MODE ED EFFICACIA NELLA PREPARAZIONE

Ai miei tempi (solo mezzo secolo fa, non tanto…) si diceva all’atleta che corre: “Non ti devo nemmeno sentire, devi essere un fruscio, non voglio sentire il piede che sbatte a terra…”. Adesso ai velocisti si racconta esattamente il contrario.. C’ è da dire che i velocisti di un tempo difficilmente pesavano più di settanta chilogrammi mentre se adesso un velocista pesa oltre 80 chilogrammi non si scandalizza più nessuno.

Non voglio aprire una disputa sul fatto che l’uomo che corre deva essere più o meno silenzioso, mi limito ad osservare che è quanto meno sconcertante che si insegni a spingere troppo ad un atleta che in un gara può arrivare a spingere circa 400 volte (sto parlando di un quasi breve 800 metri non di un diecimila metri…).Ciò su cui voglio soffermarmi invece è come anche nella teoria dell’allenamento sportivo ci si faccia condizionare troppo dalle mode e si sia poco propensì a portare avanti le proprie idee anche se sono state abbandonate dalla maggior parte degli altri tecnici.

Questo è un po’ l’andazzo della nostra società. Anche se gli automobilisti che hanno bisogno di vetture molto alte (terribilmente poco aerodinamiche e soprattutto pericolose per la visibilità dei pedoni nel traffico cittadino che sono più bassi di queste) sono pochi, tutti che vanno ad acquistare inutili barilotti che consumano più carburante delle vetture di un tempo. Per non parlare degli pneumatici. Pneumatici di una larghezza smisurata per vetture che sono destinate al traffico cittadino. La moda condiziona il mercato più delle scelte razionali dettate dal buon senso.

Ecco, nella teoria dell’allenamento sportivo la moda imperversa. Se uno si sogna di partire con il piede fermo sotto la coscia invece di lasciargli fare la normale e corretta azione di pendolo, tutti a imitare il campione che parte in quel modo, senza sapere il perché, quando magari quel campione potrebbe partire con il piede messo chissà in quale modo visto che è talmente forte per ben altri motivi che potrebbe permettersi il lusso di partire in qualsiasi altro modo stravagante.

Una moda devastante che io speravo che si esaurisse in pochi anni ed invece continua a mietere vittime è stata (ma è più corretto dire “é”) quella della rilevazione maniacale. delle frequenze cardiache Si dovevano vendere alcuni milioni di cardiofrequenzimetri, per carità, c’era un business sotto di proporzioni bibliche ma ancora adesso, 40 anni dopo, quando ormai tutti dovrebbero aver capito che la frequenza cardiaca è semplicemente uno die tanti parametri di fatica, c’è gente che si fa condizionare da quello nello svolgimento della seduta di allenamento, come se fosse la frequenza cardiaca a 150 battiti o a 160 a farti cambiare il modo di correre: Di più, nelle università ti insegnano queste cose, invece di insegnarti a difenderti da queste cose, invece di darti i numeri per ragionare e capire da te che impostare una seduta di allenamento sulle sole frequenze cardiache è un non senso, sono capaci in sede di esame di chiederti come puoi utilizzare uno splendido cardiofrequenzimetro per impostare la tua preparazione. Siamo allo sbando totale, l’esigenza del mercato che diventa dogma scientifico.

Peggio, chi non si adegua, e va controcorrente (io, se non si era capito, sono uno di quelli…) viene guardato storto: “Come, nel 2026 non usi ancora il cardiofrequenzimetro?”. Io quella cosa lì l’ho bocciata già nel 1979 quando ben altro tipo di rivoluzione molto più incisiva di quella del controllo delle frequenza cardiache stava partendo e non si era già diffusa in tutto il mondo. Di quel tipo di rivoluzione non è bene parlarne perché non è comodo ma quella è certamente stata significativa per l’ottenimento di certi risultati, soprattutto nelle discipline di resistenza. Se parli di quella non è che ti dicono che sei controcorrente, semplicemente ti denunciano. Almeno nel 1979 se ne poteva parlare liberamente ed eravamo tutti d’accordo sul fatto che se volevi ottenere risultati in tempi brevi la via più veloce era quella mentre non eravamo tutti d’accordo sul fatto che fosse la via migliore da un punto di vista etico e molti di noi avevano dubbi anche sulla salute degli atleti.

La moda uniforma tutto anche il modo di affrontare cose politicamente sconvenienti. Diciamo che tendenzialmente adesso le cose politicamente sconvenienti non si affrontano più, si è semplificata molto la questione.

C’è una gerarchizzazione del sapere sportivo che impedisce il sano pionierismo di un tempo. Se un tecnico ottiene ottimi risultati con degli atleti allenandoli con metodi che non fanno parte dell’ortodossia del momento quello non è un bravo tecnico ma un tecnico fastidioso perché può gettare ombre sull’ortodossia stessa nel senso che ti dimostra che si può allenare anche in modo molto diverso da quanto ti insegnano a fare nei vari corsi per tecnici federali.

Si insegna ora il contrario di ciò che si insegnava un tempo. Mentre un tempo si insegnava che non c’era un unico sistema di preparazione ma che ogni tecnico in base al materiale umano al quale si trovava di fronte doveva inventarsi le soluzioni più valide, adesso si insegna in modo cattedrattico, con un stile direttivo che pare un tuffo nel passato remoto, ad uniformare la preparazione quasi come in ossequioso tributo al sistema sovietico che di fatto ha lasciato una traccia indelebile nella teoria e metodologia dell’allenamento sportivo.

Siamo ancora tante teste, anche se a volte sembriamo drammaticamente una sola, quella del dogma, e questo fatto innegabile ed incontestabile che siamo tante teste è l’unica vera speranza per la crescita del sapere sul movimento, per combattere quel “nulla” tanto ben rappresentato nel film “La storia infinita”. Un sano e utile confronto è possibile solo se ogni tecnico accetta di usare la propria testa ed ha il coraggio di rifiutare soluzioni preconfezionate con lo stampino. Altrimenti il “nulla” de “La storia infinita” rischia di avanzare inesorabile e ci troviamo a dire che certi record non sono più stati battuti perché 40 anni fa ci si dopava meglio di adesso, quando sappiamo tutti che non è così e quella è solo una triste scusa per nascondere un’evoluzione tecnica che è stata molto lenta e che con più sano pionierismo avrebbe potuto essere decisamente più significativa.