Trattando la materia in modo superficiale e semiserio, per non dire proprio del tutto “niente serio” nell’articolo sulla “Paura del risultato” avrei commesso un errore grave perché ho implicitamente minimizzato su una questione che invece é di fondamentale importanza per capire tutto lo sport e non solo.
Allora, tentando di stare più seri tentiamo semplicemente di farci alcune domande senza avere la presunzione di riuscire a rispondere ma solo con l’obiettivo di ampliare il campo di indagine di questo tormentone decisamente importante sulla motivazione allo sport.
Prima domanda basilare: a cosa tende l’uomo e scrivo “uomo” proprio più che sportivo perché questa cosa riguarda certamente tutto il genere umano? La risposta sembrerebbe facile e se ne può discutere ed è la felicità, il benessere. Attenzione che qui già il concetto si può sdoppiare perché per alcuni benessere e felicità sono già due cose diverse nel senso che per assurdo ci può essere un soggetto che è felice anche se non sta per niente bene così come ci può essere un soggetto che non è per niente felice anche se da un punto da vista clinico sta ‘na meraviglia.
Seconda domanda, ed è un argomento che è già stato trattato su queste note, siamo proprio sicuri che ci sia correlazione diretta fra felicità e valore assoluto dei risultati sportivi? Per rispondere a tale quesito in altri articoli avevamo fatto l’esempio del danaro: siamo pressoché sicuri che la correlazione diretta fra danaro accumulato e felicità è assolutamente falsa, anzi si può proprio dire che in molte circostanze la quantità di danaro della quale si può disporre non c’entra proprio un cavolo con la felicità.
Terza domanda, già un po’ più complessa: siamo proprio sicuri che ciò che da la felicità ad un certo soggetto sia ciò che la da anche ad un altro soggetto? Esempio banale in termini di sport: c’è un certo atleta che si sente felice e realizzato già se vince un campionato regionale ed un altro che non è felice e rilassato nemmeno se vince un titolo europeo.
Dunque possiamo avere un panorama di situazioni diverse a seconda dei soggetti e, come al solito, non si può generalizzare e dare la ricetta magica per la felicità. Per un norvegese una giornata di sole tiepido fa la differenza non certamente i mille euro in più. ad un africano della giornata di sole in più non gliene frega proprio nulla, anzi gli da fastidio, mentre i 1000 euro o dollari sono quelli che gli danno un sacco di vantaggi.
Trattando di atleti, in modo molto semplicistico, per un certo atleta un titolo regionale può essere un cosa fantastica e per un altro un titolo europeo può essere una cosuccia che fra qualche anno chi sa se se lo ricorda nella marea dei suoi risultati (non facciamo nomi: per esempio Duplantis…).
Siamo arrivati ad Einstein perché siamo ad una sorta di “relativizzazione”. Allora forse non è il caso di procedere oltre per non cascare nel solito ridicolo al quale tendo un po’ troppo spesso identificandomi con quello che vede la felicità nell’aspetto comico delle cose. E’ abbastanza certo che per capire la motivazione degli atleti bisogna confrontarsi con cose con le quali non è troppo istintivo confrontarsi. Come minimo non caschiamo nella banalizzazione di pensare che per ogni atleta un risultato sempre migliore sia sempre fonte di felicità. Non è così e se così’ fosse probabilmente saremmo dei mezzi robot un po’ stupidi. A quel punto la rincorsa ad una medicalizzazione esasperata che mette le basi per risultati sportivi praticamente sicuri potrebbe essere l’unica scelta di uno sport simile. Per fortuna non è così ed uno dei pilastri dello sport è proprio questa girandola di emozioni non strettamente collegate all’entità del risultato. Meditate gente, meditate…