In realtà le cose non stanno proprio così ed il titolo di questo articolo è un po’ fuorviante però, siccome ho sempre fatto il tifo per gli scarsi, mi piace spiegare perché questa non sia poi una bufala e come invece ci sia un fondo di verità sul fatto che, almeno da un punto di vista potenziale, gli scarsi possano migliorare di più dei soggetti altamente performanti.
Intanto bisogna distinguere fra fisiologia e cause sociali che portano ad un certo rendimento sportivo. E’ proprio da un punto di vista fisiologico che potenzialmente gli scarsi possono migliorare di più e ciò potrebbe confortarli perché loro hanno sempre creduto di essere “sfigati” fisiologicamente. Invece la vera “sfiga” è quel tessuto sociale che fa sì che l’atleta poco performante alla fine non trovi il tempo e le occasioni per dimostrare il suo valore sportivo che non è così basso come si possa credere.
Ma andiamo con ordine. Almeno in un momento iniziale, purtroppo, il fatto che lo scarso migliori di più è una vera e propria bufala, anzi è proprio dai miglioramenti iniziali, nel breve periodo, più che dai risultati di partenza che si distingue il talento dal soggetto normodotato o scarsamente dotato. L’atleta di valore ottiene subito miglioramenti notevoli, ha grandi capacità coordinative, reagisce bene agli stimoli allenanti e avendo un ottimo alfabeto motorio capisce bene i messaggi lanciati dall’allenatore. Praticamente è proprio il contrario di quanto scritto nel titolo. Non solo l’atleta più forte parte già con buoni risultati ma dimostra proprio di avere grandi capacità di miglioramento e l’allenamento pare fatto proprio per lui perché il soggetto meno dotato non ne beneficia nella stessa misura.
Poi però la frittata si rigira. Avviene che, anche per le sopracitate stramaledette cause sociali, il talento bruci le tappe, abbia notevoli sollecitazioni ambientali volte a far migliorare il suo già buon rendimento agonistico e così arriva a maturazione sportiva piuttosto precocemente, anche prima dei vent’anni. Il soggetto scarso d’altro canto ha pressioni sociali di segno opposto, deve fare i miracoli per insistere nell’attività sportiva che non è per nulla incentivata in un sistema che premia in tutti i modi sempre i migliori (e questa cosa fa capire che la vera prevenzione sanitaria esiste solo a parole altrimenti l’attività sportiva sarebbe strutturata diversamente e non sarebbe un parcheggio per ragazzini fino ai 15 anni ma qualcosa che si fa in modo dignitoso ed attento per tutta la vita) e, se insiste può sperare in quel fantastico “salto di qualità” che per motivi fisiologici e non certo per cause ambientali, prima o poi avviene se l’attività sportiva è condotta con una certa razionalità ed un certo impegno.
Perché accade questo? Perché il “non talento” a differenza del campione precoce arriva a maturazione agonistica più tardi, non brucia le tappe e nel momento in cui questa maturazione agonistica è nella fase decisiva offre salti di rendimento che il campioncino non è più in grado di concretizzare, e, forse, in quella misura non è mai stato capace di ottenere.
Dunque, se ha atteso con pazienza, arriva il momento della riscossa per chi fino a quel punto non ha ottenuto grandi risultati. Crudeltà della strutturazione sportiva attuale, può accadere che l’atleta che finalmente si è sbloccato non possa nemmeno prendersi la rivincita nei confronti del campione perché questo si è già ritirato dall’attività agonistica come fanno tanti, troppi talenti lanciati verso una carriera di successo che poi per mille motivi si accorgono che risultati di valore assoluto forse faranno un po’ fatica ad arrivare.
La spada di Damocle per il campioncino che è invece il trampolino di lancio per lo scarso che è resistito fino a quel momento, è la capacità di incassare le sconfitte che nel campioncino tende allo zero mentre nello scarso è affinata ad arte. Un vero campione deve saper perdere, altrimenti o è un campione di quelli che nascono ogni 50 anni che non hanno bisogno di saper perdere perché non perdono proprio mai, oppure alle prime sconfitte arrivano le crisi mistiche che portano inesorabilmente all’abbandono della pratica agonistica.
Dunque il mio monito agli scarsi è di avere fede e pazienza che se resistono, proprio per motivi fisiologici più che ambientali, arriva il momento dei grandi miglioramenti. quei miglioramenti sono anche più importanti di quelli che ha avuto il talento precoce da giovane e quei miglioramenti sono decisivi per il momento del massimo rendimento agonistico che nella maggior parte degli sport è collocato fra i 25 ed i 30 anni. Si dirà che a quell’età uno ha ben altri problemi esistenziali e se non è un campione che con lo sport ci campa col cavolo che trova il tempo per mettere a punto la massima maturazione agonistica. Ed allora torniamo al punto di partenza scoprendo l’acqua calda che in realtà è proprio la struttura sociale ad incidere sui miglioramenti sportivi che in un certo momento potrebbero essere proprio più decisivi ed importanti per il “non campione” rispetto al campione.
Torno su una mia convinzione più volte esposta: mentre i due allenamenti al giorno non sono troppo fisiologici e possono incentivare a quel ricorso farmacologico che non è il massimo della vita per un atleta oltre a richiedere un atteggiamento di tipo praticamente professionale che può ostacolare qualsiasi altra professione, anche la meno impegnativa (ce ne sono al giorno d’oggi?!?), la presunzione di un allenamento al giorno è una cosa sanissima e razionale e se troppe professioni non la consentono vuol dire semplicemente che viviamo in una società sbagliata perché non è possibile nel terzo millennio dover lavorare dieci ore al giorno per campare dignitosamente.
Dunque, tornando al titolo dell’articolo: “Gli scarsi migliorano di più… se hanno la fortuna di trovare una collocazione sociale che consenta loro di praticare sport anche nell’età nella quale l’organismo è pronto per dare il massimo a livello sportivo.”