Ho già scritto un articolo su “Avere o essere nello sport” citando nientepopodimenoche il filosofo Erich Fromm, autore del famoso saggio “Avere o essere”. Questo titolo mi affascina come l’opera scritta da Fromm e ritengo che nel primo articolo, pur lungo e polpettoso, manchino alcune idee che mi circolano per la testa in proposito.
Agganciandomi al primo articolo ribadisco che non voglio “sostituirmi” al grande Fromm ma semplicemente tentare alcune considerazioni sulla base della sua filosofia che possano avere attinenza col mondo dello sport.
Stando proprio su cose concrete si può precisare che c’è un aspetto dell’ avere o essere che riguarda parimenti lo sportivo ed il cittadino su un unico piano. Alludo a quando lo sportivo trova nello sport professionistico uno strumento per soddisfare la sua sete di successo nel senso di accaparramento di cose e scalata a posizioni di prestigio e di potere sempre più importanti. In quel caso un cittadino abbagliato dalla logica dell’avere trova una via per ottenere quello che vuole e la segue con entusiasmo, foga ed attenzione per arrivare all’obiettivo. La sete di potere e la bramosia di possesso può essere un’ottima motivazione anche per il raggiungimento di notevoli risultati sportivi quando un talento dello sport si rende conto di cosa può ottenere mettendo a frutto il suo talento.
Tralasciando ogni valutazione morale mi tocca ammettere come questo tipo di motivazione possa essere molto potente e anche, in linea di principio, nemmeno condannabile soprattutto se pensiamo a cosa possono fare altri cittadini per soddisfare quel tipo di pulsioni non potendo partire dal talento nello sport. Uno sportivo di alto livello molto attaccato al danaro in effetti fa molti meno danni di un politico con la stessa passione, anzi possiamo pure dire che uno sportivo di alto livello che ha sete di danaro e potere tutto sommato non è nemmeno pericoloso se non per sè stesso nel momento in cui chiede al suo fisico un rendimento troppo elevato per spingersi sempre più in alto nella carriera sportiva, Semmai questo atteggiamento può affuscare un po’ la sua immagine nel momento in cui deraglia su comportamenti antisportivi per raggiungere a risultati notevoli a tutti i costi (per esempio il famoso aiutino farmacologico nel quale la mossa più scorretta è proprio trovare le mille strategie per legalizzarlo e renderlo impunibile senza che si possa chiamare, come andrebbe fatto, “doping”).
Toccando poi inevitabilemente la questione etica per conto mio (e sottolineo “per conto mio”) una mentalità incentrata più sull’essere che sull’avere può portare comunque a motivazioni forti nell’ottenimento di grandi risultati sportivi anche se la molla del danaro per chi non è tanto attaccato al danaro può non essere così forte.
Il vero sportivo ha il gusto per il gioco ed il gioco per certi versi è una droga anche più forte del danaro. Non sto parlando del gioco d’azzardo, quello rigiuarda sempre i soldi. Sto parlando del gioco autentico, quello fine a sè stesso che io ritengo il più potente che ci sia. Il vero giocatore, e ce ne sono tanti in giro per il mondo ed io affermo che sia cosa “buona e giusta”, non gioca per danaro ma per il gusto di giocare. Sarò blasfemo ma per conto mio quello è il vero sportivo ed è anche più innocuo dello sportivo che vuol diventare ricco con lo sport. In linea di massima questo rifiuta il doping perché ritiene che alteri le regole del gioco e forse è disposto a “subirlo” (e subirlo è proprio il termine giusto perché ne farebbe volentieri a meno) solo se si rende conto che è l’unico modo per continuare a giocare se questo non altera l’esito della competizione (se tutti si dopano sono tutti ad armi pari). In realtà il giocatore estremo può andare al limite dell’autolesionismo se animato da solidi principi ed arrivare a comportamenti stravaganti pur di salvaguardare l’integrità e la purezza del suo concetto di gioco (si pensi al marciatore Schwazer vittima di persecuzione da parte della giustizia sportiva per aver avuto la pessima idea di voler far luce da solo sul polpettone dell’antidoping).
A grandi linee lo sportivo che emerge animato dai premi da capogiro è qiello che vuole avere mentre quello che è motivato dalla leggenda del gioco è quello che vuole “essere”. Il primo è animato dalla possibilità di avere tante cose grazie ai premi che si guadagna con l’attività sportiva, il secondo è animato dal sogno di entrare nella leggenda come “essere” più che come detentore di potere. Sono forse distinzioni un po’ cavillose ma importanti da un punto di vista psicologico.
Da un punto di vista sociale questa differenza di atteggiamento si traduce in due modi diversi di intendere lo sport: lo sport per tutti dove tutti possono giocare e se il gioco è importante è proprio giusto che sia per tutti e lo sport per i campioni dove la motivazione è proprio di carattere economico ed allora ha senso solo per chi ha i numeri per ottenere questi benefici economici. Attenzione anche qui a non fare di ogni erba un fascio perché poi c’è chi animato dal gioco si trova nella necessità di approdare ai compensi economici per insistere seriamente nel gioco nel senso che per gli stessi motivi ai quali alludevamo trattando il doping se il gioco si fa a due allenamenti al giorno evidentemente bisogna essere dei professionisti ed allora l’accasamento in un club che possa dare soddisfacenti garanzie economiche non è una scusa per provare a diventare ricchi ma solo una condizione necessaria per poter continuare a giocare ancora contro i più forti. Il vero giocatore continua a giocare anche quando viene declassato e non può più sostenere i ritmi di allenamento del professionista e lì arriviamo all’essenza dello sport. Quello sport importante che è importante non perché ti fa avere agevolazioni economiche ma perchè hai vent’anni. quello sport importante che merita rispetto perchè “sei” un ventenne e come tale è giusto che ti comporti anche se la società preferisce che tu anticipi i tempi e ti metta anzitempo a comportarti come un quarantenne per entrare meglio nel ciclo produttivo. Da un punto di vista delle prestazioni sportive fra un ventenne ed un quarantenne c’è un abisso e questo c’è ancora di più se non si tratta di professionisti perché il professionista fa di tutto per arrivare ancora abbastanza performante anche a 40 anni.
“Essere” uno sportivo più che “avere” le presunzioni di uno sportivo professionista può essere sconveniente per questo tipo di società ma allo sport fa quasi meglio il proliferare di atleti che si “sentono” atleti più che quello di atleti che vogliono “avere” lo status di atleta per “avere” certe agevolazioni. Infine quella di “essere” un atleta è una scelta e se un soggetto riesce a fare certi sacrifici (non da ultimo anche di ordine economico) può essere un atleta anche se non ottiene grandi risultati agonistici. Chiaramente entro certi ambiti perché poi ci sono certe situazioni lavorative ed economiche che non danno scampo e non lasciano alcuna possibilità all’ambizione di voler proseguire l’attività sportiva in modo diginitoso anche nell’età del massimo rendimento sportivo.
Questo “avere o essere” può essere una scelta anche se ognuno di noi ha più propensione verso una o l’altra scelta. Chiaro che nella società dell”avere chi vuole avere è compreso un po’ più facilmente dello squinternato che punta sull’essere. Chi riesca a vivere meglio non si sa nel senso che il danaro fa comodo a tutti ma anche la capacità di fare sport autentico non è una cosa da sottovalutare.