LE SENSAZIONI NELL’ATTIVITA’ FISICA

La sensazione nell’attività fisica è tutto. Lo è soprattutto per chi fa attività fisica per divertirsi e stare bene ma lo è anche per chi partecipa allo sport professionistico che ha bisogno di interpretare le sensazioni di movimento per affinare la preparazione. Per colpa di sensazioni non piacevoli il dilettante può mollare l’attività sportiva. Grazie a sensazioni piacevoli si tiene in piedi il carrozzone dello sport spettacolo e qui le sensazioni piacevoli sono quelle dello sportivo spettatore più ancora che quelle dell’atleta protagonista che può essere convinto a proseguire nella sua pratica sportiva dai lauti guadagni anche se a volte il gesto sportivo non offre sensazioni esaltanti per chi lo esegue.

Pertanto ci sono sensazioni sia nel praticare lo sport che nel guardarlo. Sarebbe molto bello che quelle dello sport praticato fossero sempre più forti, entusiasmanti e convincenti di quelle dello sport “visto” perché il primo è di gran lunga più importante del secondo e anche i disabili hanno diritto ad uno sport entusiasmante che magari anche se meno spettacolare di quello dei campioni possa convincere che la pratica è sempre importante anche se semplicemente vedere il campione, pur se seduti su una poltrona, è già esaltante.

Lo sport spettacolo per sopravvivere si fonda sul “sensazionalismo” appunto e per far questo ha necessità che le gesta degli eroi dello sport siano di alta qualità e poi che tutta una serie di personaggi che gravitano attorno a questo sport, cronisti sportivi in primis, tengano ben vivo questo sensazionalismo che aleggia attorno alle gesta dei campioni. Diciamo che a volte è anche un po’ un sensazionalismo artificiale e gonfiato ad arte ma lo scopo di ciò è fare in modo che lo spettatore resti incollato davanti allo schermo e provi effettivo piacere nel vedere tali gesta.

Ecco, sarebbe molto bella che anche l’attività fisica della gente comune fosse fondata sul sensazionalismo magari su quello delle sensazioni derivanti proprio dalla pratica dello sport più che da quello della sua pubblicizzazione. A volte il mondo dello sport amatoriale e dilettantistico scimmiotta quello professionistico e allora l’amatore che va a New York ad affrontare una improbabile maratona, magari pure poco preparato, si fa sopraffare dalla narrazione di queste gesta che assapora come quelle di uno sport professionistico e la cosa entusiasmante di quell’evento più che le sensazioni del momento (che magari sono pure disgustose perché una maratona corsa con poco allenamento può diventare una tortura più che un bel momento di sport) è la narrazione di quel gesto, la celebrazione con i colleghi di ufficio come se si trattasse di una impresa epica.

Al di là di questo gioco lecito quanto curioso, sarebbe importante che le sensazioni di movimento fossero sempre importanti e coinvolgenti perché è solo in quel modo che lo sport praticato può superare quello visto alla televisione ed è solo con questo sorpasso che può diffondersi una vera cultura dello sport per tutti.

Nello sci di fondo, per esempio, la tecnica a skating ha decisamente soppiantato quella classica ormai da tanto tempo però la tecnica classica sopravvive per un fatto di sensazioni. Dal punto di vista del rendimento anche un pessimo pattinatore viaggia più velocemente con la tecnica skating che non con quella classica ma le sensazioni offerte dalla tecnica classica, soprattutto se questo è stato un fondista che ha indugiato per un bel po’ di anni con quella tecnica, sono impagabili e così si preferisce sciare più piano ma con la tecnica classica che non più veloce con la tecnica skating. Le sensazioni di fatica sono soggettive e molto legate al vissuto emotivo e così anche se a parità di velocità la tecnica skating dovrebbe consentire di risparmiare fatica rispetto alla tecnica classica troverete il fondista che giura di fare meno fatica a tecnica classica che non con lo skating e questo giuramento non è una presa in giro ma la dimostrazione di come la fatica sia difficilmente quantificabile in termini oggettivi.

Si arriva all’assurdo che per un atleta veramente abituato al movimento la cosa più faticosa è stare fermi quando si verifica un infortunio e anche questa può sembrare una cosa assurda ma purtroppo è proprio vera, prova ne sia che molti atleti rischiano di ricadere negli infortuni perché molto spesso non riescono a rispettare i giusti tempi di recupero post infortunio, anche per questo nei protocolli di riabilitazione è sempre meglio dare la precedenza alle scelte che ci permettono di tenere in attività l’atleta rispetto a quelle che prevedono la sua totale immobilizzazione, questa scelta con riferimento ad atleti dilettanti va fatta a costo di allungare i tempi di guarigione pur di evitare inutili sofferenze legate a stop troppo lunghi e quasi insopportabili. Il professionista deve essere una specie di robot e anche lì dovrà saper soffrire in silenzio, rinunciando al movimento se questo può ritardare i tempi di recupero, ma anche lì le scelte del professionista sono guidate da motivi economici, per il professionista l’importante non è ricominciare a muoversi in tempi brevi quanto tornare a rendere al 100% in tempi brevi e pertanto la faccenda è ben diversa.

Teoricamente lo sport dilettantistico può essere anche più bello di quello professionistico perché mentre il dilettante può letteralmente “abbandonarsi” alle sensazioni di movimento e queste diventano proprio il carburante per continuare a muoversi, il professionista può essere costretto di più a dover “dominare” le sensazioni di movimento per orientarle in un certo modo, non contano le sensazioni più “gustose” bensì quelle più razionali per giungere ad un determinato obiettivo. Nello sport c’è sempre una componente ludica, questa può essere più libera e fantasiosa in chi pratica sport dilettantistico perché non vi sono vincoli di programmazione particolari legati a certi obiettivi agonistici e anche laddove l’atleta dilettante gioca a costruire tali vincoli può sempre comunque rivedere la sua “finta” programmazione in modo del tutto arbitrario senza dover rendere conto a nessuno spettatore. Il vero capo dell’attività sportiva del professionista per certi versi è lo spettatore, il capo dell’attività dilettantistica è chi organizza l’attività che non deve fare i conti con nessuno spettatore ma solo con le sensazioni dei dilettanti. Lo sport dei professionisti deve essere bello da vedere, quello dei dilettanti deve essere bello da fare.