotonamente in condizioni sempre uguali, facilmente prevedibili, tutto sommato codificabili. Anche se questa è l’apparenza la realtà è molto diversa e la parabola del calzino da banchetti (quanta aspettativa ci ho creato?!?…) ci viene in soccorso.

Se siete podisti incalliti, di quelli che macinano chilometri e hanno fatto fuori un sacco di calzini (oltre che di scarpe) ne converrete che ogni calzino è diverso dall’altro e pare impossibile perché ai banchetti ti sembrano tutti uguali, sono prodotti in gran serie, anche per costare poco, non c’è alcun motivo per cui devano essere tutti diversi fra loro. Ebbene quando trovate il calzino “magico” quello che proprio vi soddisfa, che lo trovate in modo del tutto casuale perché anche se avete ben chiaro in testa qual’è il vostro calzino ideale fate comunque una gran fatica a trovarlo, cosa fate? Lo conservate e prima che sia distrutto e impresentabile lo riportate ai banchetti per far vedere al rivenditore se può procurarvene dieci paia uguali. Se non siete fortunati è praticamente sempre terminato ed il rivenditore dopo avervene fatto vedere centomila tipi che ci assomigliano ma non sono uguali vi dice che ve lo può ordinare. Quando tornate a prenderlo non è mai uguale a quello che avevate acquistato, è molto simile, ha la stessa confezione è stato prodotto dallo stesso produttore ma molto semplicemente non è identico a quello che avevate sperato di avere voi. Diciamo che è di una partita diversa. Senza spiegare altre cose a questo punto potete capire perché un allenamento che sembrava essere il migliore possibile, quello più azzeccato e che riesce a produrre i migliori adattamenti non riuscite mai a ripeterlo. Anche l’allenamento risponde alla legge del calzino ideale. Ci si può andare vicini ordinate il modello giusto ma vi arriva sempre qualcosa di diverso perché non è la stessa partita anche se il produttore è quello.

Altro correlato del teorema per non essere deprimenti: è pure possibile che un altro calzino anche meglio di quello che cercate riusciate a trovarlo a forza di tentativi ma non è detto che lo troviate fra i più somiglianti a quello che andava tanto bene, anzi magari non ci somiglia per niente e con il nuovo modello andrete a caccia di un nuovo calzino “magico” tornando nella tragedia di non riuscire a trovarlo proprio uguale.

Per questo tentando di ripetere un allenamento uguale ad uno già fatto non è detto che ne fate uno ugualmente utile ed anzi è possibile che venga fuori qualcosa di molto utile e azzeccato da un’esercitazione nuova molto diversa da quella che avevate provato a replicare più volte.

Anche se si possono somigliare fra loro e alcune variabili non cambiano comunque tutti gli allenamenti sono diversi fra loro, se non fosse altro che per il fatto che non viviamo mai due volte lo stesso giorno (anche se in un esilarante film con protagonista Antonio Albanese ciò accade, il giorno, nel dettaglio è il 13 agosto, teoricamente anche un giorno apprezzabile ma vi garantisco che quando arriva il 14 agosto, pure piovoso ed orrendo, Albanese è decisamente contento).

Tutta questa filastrocca sta a ribadire la convinzione sull’impossibilità di prevedere in modo scientifico il processo di allenamento e di poter programmare con alta attendibilità delle sedute che possono avere buone possibilità di essere utili ma sulla reale efficacia delle quali non possiamo garantire nulla.

Non è una visione disfattista, se guardate il mezzo bicchiere pieno della parabola del calzino da banchetti capita che se ne trovi uno eccezionale che non somiglia per niente a quello che cercavamo. E per quello che bisogna essere possibilisti e sempre bene attenti. Ai banchetti ma anche sul campo sportivo.

ASPETTI TECNICI E TATTICI DELLA CORSA IN GARA

Se, con un certo semplicismo possiamo dire che, sia in gara che in allenamento, la cosa più importante è correre veloce e se impariamo a correre veloce in allenamento quasi di sicuro correremo forte anche in gara, analizzando la questione con un po’ di pignoleria potremmo scoprire che, paradossalmente, correre veloce non è importante né in allenamento e né addirittura in gara, per il semplice motivo che in allenamento la cosa più importante è allenarsi bene, mentre in gara la cosa più è importante è… vincere.

Com’è possibile che in queste due situazioni correre veloce, seppur importante e quasi sempre utile, non sia la cosa più importante? In allenamento il perché è abbastanza facile da capire. Se l’allenamento ha la finalità di prepararci meglio possibile alla competizione non è detto che la corsa più veloce possibile che sappiamo fare sia la più utile. Facendo un  esempio terra terra un atleta che sa correre gli 800 metri in 1’49” il giorno prima della gara può pure permettersi il lusso di correre una prova sugli 800 metri in 2′ o 2’05” senza creare nessuno stato di affaticamento che crei problemi ed anzi quella prova corsa ad intensità non troppo elevata può pure essere anche più utile della classica mezz’oretta di corsa chiacchierando che molti mezzofondisti sono abituati a fare il giorno prima della gara. Ma se lo stesso atleta corre una prova sugli 800 in 1’52” cioè praticamente al massimo di quanto riesce a fare in allenamento (se ci riesce, perchè ci sono ottocentisti da 1’49” che sotto 1’55” in allenamento da soli proprio non sono capaci di andarci…) e il giorno dopo ha la gara vien proprio da dirgli che non ha capito niente a meno che non si stia preparando a sostenere i turni elimanatori di qualche gara nella quale sono previsti questi con una distanza di un giorno fra il primo turno ed il secondo turno.

Pertanto non è certamente vero che più corri forte in allenamento e meglio è, bisogna valutare assolutamente tutte le condizioni ed i momenti dell’allenamento per dire questo e poi verrà fuori che, sì, ci sono dei momenti nei quali è opportuno correre molto forte anche in allenamento salvo che se uno riesce a correre addirittura più forte in allenamento che in gara si è soliti dirgli che è un autentico pirla che non si sa concentrare bene in gara dove un atleta capace di dominare le emozioni riesce a rendere certamente meglio.

Più difficile spiegare perchè possa non essere opportuno correre alla massima velocità in gara. Verrebbe istintivo pensare che questa sia la soluzione migliore per provare a vincere che è l’obiettivo finale. Tale evenienza soprattutto nelle gare di mezzofondo non è sempre vera. Può accadere che personaggi come l’ottocentista Rudisha partano in testa per andare a fare il record del mondo e vincere alla grande come è capitato anche alle Olimpiadi di Londra, ma nella maggior parte delle situazioni, soprattutto quando la gara ha esito incerto e non ha un vero e proprio leader indiscusso, non è così. In quel caso correre al massimo e andare in testa a ritmi forsennati può essere proprio un’ autentica scemata, una mossa che preclude un buon piazzamento finale dove altri atleti che hanno risparmiato energie sapranno sfruttare questa condotta scriteriata del battistrada per sopravanzarlo facilmente nel finale. Anche nelle gare di velocità dove pare non esistere alcuna componente tattica, la scelta di impressionare gli avversari tirando i turni eliminatori come se fossero la finale può rivelarsi ingenua ed inopportuna nel momento in cui il rendimento viene a calare proprio il giorno più importante, quello della finale.

