Sono ancora traumatizzato dalla storia del ragazzino che ha provato ad uccidere la professoressa. In realtà io mi preoccupo per molto meno e ricordo un episodio di molti anni fa, quando ancora seguivo il calcio a 5 giovanile (c’era un tentativo di farlo decollare poi naufragato): un ragazzino della mia squadra non era per niente contento di fare molta panchina e non tentò di uccidermi ma molto semplicemente un giorno mi disse in modo improvviso per me che ne aveva le palle piene di far panchina e quando avrei deciso di metterlo dentro. Ci restai molto male perché io avevo capito che non aveva nessuna voglia di entrare e non si sentiva ancora pronto ed invece era da settimane che voleva entrare e non me l’aveva fatto capire. Ci restai male perché era uno dei miei compiti interpretare il suo malumore anche se non era facile capirlo e gli dissi, scusandomi, che avrebbe dovuto dirmelo prima ed io non avevo capito niente. Non era l’unico che faceva molta panchina ma gli altri erano d’accordo su quella scelta, lui no e per me quella era una ragione più che sufficiente per avvisarmi, così come io avrei dovuto premurarmi di capire che le mie sensazioni fossero corrette e non completamente cannate come si rilevò poi. La cosa si risolse semplicemente facendo giocare quel giocatore ma non la buttai giù volentieri e la presi come una sconfitta un po’ pesantina della mia carriera di allenatore.
Non sto assolutamente dicendo che la profe abbia della responsabilità, purtroppo il sistema scolastico nella sua totalità temo che ne abbia molte e quella profe rischiava di pagarle con la vita. Se ci accontentiamo di dire semplicemente che il ragazzino è matto e di matti in giro ce ne sono molti, anche ben più maturi del ragazzino in questione, allora abbiamo capito poco della scuola.
Purtroppo tanti ragazzini subiscono la scuola più che frequentarla anche se non tutti provano ad ammazzare la profe. Più che dire “Che classe fai” in molti casi bisognerebbe chiedere: “Che classe subisci?” perché questo purtroppo è il verbo giusto per definire l’atteggiamento di molti, troppi ragazzini a scuola. Magari si potesse dire correttamente “Che scuola fai?” perché ciò implicherebbe che i ragazzini “facciano” concretamente la scuola cosa che non è mai vera nemmeno quando non la subiscono. I ragazzini trovano la scuola già bella e fatta così com’è e non hanno nessuna possibilità di “farla”, nemmeno di modificarla parzialmente perché non sono loro i veri protagonisti della scuola, almeno non sono quelli che la “fanno”.
Nella scuola manca lo spirito olimpico, quello che ormai rischia di mancare anche nello sport perché tante volte nello sport ci si comporta come a scuola con un senso del dovere che rischia di diventare soffocante pure nei confronti dell’attività sportiva e così il ragazzino finisce per mollare lo sport perché se non ottiene certi risultati è solo tempo perso ed allora, visto che non può mollare la scuola, almeno molla lo sport che non è obbligatorio come la scuola.
Al contrario dobbiamo incitare alla pratica sportiva che può insegnare molto ed incoraggiare allo spirito olimpico anche nei confronti della scuola che per i ragazzi non è un lavoro e anche se si viene bocciati non è la fine del mondo come era ben chiaro ai miei tempi quando la bocciatura, purtroppo un po’ troppo frequente (e forse è per questo che veniva vista come una cosa un po’ più normale), non era drammatizzata come adesso.
La storia del ragazzino potenziale criminale è la punta dell’iceberg di una scuola che ha molte cose da rivedere, prima fra tutte l’eccesso di competitività che crea ansia e stress in ragazzi che devono crescere sani più che ansiosi, stressati e timorosi del futuro. E’ chiaro che il futuro rischia di non essere facile perché non lo è mai stato per nessuno ma se a scuola vi insegnano che il futuro ve lo costruite voi più che subirlo dagli altri allora la prospettiva cambia.
Il ragazzino ha rischiato di ammazzare la profe ed io non mi capacito di questo salto di qualità nella scuola che rischia di andare indietro invece di andare avanti perché sono fermo a quando qualche deficiente tagliava le gomme all’auto della profe. Noi sapevamo che era deficiente ma non ci preoccupavamo più di tanto, Forse abbiamo sbagliato perché siamo arrivati a questo.