LA FATICA E’ PENSARE

Un mio amico che ha visionato il sito ed allena giovani mezzofondisti mi chiede se non ci siano articoli abbastanza specifici che possano dare idee per la preparazione nel mezzofondo. Rispondo che il sito è terribilmente generico e che comunque, nella marea degli articoli generici, quelli che per conto mio hanno più attinenza con la preparazione alle gare di mezzofondo sono quelli che riguardano la fatica. Per cui, istintivamente mi verrebbe da dirgli di digitare la parola “Fatica” e vedere a quali articoli rimanda. Lo faccio io e mi accorgo che si naviga nel mare della “non specificità” anche lì. Allora, vedendolo ad una gara (il ragazzo oltre ad allenare è nel pieno della carriera agonistica e sta facendo pure i suoi record personali ed io aggiungo pure perché allenando si sta rendendo conto di cose che prima faceva fatica ad evidenziare…) gli dico: “Guarda l’articolo che ti può interessare lo scrivo dopo!…” In effetti è un articolo che avevo in testa da un po’ di tempo ma fatico a trovare le parole per metterlo giù e con quest’ultima frase ho già sviscerato il concetto dell’articolo.

Pensiamo che la corsa di mezzofondo (ma anche più o meno tutte le discipline di resistenza nello sport) sia essenzialmente un discorso di fatica. Di questo ne sono convinto abbastanza anch’io però, proprio perché si tratta di fatica, di fatiche c’è da aggiungerne un’ altra ed è quella terribilmente specifica di selezionare tutte le strategie possibili per contenere nel migliore dei modi le sensazioni di fatica.

Pare un gioco di parole ma per “domare” la fatica fisica bisogna impiegare la fatica mentale che ci consenta di selezionare le migliori strategie di allenamento.

Vengo al dunque con situazioni specifiche. Anch’io alleno e, per fortuna o per sfortuna a seconda dei punti di vista, alleno atleti che si possono permettere il lusso di commettere anche degli errori. Non sono dei professionisti e, anche se non si divertono a sbagliare preparazione, non hanno comunque la necessità di centrare sempre tutto alla perfezione. Accade che la domanda più frequente che io faccio a loro, dopo aver chiesto come stanno, quando li vedo al campo di allenamento sia: “Cosa facciamo oggi?”. Qualcuno mi risponde. “Andiamo a farci uno spritz” e quel qualcuno non sbaglia molto negli intenti ma alla fine troviamo qualcosa di diverso a base di corsa a sostituire il presunto tempo per lo spritz. Premetto che io non corro praticamente mai con loro e pertanto quel verbo “Facciamo” è ingannevole perché in realtà corrono solo loro però in quella scelta mi calo anch’io ed è per quello che mi ci sento dentro.

Curioso il fatto che dica che “in quella scelta mi calo anch’io” un po’ come se fossi uno spettatore dell’allenamento più che un vero e proprio coordinatore. Ed è qui che casca il discorso della fatica. In oltre cinquant’anni di frequentazione del campo ho visto nascere e sparire centinaia di mezzofondisti e nella “sparizione”, più che nella nascita, la fatica ha quasi sempre giocato un ruolo chiave. Uno non viene al campo per far fatica, viene perchè gli piace correre. Poi gli piace così tanto correre che è pure disposto a far fatica e che si fa fatica lo sa prima ancora di cominciare a correre però questa fatica è un prezzo che si può pagare se la corsa è davvero divertente. Ecco che il mio compito principale, quando mi relaziono con l’atleta, è fare in modo che l’allenamento sia anche divertente o che, almeno, sia più divertente che faticoso. Se è terribilmente faticoso e pure noioso so già che ho giocato male le mie carte per offrire nuovi stimoli all’atleta.

