Sulla lentezza il grande Kundera ci ha scritto un romanzo: è quello che mi piace di più dei suoi. La lentezza fa bene alla salute ma anche allo sport. Un po’ più lento Jacobs che mi è simpatico perché insiste a dispetto dei ripetuti infortuni ai quali è soggetto, avrebbe vinto l’europeo a Birmingham accodandosi agli altri trionfi azzurri. Invece non ce l’ha fatta, non è nemmeno riuscito a correre la finale per il semplice motivo che era troppo veloce. Bastava 10″ netti. Lui ha dimostrato in semifinale di essere pronto per 9″90. Ma 9″90 occorreva in altre occasioni, non lì. Così non è riuscito nemmeno a correre la finale perché era troppo carico. In formula uno lo vedi benissimo quando su un’ auto hanno lavorato troppo audacemente e quell’auto alla fine non è competitiva come altre per mille motivi.
Dunque la lentezza è un valore positivo anche laddove la velocità comanda sovrana. Se vuoi essere veloce devi saper usare la lentezza.
Per le strade in auto (ma pure i camion non scherzano) si va troppo veloce e si muore prima, non solo ma ci si stressa di più alla guida anche se non si muore direttamente sull’asfalto. Per colpa di chi va veloce in auto non si può andare in bici in città ed è in inutile che mi stressino l’anima con le piste ciclabili che stressano gli automobilisti perché riducono la carreggiata. Le piste ciclabili possono anche non servire e le città dovrebbero essere tutte come Ferrara un tempo, quando in quella città comandavano le bici e non c’era bisogno di piste ciclabili perché era sottinteso che la bici aveva sempre la precedenza e gli automobilisti dovevano regolarsi di conseguenza. Poi hanno fatto le piste ciclabili ma le hanno fatte per gli automobilisti non per i ciclisti, per fare in modo che gli automobilisti potessero liberamente scorrere sulla loro carreggiata senza fastidiosi ciclisti.
Non si tratta di mettere i ciclisti di qui e le auto di là, salvo che non sia una tangenziale dove evidentemente l’auto deve procedere ad una certa velocità. Nelle strette vie cittadine non ha senso cercare due strade, non c’è materialmente lo spazio, pertanto se vogliamo tenere libere le auto e non vogliamo costringerle in enormi parcheggi fuori dalle città l’unica soluzione è che le auto si adeguino al ritmo della bicicletta. Una città veloce non è per niente veloce, è semplicemente pericolosa ed invivibile.
Ma la lentezza è utile anche nello sport non solo per i casi tipo il velocista Jacobs che poteva vincere quell’europeo presentandosi al via anche meno veloce ma per quell’infinità di sportivi che nella ricerca di ottenere il risultato velocemente troncano la carriera anzitempo. Così abbiamo una marea di giovani sotto i 18 anni in grado di ottenere ottimi risultati ma poi a 25 anni ne abbiamo sì e no la metà se non meno perché una buona parte si è fracassata contro lo stress da risultato come definisco io con un’ unica voce tutta quella serie di infortuni ed inconvenienti che costellano la carriera degli atleti nel difficile momento fra i 18 ed i 20-22 anni.
La lentezza fa bene alla salute ma non sappiamo usarla perché non ci insegnano ad usarla ed è proprio a scuola dove dovrebbero insegnarci ad usarla per stare bene che la demonizzano e ci insegnano invece ad essere schiavi del sistema dell’iperproduzione, dello stress e dell’obbedienza. Dobbiamo soddisfare le esigenze di arricchimento di una elite di paperoni che non si rassegnano al fatto che il sistema capitalista è bollito ed ha fatto il suo tempo. Ormai siamo pronti per superare gli incubi dell’indistrializzazione e siamo maturi per chiedere un mondo meno folle e schiavo della produzione. Abbiamo scoperto da ‘mo che non è la quantità di beni ai quali possiamo accedere che ci può dare la felicità e che invece il tempo libero non c’è oro che lo paga, perché alla fine dei conti campiamo poco, decisamente poco e non c’è assolutamente tempo per obbedire a chi vuole imporci lo stress per farci produrre di più proprio a partire dalla scuola dove gli insegnanti non si rendono conto che il loro obiettivo è insegnare il più possibile senza sottrarre troppo tempo all’esistenza dei ragazzi che non vivono la gioventù due volte e non si meritano di dedicarla per il 50% alla scuola.
La lentezza deve essere il nuovo mito del ventunesimo secolo, non è un fatto di ecologia (che comunque è importante) ma un fatto di sopravvivenza, Troppo veloci ci schiantiamo non solo in senso fisico come sulle strade ma anche in senso metaforico nel nostro vissuto quotidiano. Anche nello sport quando un atleta che a 18 anni aveva appena iniziato ad avere dei risultati già si sente tagliato fuori e pure nel caso di un trentenne tipo Jacobs che pronto per vincere di nuovo alla grande chiede troppo a sé stesso finendo per dover rimandare quel successo. Faccio il tifo per Jacobs ma la prossima volta che costruisci una condizione simile, piuttosto di rischiare l’infortunio, accontentati anche di un piazzamento, i tuoi tifosi veri apprezzano anche quello, gli altri sono solo stressati.