Osservazione e ricerca non sono per niente la stessa cosa, tutt’altro. Difficile dire se sia più “scientifico” osservare o ricercare ma a me francamente della scientificità delle cose, tanto inopportunamente sbandierata ai giorni nostri, non me ne interessa poi molto.
E’ interessante invece capire la differenza di atteggiamento fra l’osservatore ed il ricercatore. Il ricercatore probabilmente è più concreto e più specifico. Ha un suo obiettivo al quale può arrivare in modo più o meno scientifico. L’osservatore un vero obiettivo non ce l’ha. In modo disarmante si potrebbe dire che è più poeta, addirittura più farfallone, usando un aggettivo che gode di poca stima nell’accezione comune. Chi sia più scientifico dei due, ripeto, non mi importa più di tanto. Semmai mi preme sottolineare come il presunto atteggiamento “non scientifico” dell’osservatore talvolta sia molto più sincero di quello del ricercatore.
Il ricercatore, se lavora bene, può trovare quello che vuole e quello che vuole può essere anche verità ma una verità parziale tesa a condizionare le cose in un certo modo, a dare oggettività a fatti che hanno si una loro oggettività ma se trattati in un certo modo servono soprattutto a mistificare la Realtà.
Un esempio su tutti il polpettone dei cambiamenti climatici. Un buon ricercatore può dimostrarti che sono tutta una balla, che non esistono e che se proprio esistono non c’entrano assolutamente con l’operato dell’uomo. Un altro buon ricercatore può dimostrarti che esistono, eccome, che sono in crescita esponenziale e che sono per lo più causati dalla presenza dell’uomo sulla terra che si da pure da fare con una serie di ricerche “scientifiche” per dimostrare che non esistono. Dal punto di vista del ricercatore hanno ragione entrambi, hanno trovato cose che cercavano ed hanno pure trovato il modo di dimostrarlo. forse curioso il metodo di chi nega il cambiamento climatico ma efficace come se non più di quello che dimostra il contrario.
L’osservatore non ricerca un bel nulla, apre la finestra e, se non è del tutto assorto, si accorge dei cambiamenti climatici, dopo potrà pensare mille cose, prima fra tutte quella che l’umanità si scanna a dimostrare come questi siano veri o falsi e questa è un’altra osservazione forse ancora più importante della prima perchè se è vero che ci sono dei cambiamenti climatici in atto è anche vero che siamo immersi in un sistema economico dal quale non riusciamo ad uscire che condiziona le nostre esistenze ben più dei cambiamenti climatici, Per cui la vera osservazione non sono i cambiamenti climatici ma cosa facciamo, o cosa non facciamo in coseguenza di questi.
Nell’attività sportiva siamo più tesi a ricercare che a osservare. Ricerchiamo la forma sportiva, ricerchiamo la precisa esecuzione di un certo gesto tecnico e molte volte, ispirati da presunti modelli di efficacia di un certo gesto, siamo portati ad emularli per giungere ad un risultato che altri atleti hanno già ottenuto. Forse anche nello sport dovremmo osservare di più e ricercare di meno. Dovremmo tentare di compredere più che tentare di spiegare ma ciò non sarebbe molto funzionale alla ricerca di un risultato.
Nello sport siamo molto tesi a cercare di spiegare perché l’ottenimento di un certo risultato è importante, in taluni casi invece dovremmo tentare di capire perché quel risultato già ottenuto è il migliore che si potesse ottenere in quella situazione da tutti i punti di vista e, anche se nella nostra presunzione il prossimo risultato sarà certamente tecnicamente più apprezzabile dovremmo tentare di osservare le variabili che poi concretamente porteranno alla realizzazione del prossimo risultato che potrà essere tecnicamente più o meno valido del precedente.
Spiego questo con un antico (ormai sono antico…) esempio riferito alla mia carriera agonistica. Nel lontano 1985 fui in predicato per passare in forza ad una squadra militare in virtù di risultati apprezzabili che feci in quella stagione agonsitica. I responsabili della squadra mi convocarono ad una gara per visionarmi dicendo che in caso di esito positivo mi avrebbero preso in squadra. Io non ero terribilemnte contento della cosa perché in quel periodo già sentivo una certa pressione come atleta e temevo che l’accasamento in un gruppo sportivo militarte potesse aumentare quella pressione anziche diminuirla, d’altro canto la questione economica connessa al cambio di club non era per niente trascurabile e già allora le garanzie economiche che potevano offrire i club militari non erano nemmeno paragonabili a quelle proponibili dai club civili. Così andai al provino e feci una gara semplicemente disastrosa, addirtittura mi ritirai ad un certo punto per non creare equivoci. Insomma nella mia testa non c’era per niente di andare a finire in un club militare anche se al via della gara mi sono presentato. Pochi giorni dopo ebbi la stessa proposta da una squadra civile. Qui le condizioni erano diverse ed avevo valutato che potevano essere accettabili e non andavano a crearmi pressioni esagerate sull’attività agonistica. Andai anche là a fare un provino e gareggiai con una freddezza proverbiale, non solo vinsi la gara ma sterminai i miei avversari raccogliendoli tutti dal primo all’ultimo nel rettilineo finale. Il primo risultato del ritiro nella gara per andare nel club militare era funzionale al secondo. Se non ci fosse stato quel risultato apparentemente disastroso della gara nella quale mi sono ritirato non ci sarebbe stato nemmeno quello della seconda dove ho fatto tutto alla perfezione.
Un ricercatore può dimostrare quanta poca voglia avessi di finire in un club militare, un altro ricercatore può dimostrare quanto entusiasmo avessi per finire in un forte club civile un osservatore può rilevare come si fosse prodotta una strana situazione e come stranamente io mi fossi presentato ad una gara (la prima) alla quale potevo benissimo anche non partecipare dicendo semplicemente: “No, grazie, non mi interessa entrare in un club militare”.
Insomma non possiamo valutare i risultati e le varie gesta umane solo secondo parametri di rendimento ma dobbiamo valutarli analizzando molte cose. Se ricerchiamo indubbiamente ci mettiamo nella condizione di chi vuole ottenere i migliori risultati possibili. Se osseviamo e basta ci poniamo nella condizione di capire perché a volte i migliori risultati possibili non sono quelli tecnicamente più validi ma semplicemnte quelli che producono una situazione che per noi è la migliore possibile, la più vivibile possibile.
Il poeta ammette anche la sconfitta, il tecnico la ammette ma tenta di starci alla larga.
Detto questo mi viene troppo istintivo chiudere con una massima un po’ datata di un mio vecchio collega di corso all’Isef (non se ne abbia a male se legge qui sopra e non si trova nel “vecchio”…) tale Nazzareno Gasparato che molti anni fa affermava: “Noi in realtà non siamo degli esperti del movimento ma dei “poeti” del movimento…”.