Succede, ancora più frequentemente della proposta dello spritz, che l’atleta mi dica “Guarda, oggi sono talmente stanco che faccio fatica anche a pensare cosa potrei fare, su che distanze potrei correre, dimmi tu e possibilmente che sia un qualcosa di non tropppo faticoso…”

In questo “Dimmi tu” sembra che giochiamo a chi fa meno fatica a selezionare l’allenamento giusto. In realtà io non voglio sottrarmi a quella fatica, per certi versi è il mio mestiere, però ritengo importante che l’atleta faccia la fatica mentale di capire quale può essere l’allenamento migliore per lui quel giorno. Ho scritto “Per lui” e “Quel giorno” e sono i due elementi fondamentali. Il “per lui” fa i conti col fatto che spesso gli atleti si allenano in gruppo ed allora bisogna capire se l’esigenza del singolo è simile a quella del resto del gruppo. Il “Quel giorno” poi è ancora più importante perché gli atleti non sono tutti uguali e, soprattutto, non vivono giorni tutti uguali. Oltre a ciò molte cose sono anche decisamente difficili da prevedere ed è per questo che la prima domanda da fare all’atleta è “Come stai?” partendo dal dato fiducioso che se è lì al campo vuol dire che proprio male non ci sta.

Dunque la fatica di capire cosa più è opportuno fare come fatica introduttiva di un allenamento che comunque di fatica fisica ne costerà certamente perché quella è una costante della corsa.

Non è facile nella nostra società, che io definisco “la società dell’obbedienza” far capire agli atleti che esiste l’opzione di modificare il compito a seconda delle proprie condizioni fisiche e pure a seconda del proprio stato d’animo. Io sono convinto che se anche a scuola fosse così avremmo studenti molto più preparati e non ci sarebbe bisogno di perdere tempo in centomila verifiche. Evidentemente una scuola che prepara davvero i giovani fa paura perché, se i giovani acquisiscono la consapevolezza di poter cambiare la società non c’è più spazio per vecchi rincoglioniti che hanno solo il potere economico ma non la capacità di fare le scelte giuste in quanto pure ignoranti come zappe. Una società che si lascia davvero guidare dai giovani e non dalle antiche oligarchie finanziarie sarebbe una rivoluzione ben più traumatica di quella francese.

Farla sul campo sportivo convolgendo l’atleta fino a farlo diventare primo responsabile della sua preparazione è un po’ meno traumatico. Il fine di questo atteggiamento chiaramente non deve essere nascosto ed è quello di fare in modo che lo sport sia sempre più importante per quell’allievo anche nel momento in cui generalmente gli altri allievi mollano per i soliti sopraggiunti impegni sociali.

Dunque la rivoluzione della fatica. La fatica si fa, eccome, ma dobbiamo riuscire a gestirla per vivere meglio lo sport, per non subirlo, per esserne protagonisti e la cosa assurda è che chi riesce a fare la fatica di sopravvivere nello sport poi di fatica nella vita ne fa di meno perché trova un potentissimo alibi per sottrarsi alla fatica dello stress che è quella che ti dice che ci sono degli impegni sociali improcrastinabili, che bisogna servire la Patria ed è più o meno lo stesso spirito che brucia i talenti troppo giovani che vogliono servire la Patria troppo in fretta e così come atleti finiscono troppo presto.

Dicono che a scuola i nostri studenti si allenino a ragionare perché studiano al meglio come sopravvivere alla tortura delle continue verifiche. Nello sport mi auguro che il ruolo sia più attivo e sono convintissimo che occorra una gran fatica per sviluppare la sensibilità per selezionare le migliori strategie di allenamento. Ma mentre il processo mentale rispetto alla scuola è sostanzialmente una “fuga” mi auguro che quello nei confronti dello sport sia una “rincorsa”.

In ogni caso la consapevolezza di ciò che si sta facendo è importante e, a riguardo della scuola alcuni giovani mi hanno confessato: “Sappiamo che così com’è è sbagliata ma rifondarla è troppo difficile e pertanto è più comodo subirla così com’è e far finta di niente.” Questo non può essere l’atteggiamento nello sport che fatto bene richiede una gran fatica mentale, ed io, che sono un illuso, ritengo che i metodi autentici dello sport alla fine dovrebbero anche quelli che informano la scuola. Giusto per non essere ipocriti e per non far “vivacchiare” un’istituzione che costa un’infinità di soldi. L’entusiasmo va sempre coltivato, quello verso la fatica di pensare è scomodo ma può produrre nuovo entusiasmo…