Pertanto sia con riferimento all’allenamento che con riferimento alla gara ci sono un sacco di discorsi da fare sull’opportunità o meno di correre al 100% o di stare un po’ sotto alle proprie capacità massimali.

La corsa fra allenamento e gara è anche diversa proprio da un punto di vista tecnico. Per chi si allena da solo non ci sono problemi di adattamento al passo di nessun concorrente, di nessun compagno di allenamento e c’è invece la necessità di capire qual’è il ritmo giusto da fare, Questo discorso è decisivo in allenamento dove non essendoci niente da vincere ma solo da offrire uno stimolo allenante per il nostro organismo ci si chiede quale possa essere il ritmo giusto per raggiungere questo obiettivo. Abbiamo già visto che quel ritmo non è quasi mai quello massimo possibile o, al limite lo è solo poche volte in certi allenamenti particolari ed è proprio per questo che non è facile selezionarlo. Per assurdo il ritmo massimo, che è quello che richiede più fatica, è proprio il più facile da selezionare: basta mettersi a tavoletta ed il gioco é fatto. Ci sono atleti principianti che per poca esperienza o per una sorta di pigrizia mentale adottano questo sistema: non pensano a come corrono, corrono al massimo punto e basta. Quegli atleti, che generalmente sono atleti principianti perché l’atleta evoluto non fa certamente così, capiscono ben presto che devono un po’ pensare a come corrono e a dosare bene l’acceleratore altrimenti incappano in inconvenienti da sovraccarico funzionale in breve tempo e l’allenamento invece che un fisiologico processo di addestramento sportivo diventa un inutile e faticoso supplizio.

Quella capacità di dosare le energie diventa fondamentale anche in gara dove proprio quella capacità può essere quella a fare la differenza fra due atleti di pari valore e riuscire a determinare la vittoria di uno piuttosto che dell’altro. In gara, per esempio, è importante anche la capacità di saper correre in gruppo o al limite saper studiare le strategie per non stare dentro al gruppo se non si è capaci di farlo. A seconda del tipo di gare ci sono delle tematiche anche abbastanza complesse e, per esempio, trattando di 800 metri, mi viene in mente il rettilineo finale dove strategie particolari possono tornare utili anche se sembrano poco convenienti. Per esempio si dice che è sempre tatticamente utile correre “alla corda” per risparmiare strada e non fare più strada degli altri, secondo questa logica si consiglia di superare in rettilineo per non dover allargare troppo la traiettoria. La gara degli ottocento metri, almeno con riferimento agli ultimi 120-150 metri, ci smentisce su questo e ci fornisce diverse opzioni.

L’atleta, soprattutto se non dotato di grande cambio di ritmo, che esce in progressione agli ultimi 150 allargando molto anche se è ancora in curva può avere ragione in questa sua mossa strana per una serie di motivi.

Intanto se è un’atleta che non ha un rapido cambio di ritmo ci metterà un po’ di metri per raggiungere la massima efficacia della sua volata finale e pertanto non potrà aspettare troppo rischiando di essere al massimo della velocità quando gli altri sono già scappati definitivamente. Poi c’è da rilevare che i più pericolosi da superare sono proprio quelli che andranno sul podio e dunque gli ultimi che si pigliano, quelli che se tutto va bene vengono presi negli ultimi 40-50 metri. Sono più pericolosi per almeno due motivi: perché tendono ad allargare proprio negli ultimi metri per vincere e perché hanno doti di cambio superiori a quelle degli altri contendenti che non sanno reagire bene all’attacco.

E’ quasi matematico che se un ottocentista è fra gli ultimi nell’ultimo rettilineo vuol dire che è già abbastanza attaccato via e punterà, ben che vada, a prendere un bronzo se trova qualche cadavere che cede dai primi posti. Questi atleti vengono superati bene, non reagiscono e si riescono a superare bene anche in curva, pure nella fase iniziale di lancio della volata. Presentarsi molto larghi in retta finale anche se vuol dire aver fatto più strada, a patto che il battistrada non sia distante anni luce, è un’ottima cosa per andarlo a prendere. Essere larghi (terza, anche quarta corsia a seconda del traffico) vuol dire che nessuno si metterà in mezzo ad interrompere la nostra accelerazione perché tutti scelgono le corsie più vicine alla corda e, anche in un deplorevole tentativo di ostruzionismo nessuno si mette ad allargare di due corsie per stare avanti anche perchè questa azione diventa palesemente soggetta a squalifica se chi allarga in questo modo non sta superando nessuno in una corsia confinante. In rettilineo finale la velocità di chi ha lanciato la volata in corsia molto esterna aumenta di molto per due motivi. Primo motivo, anche se questo atleta è lento ad accelerare dopo cinquanta metri avrà già certamente raggiunto la velocità massima del suo sprint. Secondo, per un fatto geometrico in rettilineo quella velocità sarà effettivamente più evidente perché mentre in curva devi produrre una velocità superiore per rimanere a fianco di uno che procede più piano, in rettilineo quel discorso decade e dunque teoricamente il sorpasso avviene anche per il semplice motivo che essendo finita la curva la differenza di velocità reale si manifesta e porta avanti quello in corsia esterna. Altro vantaggio: se l’atleta viaggia largo si sente di meno di quello che passa proprio a fianco. Se il battistrada è in prima corsia percepisce in modo poco immediato il passaggio di un atleta che è in terza o quarta corsia e se ne accorge quando questo è inesorabilmente lanciato verso il traguardo anche perché se tutto accade come doveva accadere in questo progetto tattico ormai il traguardo è imminente e la differenza di velocità fra i due atleti è piuttosto sensibile per le condizioni sopradescritte. In breve, anche il più reattivo dei campioni fa fatica a reagire ad un sorpasso simile e si può ben dire che lanciare la volata in corsia esterna in quel caso è tornato utile.

Questi, ovviamente, sono discorsi tattici abbastanza complessi poi ce la famosa massima che recita che se uno è davvero forte vince in tutti i modi anche se è tonto tatticamente.

A seconda delle proprie caratteristiche l’atleta potrà essere portato anche in allenamento a scegliere per un certo tipo di addestrameno piuttosto che un altro. Chi è portato a fare gara di testa in allenamento non avrà nessun problema e potrà tranquillamente allenarsi da solo o anche in compagnia continuando a stare in testa. Chiaro che questo atleta quando cambierà progetto di gara potrà trovarsi con problemi di difficile risoluzione.

Chi è abituato a correre dietro potrebbe sentire la necessità di avere anche in allenamento dei compagni di allenamento che facciano il ritmo per avere la possibilità di mettere a punto meglio possibile la corsa da “inseguitore”.

