TRE MODALITA’

Ci sono moltissimi modi di fare sport ma, semplificando in modo estremo, si può arrivare a categorizzare tre modalità essenziali di tipo di approccio allo sport.

Partendo dalla fine invece che dall’inizio, è abbastanza semplice parlare degli atleti amatori. Sono quelli che dopo i 35-40 anni, salvo casi eccezionali, sono nell’impossibilità di migliorare le proprie prestazioni e pertanto fanno sport soprattutto per la salute, per divertirsi e anche per competere, per carità, ma nella piena consapevolezza che il risultato conta gran poco in questo tipo di pratica sportiva.

A dire il vero il modo nel quale sono strutturati i campionati di società, per esempio nell’attività master dell’atletica, fa venire qualche dubbio e così, tanto per dire, io farei eventuali classifiche in base ai piazzamenti più che in base a fantomatiche tabelle di punteggio che equiparano i risultati tecnici nelle varie età.

Questi fantomatici punteggi spronano un po’ a cercare il risultato ed io stesso sono rimasto sorpreso a consultare la tabelle punteggio per esempio nel lancio del disco dove pensavo che gli unici punti che potevo rimediare fossero quelli che potevano darmi al pronto soccorso in caso di caduta in pedana magari andando a sbattere sfortunatamente contro il bordo.

Invece scopro che il lancio del disco a livello master da punteggi elevati e così sei incentivato a provarlo e poi ti accorgi che è molto divertente e fa bene alla salute, ma resta il fatto che paragonare con un punteggio uno sportivo di 60 anni ad uno di 40 non ha senso. Gareggiano giustamente nelle loro categorie, se vincono buon per loro se perdono amen. Trenta metri restano trenta metri che tu abbia 40 anni o ne abbia 60.

Poi scopro che anche la marcia “paga” molto bene e pure quella è divertente e fa bene alla salute. Allora mi viene da pensare che è molto pagata perché si vuole incentivare la popolazione a praticarla. Ma allora, molto semplicemente mi domando: “Se vuoi incentivare uno che non ha mai praticato la marcia a fare marcia invece di dare grandi punteggi alla marcia amatoriale potresti semplicemente invitare i giudici ad essere più morbidi nella valutazione della marcia dei principianti?” Anche perché questi principianti non è che si facciano squalificare perché vogliono barare e marciare più veloce ma semplicemente perché soprattutto nei primi tempi riuscire a marciare correttamente è molto difficile se non hai marciato in gioventù. Allora penso che sarebbe semplicemente sensato imparare a distinguere chi bara e corre invece di marciare da chi ha problemi oggettivi a marciare e ci sta mettendo tutta la buona volontà per arrivare ad una marcia corretta.

Insomma anche questo esempio per dire l’unica cosa importante dell’attività amatoriale: l’importante è davvero partecipare ed il risultato può e deve passare in secondo ordine perché il primo obiettivo è la salute.

Da qui con un balzo enorme, quasi pericoloso, passo alla modalità opposta di pratica sportiva: quella dei professionisti, dello sport spettacolo alla quale però voglio associare per motivi psicologici più che organizzativi tutta quella schiera di ragazzi che praticano sport con grandi ambizioni e che sognano come la maggior parte dei ragazzi di poter partecipare un giorno alle Olimpiadi o andare a giocare nella serie A di calcio. Se comprendiamo anche questi vediamo che il numero dei “personaggi tosti” è molto più elevato di quello che si possa pensare, non è forse matematicamente un terzo dell’intera popolazione sportiva ma va ben oltre quelle poche migliaia di professionisti che di fatto riescono a mantenersi con la pratica sportiva ed hanno fatto di questa la loro professione, almeno momentanea, di una fase della vita che può essere anche non molto breve. Se il ragazzino comincia a sognare di diventare un grande può pure essere, se tutto va bene, che questo sogno vada avanti anche vent’anni, se poi a 14 anni trova uno che gli dice che non diventerà mai un campione io auguro al ragazzino di avere la capacità di diffidare di quel tecnico lungimirante e devastante nei suoi giudizi. Molto meglio un ragazzino che si illude di diventare un campione e ci prova fino a trent’anni perché prima non è riuscito a capire che non ce la fa di un ragazzino che invece capisce questa cosa troppo presto e si mette a fare sport con lo spirito di un atleta amatore quando non ha ancora finito di crescere.

