Direi che lo sport sia il campo di applicazione per eccellenza della teoria enunciata dallo studioso Thomas Anthony Harris nell’ormai lontano 1969 sul libro “Io sono ok, tu sei ok”.
Quella teoria per conto mio è una grande teoria, a livello universale, a prescindere dallo sport, e se fosse considerata dai potenti della terra porterebbe all’eliminazione delle guerre. Se io sono ok e tu sei ok allora non esiste più il substrato culturale per fare le guerre perchè è garantito che un accordo si può trovare ed è un buon accordo perché viene fuori da due soggetti responsabili e abili nel tutelare i propri interessi ed anche quelli altrui.
Perchè lo sport è il territorio per eccellenza per la buona applicazione di questa teoria? Molto semplicemente perché se è naturale, istintivo e assolutamente non deprecabile sostenere sé stessi questo lo si riesce a fare ancor meglio sostenendo l’avversario.
Se ho battuto un campione finto, una mezza calzetta, posso essere una figura di seconda piano anch’io, al contrario se ho battuto un grande campione allora, almeno con riferimento a quella specifica situazione, sono un grande campione anch’io, probabilmente più forte ancora dell’altro.
Questa scelta di optare per l’adagio “Io sono ok, tu sei ok” implica anche il fatto che io deva trovare il sistema per tenerti veramente ok, anche te che perdi, per dimostrare che, come te, anch’io sono veramente ok. Questa necessità determina anche l’importanza di trovare tutte le strategie per motivare all’attività sportiva i numeri due che sono quelli che reggono il palco e consentono ai numeri uno di mettersi in evidenza.
Quando dico che la lotta al doping ai giorni nostri è sacrosanta non lo affermo perché il doping anche ai giorni nostri, ancorché rigidamente sorvegliato dagli staff medici, sia comunque pericoloso per la salute dell’atleta ma anche perché grazie al doping si riesce a creare una frattura fra gli sportivi di primo livello e quelli di secondo livello insanabile. La distanza fra sport di base e sport spettacolo ai giorni nostri è abissale, produce troppi telespettatori e ruba protagonisti allo sport di base ed è alimentata anche dalla diffusione capillare del doping nello sport di alto livello. Attenzione che a scrivere così si può pure essere querelati perché, miracolo dell’informazione di massa, il doping in realtà esiste solo fra gli atleti amatori, fra gli sfigati che hanno tempo solo per allenarsi una volta al giorno ed a volte davvero fra questi c’è qualche idiota che per tentare di reggere il passo di chi ha il tempo di allenarsi due volte al giorno butta giù porcherie magari pure senza controllo medico, rischiando in modo veramente assurdo ed essendo quasi sicuro di essere pigliato prima o poi dall’antidoping che essenzialmente va a caccia di questi non riuscendo a prendere i professionisti che sono dopati in modo oculato e perfetto senza alcuna possibilità di essere trovati positivi ai controlli.
Dunque nella definizione corrente il doping sono le scemate che si buttano giù i dilettanti con qualche rotella fuori posto e che giustamente prima o poi vengono trovati positivi all’antidoping ma non è tutta quella serie di trattamenti medici esasperati che accompagnano la preparazione della gran parte degli atleti di alto livello. Allora io dico che tutto sommato del doping fai da te anche se assolutamente deprecabile non me ne frega più di tanto perché se uno è scemo è libero di rovinarsi la salute anche fumando 30 sigarette al giorno (e nessuno lo squalifica…) mentre mi da fastidio che sia tutto regolare nei trattamenti con scarriolate di farmaci per sostenere preparazioni impossibili per gli atleti professionisti in modo di tenerli sempre più distanti dalla plebe dello sport veramente dilettantistico.
Uno sport dove “Io sono OK e tu sei OK” è uno sport che non ammette fratture e dove tutti sono protagonisti, il campione ed il non campione, dove il protocollo farmacologico per l’atleta di alto livello non ha nessun senso perché quello vince già troppo anche senza farmaci e non ha bisogno di vincere sempre di più. Uno sport dove vince sempre il numero uno fra l’altro è pure noioso e, per esempio, nel grande calcio ciò è dimostrato dal fatto che i campionati passati alla storia non sono quelli dove hanno vinto le solite squadre perennemente favorite ma quelli dove hanno vinto squadre apparentemente molto meno quotate.
C’è bisogno che lo sport si disintossichi dai farmaci per ampliare la platea dei contendenti, ovviamente poi ci sarà il rischio che tutti vogliano fare i professionisti perché in tal modo la distanza fra professionisti e dilettanti si accorcia sensibilmente ma è un rischio da correre per aumentare la pratica sportiva a tutti i livelli e fare in modo che tanti telespettatori diventino degli sportivi veri e non sportivi della domenica.
Ovviamente lo sport spettacolo ha bisogno di campioni leggendari da tenere sul piedistallo perché sono questi che ti tengono attaccato alla televisione ma lo sport non televisivo è ancora più importante di quello televisivo e può coinvolgere un numero spropositato di persone che lo sport televisivo può coinvolgere solo in veste di telespettatori.
Si apre un problema di impianti sportivi che, se siamo “tutti OK”, rischiano di essere presi d’assalto da orde di sportivi che prima si credevano solo dei pirla e quello è un rischio da correre davvero se si crede nello sport come prevenzione, se si crede nel vero spirito dello sport che è di dare importanza a tutti e non solo ai numeri uno. Il numero uno si esalta solo se esistono tante persone in grado di portargli via lo scettro e più o meno tutte con le stesse possibilità di farlo. Questa non è utopia se si crea una cultura dell’inclusione che è la vera cultura dello sport.