Può sembrare strano definire una corsa da “inseguitore” come se questa avesse caratteristiche molto diverse da quella di chi è in testa. In effetti, almeno da un punto di vista psicologico la cosa è piuttosto diversa. Da un punto di vista tecnico l’inseguitore deve saper correre in gruppo se vuole stare molto vicino al battistrada, oppure può anche non essere necessaria quella dote se si accontenta di controllarlo a distanza. Un’ altra cosa dell’inseguitore è che almeno che non si possa permettere il lusso di avere anche uno o due metri di margine deve saper “marcare” con un termine preso a prestito dal calcio, l’avversario adeguandosi un  po’ alle sue improvvise variazioni di ritmo. Il sottoscritto che, pur avendo a cuore l’aspetto tattico, come inseguitore era un “pigro” e pertanto poco propenso a reagire immediatamente al comportamento di quelli avanti, amava stare “ultimo con distacco”. Dove quel distacco non poteva essere eccessivo per non diventare pericoloso ma era dettato dalla necessità di non frenare se il gruppo calava improvvisamente ritmo. In caso di gare molto nervose con continui cambi di ritmo quel piccolo distacco si traduceva nella possibilità di poter tenere un ritmo un po’ più uniforme e pertanto meno dispendioso energeticamente.

A parte queste cose di “geometria” la corsa di chi insegue è diversa anche perché il compito di chi insegue più che di regolare il ritmo è quello di fare meno fatica possibile e pertanto mentre il problema del ritmo non esiste perché è un problema al quale pensano quelli che conducono la gara, per l’inseguitore c’è una grande concentrazione a risparmiare energie, a fare in modo che la corsa prodotta a quel ritmo selezionato dai battistrada sia quella meno costosa possibile. Nel mezzofondo e anche nel fondo l’economia di corsa è molto importante e così come c’è chi dice che anche nel mezzofondo bisogna essere molto veloci perchè arrivati in fondo alla gara ci si gioca la stessa con finali che sembrano vere e proprie gare di velocità c’è anche chi dice che bisogna semplicemente essere arrivati in fondo alla gara avendo risparmiato molte energie perché visto che c’è da disputare una gara di velocità non si può certamente affrontarla partendo stanchi.

Per farla breve vi posso dire che se è vero che ho visto dei mezzofondisti vincere gare che sembravano vere e proprie gare di velocità ed erano effettivamente mezzofondisti molto veloci anche sul breve, posso pure dirvi di avere visto finali travolgenti da parte di personaggi che velocità di base praticamente non ne avevano. Diciamolo chiaro e tondo: ormai 12″5 sui 100 lo sa fare anche un maratoneta di alto livello.  12″5 da fermo vuol dire sotto i 12″ lanciato e con un 100 metri così si può vincere qualsiasi gara di mezzofondo, anche di 800 metri di qualsiasi livello e anche molto tattica. Per cui se è vero che chi può vantare tempi sui 100 addirittura vicini agli 11″ netti sui 100 ha un notevole vantaggio potenziale si può anche dire che lo stesso atleta se non arriva alla fase finale di gara in ottime condizioni può pure perdere da un misero mezzofondista che fatica a scendere sotto i 12″5 sui 100 metri.

Pertanto l’aspetto tecnico tattico delle corse di resistenza è molto complesso e non è per niente vero che nelle gare tattiche vince sempre quello che ha una velocità di base superiore agli altri.

CORRERE E “CORRERSI ADDOSSO”

La differenza fra correre e “corrersi addosso” è un po’ difficile da spiegare, non deve essere vista con l’intento di stabilire cosa sia “giusto” e cosa sia meno “giusto” perchè la corsa è sempre giusta, anche se la fate all’indietro (esistono anche della competizioni di corsa all’indietro, attenzione alla frattura del polso perché il polso quando si cade in avanti resiste abbastanza bene ma quando si cade all’indietro è più fragilino ed è a rischio frattura…) e fa comunque bene alla salute. Si vuole semplicemente distinguere fra correre e “corrersi addosso” per dare ulteriori sfumature al nostro lessico sulla corsa, al nostro modo di descrivere la corsa per “snaturarla” un po’ con le nostre elucubrazioni.

Partiamo col dire che, per certi versi, potrebbe anche essere considerato più “naturale” corrersi addosso che correre semplicemente. Perché? Perché correre è un gesto istintivo e può pure essere che lo facciamo anche senza pensarci su molto, così come viene, con lo stesso spirito con il quale il poppante la fa nel pannolino e non chiede di essere portato in bagno.

Lasciamo perdere un attimo questa immagine ed andiamo ad una forse più efficace per descrivere la differenza fra i due tipi di corsa. Guardate i padroni dei cani, quello che fanno con i loro cani: non tutti si comportano allo stesso modo. Ci sono quelli che portano a spasso il cane e il cane ubbidisce al minimo strattone di guinzaglio e fa tutto quel cavolo che vuole il padrone e poi ci sono i cani che portano a spasso il padrone ed in quel caso è il padrone che fa tutto quel cavolo che vuole il cane e se il cane decide di fermarsi venti volte in cento metri il padrone asseconda tutte quelle soste e attende paziente che il cane si faccia i cavoli suoi ed annusi tutto quello che vuole annusare. Difficile dire che un atteggiamento sia giusto e l’altro sbagliato. E’ chiaro che nelle scuole dove vi insegnano a portare il cane la prima cosa che vi insegneranno è che siete voi a portare a spasso il cane e non viveversa ma ci sono certi padroni che la pensano diversamente e dicono: “Ho un sacco di tempo libero, io posso fare proprio quel cavolo che ha voglia di fare lui, non ho nessun  bisogno di imporgli il rispetto dei miei tempi nell’uscita assieme, se lui vuole fermarsi “ogni pisciata di cane”, come si dice in gergo, è libero di farlo e a me sta bene così.”

Nella corsa, più o meno, è così. C’è chi va a correre e produce un certo tipo di corsa e c’è chi va a correre perché gli “scappa” di correre e non sa nemmeno cosa farà, andrà a sensazione e non sa nemmeno quanto starà fuori, dove andrà a correre e “come” correrà. In quel modo lì, io un lontano giorno dell’aprile 1981 stetti fuori a correre per quasi cinque ore, 4 ore e 46 minuti per l’esattezza, nella corsa più lunga che abbia mai fatto in vita mia, un innocuo allenamento da solo che mi ha insegnato molto di più di altri allenamenti rigidamente programmati e svolti con qualità di corsa decisamente superiori a quella molto bassa prodotta in circa 49 chilometri tranquilli tranquilli di quel leggandario giorno di aprile. Molto semplicemente stavo studiando per preparare la maturità e come studente ero già saltato per aria. Per esempio non mi andava che il mio giudizio di maturità fosse influenzato da un professore che non mi conosceva per niente ed in mezz’ora di domande del cavolo di un qualsiasi giorno che potevo avere anche il mal di pancia, avrebbe deciso se io ero “maturo” o meno. Così complice quel problema della scuola italiana, che guarda a caso, dopo 40 anni non è ancora stato risolto, mi trovai in una condizione idonea per la mia corsetta della salute di circa mezz’ora, un’ora al massimo come ipoteticamente preventivato ma non con troppa convinzione. Dopo mezz’ora di tornare indietro non ne avevo assolutamente l’idea perché a correre stavo molto meglio che a studiare e dopo circa due ore ed un quarto decisi di tornare indietro anche perchè altrimenti dopo un po’ mi sarebbe venuta fame ed insomma ero ad oltre 24 chilometri da casa e non era il caso di stare fuori ancora.

