Siamo circondati da 1000 accidenti studiati apposta per farci fare meno fatica, dall’apricancello elettrico al telecomando della televisione allo spremiagrumi elettrico, per non parlare degli alzacristalli elettrici nelle vetture, il servosterzo e via dicendo un sacco di cose che fanno fatica al posto nostro. Poi, però, quando andiamo al campo sportivo, accettiamo di fare fatica come i nostri predecessori di un secolo fa, se non di più, perché il mito della fatica è resistito e pare che nello sport chi fa più fatica sia sempre più bravo anche se talvolta è fatica sprecata perché non supportata da una tecnica di movimento adeguata.
Quando io mi lamento che non c’è stata vera innovazione nelle tecniche allenanti alludo sempre a questo. Alla faccia di presunte evoluzioni della tecnica si inneggia sempre alla fatica come ingrediente necessario e numero uno di ogni preparazione sportiva, salvo ricorrere ai farmaci quando questa è troppa ed il medico ci ammonisce sul fatto che stiamo turbando delicati equilibri bioumorali.
L’utopia sarebbe riuscire a fare meno fatica grazie ad un autentico progresso delle tecniche di allenamento e non grazie a farmaci che provano a porre rimedio a danni che stiamo già facendo con carichi di allenamento spropositati. Quando inneggio ad uno sport senza farmaci o dove almeno lo sportivo consuma meno farmaci del sedentario, dimostrando che la pratica sportiva gestita bene ci può aiutare a stare alla larga dai farmaci invece di considerarli come una valida opzione quando qualcosa fila storto nella preparazione, mi danno del testimone di Geova che non accetta le trasfusioni nemmeno quando è lì che sta per tirare le cuoia. Non ho nulla contro i testimoni di Geova ma se ne ho bisogno perché sto male una opportuna trasfusione di sangue l’accetto di buon grado pur di tirare a campà. Caso mai non so se l’accetterei una volta arrivato ai passi estremi per campare un giorno in più quando con quella sacca di sangue magari si può salvare un giovane. Stiamo trattando di situazione drammatiche, non di situazioni provocate da eccesso di carico di allenamento. Mi si dirà che nel ventunesimo secolo non si fanno più trasfusioni a nessuno sportivo, certo. Quella è stata una pratica sperimentale di fine anni ’70, inizio anni ’80 (e comunque si trattava di sangue proprio, non altrui, prelevato in certi momenti della preparazione e reinfuso in altri momenti) ma lo spirito con il quale si assistono gli atleti purtroppo come se fossero sempre dei potenziali malati è rimasto quello. Perché? Perché è sopravvissuto il mito della fatica che è pericoloso, pericolosissimo, tanto è vero che può portare certi atleti ad aver davvero bisogno di assistenza medica di un certo tipo e non convenzionale.
Si dirà che un nuovo mito della “non fatica” è un’idea bislacca che non può stare in piedi perché lo sport si fonda sulla fatica. E qui casca l’asino, cioè io, perché io sono convinto che il bello dello sport non sia il gusto di fare fatica ma il gusto di migliorare le prestazioni senza aumentare il grado di fatica necessario per ottenere quella prestazione e, al paradosso, anche il gusto di riuscire a reiterare un certo tipo di impegno sportivo facendo sempre meno fatica.
La fatica vera allora non è più quella di riuscire a sopportare fatiche fisiche sempre più elevate ma quella più fine e sofisticata di impegnarsi sempre meglio ad escogitare tecniche allenanti che possano farci scansare queste fatiche non gradevoli.
Il processo di allenamento deve essere così complesso e difficile da decifrare (e lo è sempre anche se facciamo finta che non sia così…) che nell’esame e nell’elaborazione delle strategie per affrontarlo l’atleta deve essere coinvolto pienamente come e anche più del tecnico. anche perché quello che va a sobbarcarsi la fatica poi è proprio l’allievo e non il tecnico.
In un modo di pensare arcaico e non più accettabile vige invece ancora il principio che l’atleta ci mette la fatica fisica ed il tecnico quella mentale per escogitare le migliori strategie di allenamento. L’atleta è un mero esecutore, talvolta al più interrogato su alcune sensazioni fondamentali per poter riprogrammare la preparazione. In questo modo l’infortunio è sempre dietro l’angolo perché se non si insegna l’atleta a sentirsi momento dopo momento, ascoltando anche con pignoleria le sensazioni di fatica, è facile che arrivi l’infortunio a sorpresa perché i segnali di sovraccarico sono stati incautamente ignorati. Se percepire la fatica è un disvalore che caratterizza l’atleta poco valido allora può accadere questo. La nuova fatica da chiedere all’atleta moderno invece deve essere quella di rompere le scatole al tecnico mettendo in dubbio tutto ciò che provoca troppa fatica non per il gusto di dar fastidio ma per quello sacrosanto di poter evolvere il processo di allenamento verso un qualcosa di davvero azzeccato, sopportabile e fisiologicamente corretto.
Sono parole strane, è più facile lavorare a settori, l’allenatore propone carichi esorbitanti, l’atleta soffre in silenzio in modo stoico ed eroico, se qualcosa non funziona interviene lo staff medico che sa come intervenire perché questi inconvenienti ormai sono all’ordine del giorno. Se io fossi un componente dello staff medico e mi arriva in sovraccarico organico un atleta che è allenato da un allenatore che ha questo vizio di caricare troppo gli atleti andrei dall’allenatore a dirgli: “Adesso le spese mediche le paghi tu, perché l’errore l’hai fatto tu…”.
Un nuovo paradigma della preparazione sportiva può essere proprio quello che dovendo risparmiare per l’assistenza medica, anche nella necessità di far fare sport a tutti, la preparazione è impostata principalmente ad offrire carichi di allenamento assolutamente sopportabili ad ogni atleta, Poi il più performante sarà quello che vince e gli altri dovranno accontentarsi di aver fatto un qualcosa di divertente e che fa bene alla salute. In uno sport caratterizzato da premi da capogiro che ti possono cambiare l’esistenza questo discorso è pura utopia, però, accidenti quanti sono i soggetti che praticano sport effettivamente impelagati in questo tipo di dinamiche? L’uno per cento della popolazione sportiva? Ed allora perché non si può davvero cominciare a ragionare su gesti sportivi di alta qualità che ci possano permettere di progredire senza fare troppa fatica?
La risposta, a mio parere, risiede nel fatto che l’atleta di medio-basso livello non ha la buona volontà di mettersi lì a studiare le vere dinamiche della preparazione sportiva e delega questo compito al tecnico come se fosse un santone e se alla fine ci scappa un po’ di fatica in più è quella che fa sentire l’atleta mediocre un vero atleta. Il gusto, al contrario, dovrebbe essere quello di potersi permettere il lusso di sperimentare pratiche allenanti che nemmeno gli atleti di alto livello possono sperimentare perché troppo stressati dai ritmi della preparazione moderna. E’ un gusto un po’ sofisticato, una possibile moda forse un po’ pericolosa perché poi va a finire che tutti vogliono fare sport e non si accontentano più di guardare i campioni in televisione.