Questa disputa mi introduce subito alla terza modalità di pratica sportiva anche se non ho detto praticamente nulla della pratica sportiva professionistica. Di quella ne parlano fin troppo tutti. Sono tutti luminari, hanno tutti la ricetta magica per far funzionare al meglio la nazionale di calcio e sanno tutti che consigli dare ai campioni che si vedono per televisione per massimizzare il loro già elevato rendimento sportivo.

Mi limito a dire che è giusto che un giovane provi a diventare un campione, anche se non ha molte possibilità di diventarlo, anche perché solo l’idea di provarci fa bene alla salute ed allo spirito, poi è evidente che devi imparare ad organizzare la tua esistenza in modo tale che questa idea con questa grande passione non sia troppo ingombrante ma l’idea di mollare anzitempo perché lo sport impegnativo è troppo ingombrante nell’esistenza di un giovane è decisamente folle e sconsiderata.

La terza modalità è “dulcis in fundo” ed è ciò per cui mi batto io: la schiera degli atleti di età ancora più che utile per fare sport come si deve (è una fascia di età che prende un ventennio se è vero che va dai 15 ai 35 anni circa) che però put non avendo ambizioni di carriera di vertice ci tengono a migliorare, anche se sanno che non vedranno mai un quattrino dalla loro pratica sportiva e che per fare sport dovranno sempre spendere senza mai guadagnare. Io sono convintissimo che bisogna tardare il più possibile a dire ad un ragazzino che ha poche possibilità di diventare un numero uno, anzi, se non te lo chiede non bisogna proprio dirglielo e se te lo chiede troppo presto bisogna avere il coraggio di dirgli la verità che è l’opposto di ciò che si racconta di solito: “Fin che non sei giunto a piena maturazione fisica possiamo solo fare ipotesi nel bene e nel male, ma nessuno ha la sfera di cristallo.” Il grande mezzofondista americano Jim Ruyn a 15 anni sembrava già tagliato fuori dalla possibilità di fare qualcosa di buono in atletica e a vent’anni aveva già i problemi di uno che ha segnato la storia dell’atletica. Forse se se la fosse presa con un po’ più calma avrebbe lasciato un segno ancora più indelebile nella storia dell’atletica ma evidentemente da ragazzino ha trovato qualche cretino che gli ha detto che non aveva possibilità e così gli ha messo una fretta dannata.

La modalità atleta vero ma non da televisione è la modalità a mio parere più gustosa per praticare lo sport perché ti consente di andare alla massima velocità garantendoti nel contempo che se anche vai a sbattere perché hai sbagliato qualcosa non fai danni irrimediabili. Chi è nel giro degli atleti di alto livello è molto responsabilizzato e se ciò avviene in tenera età può essere davvero molto pesante per l’approccio psicologico alla pratica sportiva.

Tutta la società deve incentivare i “non campioni” in età buona per fare sport a non abbandonare anzitempo la pratica sportiva perché ciò che non si fa in quell’età non si può fare poi a 40 anni quando il fisico non è più disponibile per quel tipo di attività.

Tutto lo sport fa bene ma mentre la pratica amatoriale ha poche possibilità di equivoco ed è praticamente sempre compresa nella sua utilità, quella professionistica ti mette dentro ad un frullatore che gira anche se non vuoi, quella del giovane “non campione” che fa sport è per certi versi la più importante perché meno tutelata in quanto “terra di nessuno”.

In questa terra di nessuno proliferano al momento, per motivi di mercato più che salutistici, le mille attività di palestra non agonistiche che puntano quasi più all’aspetto esteriore che alla qualità del gesto atletico dello sportivo. Queste attività “commerciali” possono proliferare solo fin tanto che il giovane non ha compreso al 100% il valore della pratica sportiva perché se è riuscito in questo intento allora i lustrini delle palestre private possono anche andare a farsi benedire. L’attività sportiva strizza poco l’occhio al mercato perché con questo ha ben poco da spartire. Al contrario l’attività sportiva ci insegna a difenderci dalle insidie del mercato che tende ad inquinare le nostre vite in modo insopportabile in ogni fascia di età.