Indubbiamente quel giorno mi sono “corso addosso” e non ho controllato molto la corsa ma ho dimostrato che a volte anche corrersi addosso fa bene alla salute anche se magari dal punto di vista dell’addestramento sportivo è perfettamente inutile. Dal punto di vista della salute mi ha fatto decisamente bene e se quella mattina avessi studiato forse sarei andato in  pericoloso sovraccarico di studio alimentando una pericolosa nausea da studio che era già inequivolcabilmente in atto e ben documentata da quella corsetta di 4 ore e 46 minuti, salutare, quanto indicativa di una condizione psicologica di potenziale stress da non sottovalutare.

Correre in modo ragionato è una cosa ben diversa e se io due o tre giorni dopo quella “corsetta” avessi avuto una qualsiasi gara sarei stato un perfetto idiota a lasciarmi andare ad una corsa simile pochi giorni prima della gara.

Da esseri pensanti tendiamo a correre molto anche in modo ragionato, soprattutto se prepariamo delle competizioni ed abbiamo degli obiettivi agonistici che vogliamo raggiungere.

In tale, caso, del nostro correre ragionato dobbiamo considerare soprattutto il “come” ed il “quando” che vanno ad informare una serie di eventi che mettiamo in atto quando pensiamo la corsa.

Nella corsa degli 800 metri, per esempio, che è una di quelle che richiedono la maggior maturità agonistica perché presenta aspetti tecnico tattici molto complessi, si usa dire che “il primo giro è quello dei bambini” indicando con tale locuzione piuttosto curiosa il fatto che chi non si sa controllare nel primo giro della gara vuol dire che è uno sprovveduto che non ha capito niente se è vero che la maggior parte delle gare sugli 800 metri si decidono nella fase finale del secondo giro.

Questo però non è sempre vero e c’è chi gareggiando come i bambini ci ha vinto le Olimpiadi come l’attuale detentore del record del mondo sulla distanza che è David Rudisha o come, in altri tempi, un altro splendido ottocentista che era in grado di fare il record del mondo per vincere la gara senza guardare in faccia nessuno: il mitico Alberto Juantorena. Ciò non toglie che, a parità di talento, in genere chi pensa di più e ragiona di più sulla sua corsa tende ad avere risultati, almeno dal punto di vista agonistico, superiori a chi si lascia trascinare dalle emozioni e dalla casualità delle circostanze.

Questo discorso, ovviamente, non è solo legato alle competizioni ma a tutta la corsa in genere che può anche essere non agonistica pur se molto controllata e modulata attentamente nella sua intensità e nella qualità da chi la produce.

Sul “come” e sul “quando” della corsa in effetti ci sono una gran quantità di cose da dire.

Facciamo una prima distinzione fra corsa veloce e corsa di resistenza trattando il “quando” dei due tipi di corse. La corsa di velocità ha un “quando” che è un po’ più limitato perchè, per esempio non presenta, o presenta in minima parte un problema che è tipico delle corse di lunga durata. Il velocista dei 100 metri non si pone il problema su “quando produrre la massima qualità ed intensità di corsa” perchè dal momento dello sparo all’arrivo la sua corsa deve obbedire ad un semplice imperativo molto chiaro: massima intensità possibile per tutta la gara, ed è assolutamente impensabile che un centometrista si metta in testa di risparmiare sulla violenza dei primi appoggi per poter essere ancora più efficace negli ultimissimi metri della fase lanciata della gara.

Pertanto il “quando” del velocista sarà un altro tipo di “quando” relativo, per esempio, a quando andare in forma nel periodo dell’anno per centrare le gare migliori o a “quando” produrre elevate intensità di allenamento tentando di evitare gli infortuni tipici di quando le situazioni climatiche non sono favorevoli (il famoso e temuto strappo da freddo del velocista).

Al contrario il mezzofondista ed il corridore di lunghe distanze sono sempre alle prese, in ogni momento dell’anno ed in ogni ambito, agonistico o meno, su un ingombrante “quando” che caratterizza le loro scelte in termini di produzione dell’energia per l’effettuazione di una corsa ad intensità più o meno elevata a seconda dei casi.

E così c’è il “quando” riferito alla situazione di gara: quando lanciare la volata, quando aumentare il ritmo e quando diminuirlo, quando reagire alla condotta di gara di un concorrente e quando lasciarlo fare, ma poi ci sono gli innumerevoli “quando” dell’allenamento, su quando programmare lo stato di forma e su quando aumentare la qualità degli allenamenti per andare ad innescare lo stato di forma nel modo migliore e più preciso possibile.

Questo riguarda solo il quando poi c’è la voce del “come” ancora più complessa che non risparmia nessuno, né mezzofondisti né velocisti.

Il “come” è riferito a centomila cose diverse, non solo alla tecnica di corsa, ed è l’ingrediente numero uno della distinzione fra corsa istintiva e corsa “ponderata”. Nella corsa istintiva il come può anche non esistere, o meglio esiste per sua intrinsecità ma non è un problema che si pone. Il talento infinto corre come cavolo gli pare e piace e vince lo stesso, ma questo tipo di talento è sempre più raro ai giorni nostri ed anzi si tende a dire: “Guarda quello, correndo come cavolo gli salta per la testa ottiene già grandi risultati, pensa cose potrebbe fare se si inquadrasse un po’!…”. E questa osservazione non è del tutto azzeccata perché parte dal presupposto opinabile e tutto da verificare che la corsa “programmata” sia sempre, sistematicamente, foriera di migliori risultati rispetto a quella istintiva.

