Penso di aver fatto più di mille gare fra una storia e l’altra in carriera, poco difficile aumentare il numero da giovane quando giravo su una media di 50 gare l’anno, un po’ più difficile adesso quando, un po’ per pudore e un po’ per vari problemi fisici legati all’età, faccio fatica ad arrivare alle dieci gare all’anno fra corse su strada, campestri, mezzofondo in pista e lanci vari dove la mia artrosi non protesta quasi nulla.
Ebbene dopo questo numero notevole di gare sono giunto alla conclusione che l’imperativo in gara sia uno solo: non si “deve” fare proprio nulla, anzi si “deve” fare una cosa sola, togliere quel “devo” dal vocabolario dell’atleta che si appresta ad affrontare la gara. Questa conclusione non si ferma alla mia condizione attuale dove ovviamente, vista l’età, l’obiettivo è solo sopravvivere e non ottenere risultati agonistici ma ha pure effetto retroattivo rispetto a tutte le gare che ho fatto e penso nostalgicamente ad una gara sui 3000 metri di quando avevo 18 anni, primo record sociale della mia vita.
Quella gara fu disputata al mercoledì pomeriggio, una gara provinciale che più provinciale non si può, quattro giorni dopo un sabato di una gara regjonale ben frequentata e che per me era piuttosto importante.
Per inquadrare la gara del mercoledì devo partire da quella del sabato precedente, anche quella sui 3000 metri dove nella mia testa “dovevo” scendere sotto i 9′ sui 3000 metri perchè avevo i numeri per farlo anche se vantavo un personale di 9’20” un po’ distantino da quel muro di 9′. Nella mia testa c’era quest’obbligo. E fu proprio quest’obbligo a farmi fare una gara piuttosto bruttina dove spesi energie preziose andando in testa a metà gara per tenere alto il ritmo proprio per quell’obiettivo di scendere sotto i 9′ sui 3000 salvo non resistere al ritmo di chi poi mi ha superato andando a chiudere in un più che dignitoso 9′ e spiccioli. Io arrivai piuttosto affaticato in 9’13”, comunque record personale ma giocato male nel senso che non fui nemmeno in grado di portarmi in zona sprint nel finale perché ormai ero decisamente bollito. Forse il tempo inferiore a 9 minuti non ci stava ma almeno un tentativo di giocarmi la vittoria finale ci poteva stare. Amen. Quattro giorni dopo in una gara provinciale che più provinciale non si può non “devo” proprio nulla, ho solo questa curiosità di vedere quanto valgo tranquillo e rilassato, magari con avversari che possono essere anche più forti di quelli trovati al sabato ma che non sono miei rivali diretti perché in quelle gare si gareggiava con categorie mescolate e dunque non sapevi mai chi ti trovavi.
In quel mercoledì di curiosità mi viene fuori 8’50” pure corso bene e quasi con facilità tanto che appena sentito il tempo riprendo a correre come un ossesso perché sono molto contento del risultato, record sociale appunto, che era di 8’55” di un certo Flavio Scattolo che era un mio mito di allora.
Avevo una lepre di lusso è vero, Loris Pimazzoni che stava facendo un allenamento e avendo corso i 3000 già in meno di 8′ non faceva certo fatica a correre a poco meno di 3′ al chilometro per tre chilometri, ma la carta vincente fu quel “non devo fare proprio nulla, viene quel che viene”. Se mi fossi messo in testa di correre assolutamente vicino a Loris Pimazzoni che non sapevo assolutamente a che ritmo aveva voglia di condurre il suo allenamento, probabilmente avrei fatto una fine ancora più ingloriosa di quella di quattro giorni prima.
Ecco, dopo 46 anni dico che ho perso un’ottima occasione in quella gara a non capire che quello era l’atteggiamento giusto, nessuna coercizione, viene quel che viene.
E lo dico adesso quando addirittura nelle gare master di lancio del disco vado in pedana che mi cago addosso perché sento la tensione come se fossi alle Olimpiadi. Mai come nel disco capisco che l’atteggiamento sereno e rilassato è fondamentale per rendere bene. Addirittura nel disco se non sei rilassato rischi di non centrare nemmeno la gabbia e fai tre nulli, non è come nella corsa che in qualche modo arrivi in fondo, anche se stanco stressato più dalla tensione che dalla fatica della gara stessa.
E allora quel “devo” dove lo buttiamo? Da qualche altra parte ma non per le gare. Per esempio per certi allenamenti ci può essere la situazione dove “devi” stare concentrato perché se non pensi a nulla rischi di correre in modo inutile come si fa talvolta trasfomando la seduta di allenamento in una scampagnata probabilmente utile per la salute ma assolutamente inutile per qualsiasi tipo di addestramento. Nei lanci in pedana per esempio in allenamento è opportuno pensare a certe cose, magari non troppe per non far casino, ma alcune cose bisogna pensarle altrimenti non ti rendi conto di come lanci. Ed anche nelle corse devi pensare a come corri, talvolta addirittura per non correre troppo veloce distrattamente rovinandoti una seduta che deve prevedere un certo trend di crescita.
Il “devo” in gara io sono convinto che vada abolito perché in gara, almeno che uno non sia completamente apatico e gareggi per contratto, perché deve portare a casa la pagnotta, lo stress regna sovrano e l’unico modo per domare lo stress è non crearsi inutili aspettative che vanno ad alimentare quello stress. Curiosamente i professionisti sono fra i più stressati per due motivi che sono antitetici: quando devono “ripetere” una certa prestazione sportiva per esigenze di società perché in quel frangente a loro magari di quel particolare risultato non interessa proprio nulla ma serve solo alla società sportiva. Quando invece “devono” tentare un certo record perché anche se la situazione è nuova ed entusiasmante dietro all’ottenimento o al fallimento di quel record si nascondono situazioni, che a quel punto sono professionali, molto diverse fra loro e ciò crea un grande stress.
Per i non professionisti l’abolizione del “devo” non è certamente un lusso, è sacrosanta, ci consente di affrontare al meglio le gare, con più serenità e divertimento ed eventualmente il “devo”, imitando un po’ i professionisti, può essere riservato a certe situazioni di allenamento dove altrimenti la monotonia e l’apatia possono prendere il sopravvento.
Lo so che sono controcorrente ma l’atleta, anche di buon livello, se non è un professionista non “deve” assolutamente nulla ed è pure diverso dal giovane che va in discoteca e “deve” assolutamente divertirsi (ed è lì che finisce per fare le stronzate epocali). Se ti diverti, bene, altrimenti hai fatto qualcosa di utile ugualmente. Lo sport ben fatto non ha obblighi, ne ha addirittura meno della discoteca dove divertirsi pare che sia obbligatorio…