In ogni caso io sono piuttosto convinto che sia opportuno fare questa grossa distinzione fra “correre” e “corrersi addosso” perchè ci sono molti, troppi atleti che credono di programmare la loro corsa e dopo finiscono inesorabilmente per corrersi addosso. Se programmare è già un vincolo piuttosto penalizzante ed impegnativo per la giocosità e la naturalezza della corsa io sono convinto che, come minimo, chi programma si deva mettere in grado di comandare un po’ la corsa. Non ha senso programmare gli allenamenti per poi abbandonarsi ad una corsa fuori controllo. Molto meglio chi, padrone costantemente del gesto corsa, improvvisa anche la preparazione ma consapevole del fatto che riesce comunque a correre come vuole lui e non come decide la “bestia che corre” dentro al proprio fisico. Da un punto di vista letterario la “bestia che corre” e si scatena in un raptus di folle velocità ad un giro dal termine della gara è un’ immagine molto suggestiva e fa pensare ad una specie di indemoniato che vince la gara con poteri “bestiali” (ci manca solo che arrivi l’esorcista a sedarlo a fine gara…) da un punto di vista sportivo da molta più fiducia l’atleta che decide quando produrre il finale di gara con un’azione economica e composta, per niente indemoniata e semplicemente sufficiente a vincere la gara… di misura. La misura è degli umili e dei razionali. L’esuberanza e il “raptus” vincente possono essere molto spettacolari ma forse sono un pochino anche da… esorcista. Molto semplicemente l’atleta maturo ha perfetta consapevolezza delle sue potenzialità e non ha bisogno di scaricare “cavalli in esubero” per primeggiare. Diciamo pure che per certi versi è pure ecologico. Poi mi sia consentito un parere personale ma la vittoria di misura è sempre più bella di quella clamorosa ed il vero atleta sicuro di sé non è quello che vince con dieci metri di distacco ma quello che vince per pochi centimetri.

L’ALLENATORE MIGLIORE: QUELLO CHE QUASI NON ESISTE

La gran parte dei podisti agonisti hanno un allenatore, molti ce l’hanno anche se non sono agonisti (e tendono a chiamarlo “istruttore” più che allenatore) e molti sperimentano personalmente senza farsi condizionare da nessun allenatore. Molte volte questi sono quelli che azzeccano la preparazione migliore con più rapidità e con più precisione rispetto agli altri. Questa cosa ci deve far meditare, soprattutto come allenatori.

Il mio insegnante di atletica leggera all’ISEF in propositò aveva un’idea un po’ curiosa e diceva che in giro ci sono molti atleti forti, più di quanto si possa pensare, ed alcuni sono così forti che riescono a sopravvivere anche all’intervento dell’allenatore e pertanto riescono ad emergere ad alti livelli.

Non aveva una gran considerazione della categoria degli allenatori, o meglio, di un certa parte di questi.

Con l’esperienza mi sono reso conto che gli allenatori più sono esperti e meno parlano. Imparano ad ascoltare ed hanno dubbi su tutto.

Per conto mio un buon allenatore comincia ad essere tale quando inizia a diffidare delle cose che ci sono scritte sui libri. I giovani potenzialmente avrebbero grandi capacità di osservazione, di innovazione e di messa a punto di nuove strategie di allenamento ma hanno un grosso limite: si fidano troppo delle cose che hanno letto sui libri e, siccome in genere sono molto studiosi perchè appassionati alla materia, finiscono per inquinare le loro preziose acquisizioni con assunti beccati da chissà quale libro che viene ritenuto vangelo e dispensatore di verità incontestabili.

Su questa storia dei libri io forse sono anche un po’ più eccentrico del mio maestro all’ISEF e a tal riguardo, per esempio con riferimento alla complessa problematica della fatica che riguarda certamente la disciplina delle corse su medie e lunghe distanze, ma anche in senso lato il processo di allenamento di tutte le specialità dell’atletica e, perchè no, di tutto lo sport in genere, sarei a proporre la lettura di testi un po’ ingombranti di un autore che ad un primo esame potrebbe non apparire come un luminare della teoria e metodologia dell’allenamento sportivo: Lev Tolstoj. Si lui, proprio lui, quello di “Guerra e pace” tanto per intenderci, non è un omonimo. Secondo me, con riferimento alla problematica della fatica in senso generale (poi è chiaro che bisogna applicare alla propria situazione specifica…) Lev Tolstoj è quello che può darvi qualche informazione in più per provare a capirci qualcosa. E queste cose non le trovate scritte su nessun libro. Non c’è nessun libro di teoria e metodologia dello sport che ipotizzi di dirottarvi a Tolstoj per farvi capire qualcosa sulla fatica, anche se bisogna ammettere come un certo Dietrich Harre, già molti anni fa, ipotizzasse di tentare di comprendere il problema in modo un po’ più vasto di quanto si è portati a fare solitamente.

Nell’immaginario collettivo il buon allenatore è quello molto sicuro di sé, che dispensa una grande quantità di consigli a destra e a manca, che ha sempre la risposta pronta ad ogni tipo di quesito e che sa quello che c’è da fare in tutte le circostanze. La realtà di campo ci dice che questo è il prototipo di allenatore che fa disastri, che provoca un sacco di infortuni negli atleti, pure un buon numero di abbandoni precoci dall’attività agonistica e fa fatica a sfornare campioni almeno nel numero che sarebbe giusto sperare in base alla grande quantità di talenti che accettano di farsi consigliare da lui.

L’allenatore esperto in realtà è un personaggio che ha mille dubbi, che trova il modo per farli passare anche all’allievo senza procurare disastri e che instaura un rapporto di fiducia con l’allievo basato sul fatto che in teoria e metodologia dell’allenamento sportivo è molto più facile sbagliare che “indovinare” le cose, più o meno si indovina in un rapporto di uno a tre che è certamente più elevato dell’ipotesi di uscita del numero 36 alla roulette, ma per esempio non più alto della probabilità di uscita del rosso o del nero e pertanto, da quel punto di vista, varrebbe proprio la pena andare a giocare al casinò piuttosto che mettersi ad allenare un atleta con il quale si sa a priori che c’è un elevatissima probabilità di sbagliare.

L’allenatore esperto non è invadente, è possibilista e tende ad ascoltare più che a imporre il suo punto di vista perché sa che il suo punto di vista è molto probabile che porti a clamorosi errori. Dire che è quasi inesistente non è forse corretto ma in ogni caso, se funziona davvero è in grado di mettere l’atleta nella condizione di far da solo, almeno nella preparazione delle specialità dove non occorre un intervento tecnico diretto (penso alla partenza dai blocchi del velocista che ha proprio bisogno anche di un intervento esterno per essere sistemato sui blocchi in modo efficace, oppure alla preparazione dell’ostacolista che ha bisogno di un vero e proprio intervento tecnico per la messa a punto del passaggio dell’ostacolo e della ritmica per affrontare la gara) e può ben presto generare nell’atleta la sensazione che la sua mancanza non sia devastante. Un tecnico che prepara le corse, (diciamo tranquillamente dagli 800 metri alla maratona dove la componente tecnica si può anche riassumere nell’acquisizione di un buon schema di corsa) e riesce a rendere l’allievo abbastanza autonomo si può già dire che sia un buon tecnico, anzi io penso che uno dei primi obiettivi deva essere proprio questo e quando l’allievo si sa gestire la preparazione senza fare tante domande è già a buon punto. Poi, a quel punto, non è che il rapporto fra tecnico e allievo si esaurisca e non abbia più motivo di esistere, anzi se l’allievo ottiene buoni risultati può offrire sempre occasioni di crescita ma mentre nella prima fase era più facile che fosse l’allievo ad imparare dal tecnico, in questa seconda fase è molto più facile che sia il tecnico ad imparare dall’allievo ed il rapporto può andare avanti proprio perché l’allievo si rende conto che se vuole parlare di complessi aspetti della preparazione è più facile che lo faccia con chi già lo conosce che non con qualche tecnico che,  pur se molto qualificato sulla carta, in realtà sull’argomento specifico “atleta X” è completamente a digiuno se non per informazioni per sentito dire.

In una fase piuttosto evoluta del processo di allenamento ormai l’aspetto tecnico è decisamente scavalcato da altre logiche perché è chiaro che l’unico che ha le chiavi per capire con immediatezza i problemi tecnici dell’allievo è l’allenatore d’origine, tutti gli altri, per quanto preparati, arrancano per acquisire informazioni, per capire il funzionamento dell’atleta in questione ma sono informazioni che non ci sono scritte sui libri e da nessuna parte (difficile, da questo punto di vista, anche l’interpretazione dei diari di allenamento, quando ci sono) e possono essere acquisite solo nel lungo periodo degli allenamenti accumulati sul campo.

In tali momenti diventa fondamentale l’aspetto pedagogico e, soprattutto in presenza di atleti che si sanno già allenare può diventare possibile anche il trasferimento dell’atleta al rapporto di collaborazione con un altro tecnico se questo ha l’umiltà e le capacità pedagogiche di farsi guidare dall’atleta.

Poi ci sono gli atleti che restano perennemente bambini e questi vedono nel cambio di tecnico quella scelta miracolistica un po’ come quelle squadre di calcio che, non avendo i soldi per acquistare giocatori di alto livello, continuano a cambiare tecnico per illudere i tifosi che potrà avvenire qualcosa di determinante anche senza acquistare nuovi giocatori. Molte volte l’atleta cambia tecnico perchè non è riuscito a risolvere suoi problemi personali che si riproporranno pari pari anche con il nuovo tecnico. E così, un po’ come accade nelle squadre di calcio, dopo una fase di entusiasmo dove i risultati arrivano grazie all’entusiasmo, torna tutto come prima perchè da un punto di vista tecnico non c’è stato nessun progresso, nessuna nuova acquisizione e pertanto, finito l’entusiasmo tutto torna come prima e l’unico modo per ricreare entusiasmo è cambiare tecnico di nuovo. Questi atleti “bambinoni” difficilmente diventano atleti di alto livello e se ciò accade finiscono per allenarsi da soli perchè capiscono che il loro continuo cambio di tecnico non ha favorito la loro crescita agonistica ma semmai l’ha rallentata. In breve non hanno avuto la fortuna di trovare un tecnico che è riuscito ad evidenziare i problemi veri senza intervenire con la bacchetta magica ma semplicemente portando a galla le problematiche autentiche di perfezionamento sportivo di quel particolare atleta.

In tali situazioni sono più vincenti i tecnici poco “ipertonici” che hanno il coraggio di appiattirsi e spostare il punto di osservazione sull’atleta riuscendo a ridurre il loro ruolo e a fare quasi come se non esistessero. Un allievo che continua a cambiare tecnico è un allievo che non ha il coraggio di mettere in evidenza i proprio limiti e vuole trasferirli sugli altri. Certamente non è facile allenare questo tipo di allievo e in tali situazioni si rischia di passare più per baby sitter che per tecnico sportivo. Può diventare un braccio di ferro e la situazione paradossale è che comunque il rapporto tecnico atleta rischia di saltare. Salta se l’atleta vuole un tecnico veramente baby sitter che da tutte le indicazioni come si danno ai bambini piccoli, ma può saltare anche se l’allievo impara che certi problemi deve risolverseli da solo perché… se è così allora che senso ha avvalersi della collaborazione di un tecnico.

In effetti non sempre al vero tecnico è riconosciuto il suo lavoro, perchè se questo è davvero efficace mette l’atleta in condizione di autogestirsi. A quel punto il rapporto tecnico allievo può anche restare in piedi per un semplice legame di amicizia perchè ad un livello evoluto di prestazioni sportive è quasi più facile che impari cose nuove il tecnico che l’atleta. Praticamente il tecnico segna la strada e l’allievo la percorre. Poi se questo è riconoscente trova pure le parole per spiegare al suo tecnico come l’ha percorsa, altimenti una volta raggiunto il risultato chi se ne frega di capire come è stato raggiunto. Alla fine è l’allievo a decidere se quello è un dibattito fra due tecnici oppure una storia che si esaurisce nel momento in cui l’obiettivo è raggiunto. Potenzialmente l’atleta maturo è anche un nuovo tecnico ma bisogna vedere se ha la pazienza di tarare il suo vissuto sportivo su altre storie. In fin dei conti, anche per un discorso statistico, non è difficile vincere con un atleta solo, ma è difficile vincere con più atleti mettendo a punto un metodo di trasmissione delle informazioni che possa essere efficace per tanti atleti e non per uno solo. Allora il buon tecnico è anche quello che non solo sa mettersi a disposizione di un certo atleta ma ha anche la capacità di modificare il suo linguaggio in base all’atleta che si trova di fronte. E’ per quello che l’autodidatta in grado di allenare sé stesso anche se potenziale buon allenatore non è detto che poi nei fatti lo sia. Anche se sa molto di più di chi ha studiato solo sui libri deve mettere ancora a punto la capacità di usare il linguaggio giusto con l’atleta giusto e tale cosa un po’ si affina e un po’ è legata inevitabilmente anche al caso.

I LIBRI SULLA CORSA

Un discorso relativo ai libri sulla corsa non può prescindere da considerazioni sulla possibilità di distribuire questi libri. Il libro sulla corsa deve essere soprattutto vendibile e pertanto deve avere delle belle illustrazioni , un bell’aspetto, trattare argomenti che anche se non c’entrano niente con la corsa, come per esempio l’alimentazione, attirano comunque l’interesse e la curiosità del lettore ed insomma che sia poi effettivamente utile per imparare a conoscere meglio la corsa non è che sia molto importante. L’importante è che si venda e che possibilmente non dia fastidio al mercato perchè, sempre per esempio, difficilmente sui libri a larga diffusione leggerete che non ha senso spendere cifre folli per le calzature quando possono durare molto di più di quello che si pensi e certi prodotti che costano la metà di altri possono garantire più o meno le stesse prestazioni.

Per lo stesso motivo difficilmente troverete libri sulla corsa che vi istigano ad andare in pista perché la maggior parte dei podisti sono podisti delle corse su strada, che anche se hanno le caratteristiche fisiche potenziali per poter rendere bene in pista e pure su distanze più brevi di quelle comunemente proposte su strada, è bene che restino lì, aggrappati al circuito delle corse su strada, perchè è lì che c’è il business, è lì che il podista può venire spennato in modo sistematico rendendo piuttosto onerosa un’attività che dovrebbe costare poco o niente.

Il libro sulla corsa ha un grosso limite, che è diretto ad un utente potenziale che è “la media” degli utenti potenziali di quel libro e pertanto come “media” è un soggetto che non esiste, un’astrazione. Il libro per la corsa è diretto ad un soggetto astratto e per questo io ho avuto questa presunzione di scrivere il “libro interattivo” che poi alla fine risulta funzionare come un libro classico perchè alle domande specifiche vere posso rispondere solo personalmente non solo per motivi di privacy ma anche perchè la domanda decisamente personale in genere non interessa a nessuno se non a chi la pone. Pertanto io qui sopra fornisco una serie di spunti di riflessione, una serie di stimoli con i quali mi auguro di sollecitare le domande più importanti e più utili per poterci capire qualcosa di più sulla corsa.

Alla fine la realtà di campo si discosta anche sensibilmente dalle problematiche trattate sul libro ed è fatta di miserie umane e di cose decisamente concrete che condizionano la preparazione molto più di quelle citate sul libro.

Esempio banalissimo: è evidente che la quantità di allenamento è determinante, come la qualità dello stesso, per poter approdare a livelli di evoluzione superiori nel processo di perfezionamento sportivo. Ora, mentre  sulla qualità possiamo fare un’infinità di discorsi che dovranno essere terribilmente specifici e tarati su misura su un preciso atleta, per quanto riguarda la quantità di allenamento il discorso principale, decisamente atterrante e che riguarda la maggior parte degli atleti di tutte ma proprio tutte le età (anche i quindicenni, anzi forse nella nostra società perversa “soprattutto” quelli…),  è che questi non trovano il tempo materiale per mettersi con calma a svolgere certi allenamenti che sarebbero necessari anche per raggiungere un livello di qualificazione che non sia proprio eccelso. Praticamente il tempo a disposizione per svolgere le sedute di allenamento è un lusso destinato solo ai professionisti che non avendo altra attività lavorativa si “costringono” a trovare tutto il tempo necessario per svolgere le sedute di allenamento, non solo loro si “autocostringono” ma hanno tutto un ambiente che ruota intorno a loro che se per sbaglio si dimenticano di essere degli sportivi professionisti tende a ricordargli questa cosa. Questa situazione è proprio quella opposta e quella del dilettante molto appassionato che ha un suo accidenti di professione che evidentemente non è la corsa e che pur facendo sforzi sovrumani per conciliare la sua professione con la sua passione ha tutto un mondo intorno che non perde occasione per ricordare che il suo mestiere non è la corsa e pertanto deve concentrarsi di più sulla sua professione per non perdere treni importanti ed occasioni di arricchimento professionale. In sintesi l’arricchimento professionale viene visto come un valore imprescindibile mentre il perfezionamento sportivo viene visto come un lusso, un capriccio, costantemente procrastinabile e subordinabile ad altre priorità.

Può bastare anche questo a far capire la differenza abissale che c’è fra un professionista ed un dilettante dello sport, anche se si allenano quasi nello stesso modo uno ha creato le condizioni per fare in modo che l’allenamento possa davvero rendere mentre l’altro combatte tutti i giorni una battaglia dove la cosa più importante diventa capire cosa può effettivamente fare per non andare in sovraccarico e come farci stare nella sua vita quel che “dovrebbe” fare per puntare ad un certo risultato sportivo.

Insomma visto che praticamente tutti i libri sulla corsa sono indirizzati ai dilettanti perché quelli che trattano le problematiche degli atleti professionisti più che altro sono dispense tecniche che vanno solo nel circuito dei tecnici ma non in pasto al grande pubblico, sarebbe il caso che questi libri, più che altro, insegnassero a studiare le strategie per farci stare la pratica sportiva nelle propria vita di cittadino superincasinato.

A tal proposito,  girando la frittata, io più volte ho affermato che in questa società legata in modo patologico al mito della superproduzione, qulasiasi preparazione sportiva, se funziona da scusa per farci lavorare di meno e per trovare più tempo libero per se stessi deve essere considerata vincente, perchè il primo trionfo è quello svincolarsi dalle logiche schiaviste di una società che è sempre più incentrata sullo sfruttamento del cittadino come produttore di ricchezza più che come essere vivente.

Pertanto ritengo che anche i libri sulla corsa, più che proporre soluzioni miracolistiche per atleti che possono allenarsi solo due volte la settimana, dovrebbero analizzare il problema della mancanza di tempo libero che è il problema principale della maggior parte dei podisti di tutto il mondo. Niente come la corsa insegna infatti che a prescindere da centomila interessanti discorsi sull’aspetto qualitativo della corsa, se non si ha una quantità decente di tempo libero a diposizione per allenarsi i miracoli non si possono certamente fare.

IL MESSAGGIO DI QUESTO LIBRO

La mia critica generale ad un po’ tutti i libri sulla corsa è il succo del messaggio su questo libro. Anche se l’ambizione iniziale era di fare un libro interattivo ma è probabilmente un’ambizione troppo grande perchè l’obiettivo è troppo elevato e la grande quantità di informazioni che potrebbero girare sviluppando questo intento rischia di diventare noiosa e rendere illeggibile il libro, l’intento è comunque quello di far passare un messaggio di individualità del rapporto con la corsa. Non contano nulla tutte le informazioni generali sulla corsa se non sono contestualizzate sulla vostra situazione di vita. Inutile parlare di allenamenti da distribuire su 15 ore settimanali quando uno di ore settimanali da dedicare alla corsa riesce a trovarne al massimo tre. A quel punto il compito più urgente non è escogitare le migliori strategie di allenamento per rendere decisamente efficaci quelle tre ore ma studiare tutti quei trucchetti che possono riusicre a farci dilatare il tempo riservato all’allenamento. Li chiamo “trucchetti” ma non sono per niente trucchetti perchè sono scelte di vita, spesso pesanti e decisive per il nostro stile di vita generale, che coinvolgono noi e chi ci sta a attorno. Allora la vera scelta non è come fare quelle dieci prove sui 400 metri che abbiamo deciso di fare quel giorno ma come farcele stare nella giornata senza sconquassarla. Come farcele stare rendendo la vita più gradevole per noi e per gli altri. E questo aspetto deve essere sondato con un’ottica molto ampia perchè se quelle dieci prove sui 400 sono fatte anche da cani ma ci rendono persone più affabili e gradevoli sul posto di lavoro allora possono essere anche 10 prove utilissime anche se corse da cani.

Attenzione che ho scritto più “affabili” e “gradevoli” e non più produttivi. Se il mito è la produttività e l’efficienza sul posto di lavoro allora molti di noi forse devono comprimere i tempi destinati all’allenamento più che tentare di dilatarli. Ed è per questo che il messaggio di fondo è un messaggio filosofico. La corsa è certamente utile a tutti ed anche a buoni dosaggi se abbiamo deciso che la cosa più importante non è produrre di più, la massima efficienza sul posto di lavoro, bensì vivere meglio e far vivere meglio gli altri. In un  mondo supercompetitivo, dove non c’è spazio per gli sfronzoli e a volte ci si dimentica di dire “grazie” per l’eccesso di stress e fretta, la corsa è quell’espediente che ci aiuta ad abbassare la competitività della vita trasferendola sulla corsa che può essere sanamente competitiva, anzi “deve” essere sanamente competitiva se vogliamo che ci aiuti a combattere il nostro eccesso di competitività sociale.

Critico sempre la televisione ma dopo mi trovo a fare esempi presi da essa perché in effetti la televisione è un po’ il termometro dei nostri atteggiamenti.

In una trasmissione di commento agli eventi olimpici di Tokyo ieri sera ho rilevato due atteggiamenti differenti che mi hanno fatto riflettere. Uno era l’atteggiamento scanzonato ed allegro, ai limiti della gag comica, di Sara Simeoni che io conosco poco (è capitato che ci trovassimo in tre sul campo di allenamento da soli in qualche giorno di pioggia ma sono giorni di qualche anno fa, diciamo un po’ più di 40 e praticamente eravamo io, lei ed il suo allenatore. Il suo allenatore che controllava lei ed io che ci correvo intorno a bordo pista a controllare tutti e due perchè se avessero abbandonato il campo probabilmente il custode poteva cacciarmi via perchè ero restato l’unico e nemmeno maggiorene…) ma che non conoscevo in questa simpatica verve comica e poi c’era tutto il polpettone relativo all’ansia agonistica dei vari atleti con tanto di allenatore di atleta di sport di combattimento che in  mondovisione urla a chiare lettere al suo atleta “Devi soffrire!”.

A me francamente è piaciuta di più la vena dissacrante di Sara Simeoni che giustamente è bella rilassata perchè la sua storia come atleta l’ha già scritta ed al massimo può scriverne un’altra come intrattenitrice (veramente ci sa fare) ma non trasmette ansia e necessità patologica di vincere. L’allenatore che grida al suo atleta “Devi soffrire” mette a nudo, a mio parere, l’aspetto più controvrso e discutibile dello sport di alto livello. E’ indubbio che devo soffrire perchè se non mi impegno non posso ottenere nessun risultato concreto ma se devo soffrire veramente tanto allora cambio mestiere e me ne scelgo uno dove posso soffrire meno.

Se passa il messaggio che tutti dobbiamo soffrire allora tempo per lo sport dilettantistico probabilmente non ce n’è più perché è stato inventato proprio per divertirsi più che per soffrire e la componente di sofferenza può anche essere presente nel momento di massimo impegno del test agonistico ma non deve essere certamente quella preponderante in tutto il processo di perfezionamento sportivo. A quel punto chi fa lo sportivo professionista deve assolutamente soffrire per produrre il miglior risultato possibile (ed in tal senso anche il doping è tollerato, perchè il doping, per chi non lo avesse capito, è una sofferenza dello sport di alto livello, non un sicuro aiuto alla performances, tutt’altro, è una variabile pericolosa che deve essere assolutamente continuamente monitorata proprio per questo e che richiede l’assitenza continua di medici che, per conto mio, dovrebbero dedicare quel tempo a persone che ne hanno necessità assoluta e non con la finalità di incrementare una prestazione sportiva), e chi produce pantaloni deve darsi da fare per produrre più pantaloni possibile senza perdere tempo per andare a fare allenamento a meno che appunto non sia un protagonista assoluto dello sport di quelli che potranno ambire alla medaglia olimpica.

Insomma anche lo sport di alto livello può essere visto in modo diverso: come quello spettacolo che ci può far divertire a prescindere dal risultato e chiunque vinca va bene, oppure come quella cosa che se vince lo “straniero” andiamo a dormire delusi e arrabbiati. Se ci arrabbiamo già da telespettatori figuriamoci da protagonisti dello sport. La Simeoni che saltava nonostante la pioggia in un campo deserto l’ho conosciuta oltre 40 anni fa, quella che scherza sulle drammatizzazioni di atleti che adesso stanno facendo le cose che lei faceva 40 anni fa la conosco adesso e la capisco benissimo e la apprezzo perchè ritengo che anche se tutto lo sport sia un fatto tremendamente serio sia anche quella palestra di vita che ci deve insegnare ad apprezzare la vita in tutti i momenti. Vincere è indubbimente meglio che perdere, ci si impegna per vincere altrimenti il gioco è falso e non autentico, ma la vera sofferenza sta da un’altra parte e sulle cose dove si soffre noi dobbiamo intervenire per eliminarle non certo per ingigantirle.

Sono indubbiamente opinioni contestabili ed ognuno ha la sua. Per questo sostengo che ognuno dovrebbe scrivere il “suo” libro sulla corsa e, come minimo, il monito ad una sottospecie di diario di allenamento lo porto abbastanza convinto. Tutti i discorsi sulla corsa vanno applicati ad un soggetto ben preciso e ci si accorge che i discorsi sulla corsa sono tanti quanti sono gli atleti dove per atleta io intendo sia il nazionale di alto livello che corre i 10.000 metri in meno di 27 minuti e mezzo sia il tapascione che la prima volta che sfonda il muro dell’ora sulla stessa distanza si ubriaca perchè, anche se può sembrare strano, per chi è poco allenato anche correre per un’ora a 10 chilometri all’ora è un’impresa.

Parlare di corsa, scrivere di corsa fa bene alla stessa ma deve essere un qualcosa di concreto, di calato nella realtà del soggetto che pratica quella corsa altrimenti mille astrazioni producono scienza di serie “B” e quando sono polemico nei confronti della problematica del rilevamento maniacale delle frequenze cardiache per formulare la preparazione lo sono perché non si possono uniformare in un unico linguaggio problematiche troppo diverse per poter essere generalizzate. Non siamo fatti con lo stampino. Ognuno affronta la corsa a modo suo. Ognuno scopre cose sul suo conto che anche il tecnico più affermato stenta a scoprire, ognuno scrive la sua storia con la corsa e non è una storia fatta solo di corsa perchè quella corsa è solo uno di gesti della vita. La corsa è condizionata decisamente da tutto il nostro modo di vivere e riesce fantasticamente a condizionarlo. Se la filosofia alla base del nostro modo di intendere la corsa è di un certo tipo ne seguirà tutto un corollario di scelte, se è un’ altra ne seguiranno altre, magari di verso opposto.

Nella mia filosofia l’atteggiamento scanzonato e rilassato di Sara Simeoni è proprio quello da perseguire anche se proviene da quel soggetto che più di 40 anni fa stava a provare e riprovare i salti su una pedana bagnata da una fredda pioggia novembrina e magari sussurrando parolacce che io che giravo al largo della pista non sentivo assolutamente e l’allenatore-moroso chissà se le sentiva perchè la sofferenza dell’atleta, anche se esiste, è una cosa molto intima e si è molto più portati a trasmettere la gioia più che quella.