VALORE INTRINSECO E VALORE ESTRINSECO DEL RISULTATO SPORTIVO

Siamo abituati, in una società molto materialista, a valutare un certo risultato sportivo soprattutto per il valore estrinseco che riesce a dare e così, in modo molto oggettivo, diciamo che, per esempio, il tal giovane ha abbandonato la pratica di una certa attività sportiva molto impegnativa perché i risultati agonistici che otteneva non erano tali da garantirgli un rientro economico corrispondente all’impegno profuso. Il giovane dovrà essere collocato sul mondo del lavoro a breve, se non si concentra particolarmente sugli studi non otterrà risultati scolastici soddisfacenti e, in ogni caso, non avrà poi il tempo per scegliere oculatamente le migliori opzioni di lavoro. Insomma l’attività sportiva è talmente “ingombrante” che se offre essa stessa sbocchi lavorativi ed un certo reddito può essere ritenuta interessante, altrimenti è un inutile fardello nella rincorsa ad una buona collocazione sociale.

Tipico l’esempio italiano della collocazione di un gran numero di atleti nei gruppi sportivi militari. Verso i 17-18 anni il giovane comincia ad intuire che possibilità ha di proseguire la carriera sportiva in un gruppo sportivo militare che garantisce una pratica pseudo professionistica dello sport e se quelle possibilità ci sono si concentra sulla pratica sportiva a costo di trascurare il rendimento scolastico e le primissime opzioni di lavoro, se invece quell’opportunità pare non esserci all’orizzonte allora si concentra molto sugli studi e valuta molto attentamente tutte le opzioni di lavoro, anche le più onerose i termini di tempo e che implicano un abbandono quasi totale della pratica sportiva.

Questo sistema dell’accasamento presso i gruppi sportivi militari verso i 18-19 anni provoca un effetto “mannaia” sui soggetti di 17-18 anni che, alle prese con questo problema, operano una grande decisione che andrebbe assolutamente procrastinata in una società sana: intensificare particolarmente l’attività sportiva oppure abbandonarla quasi del tutto relegandola al ruolo di attività ricreativa di poco conto affrontata con lo stesso spirito con il quale i quarantenni praticano qualche accidenti di attività fisica per buttare giù la pancia.

La definizione di valore intrinseco, confrontato con quello estrinseco del risultato sportivo, ci viene in soccorso per valutare aspetti un po’ trascurati ma molto importanti della psicologia del giovane sballottato fra mille pressioni sociali.

Chiaramente in una società materialista il valore intrinseco del risultato ci sfugge e può anche essere relegato a bella immagine romantica che però non deve turbare e “disturbare” i sogni del giovane equilibrato e ben inserito nell’assetto sociale.

Insomma, per farla breve, uno studente di 18 anni che salta in alto la misura di 2 metri e 10 o più e vuole impegnarsi nello sport per vedere che possibilità ha di emergere ulteriormente, non è un disadattato e gli viene consigliato proprio di impegnarsi a fondo nello sport per vedere se in poco tempo quel 2 metri e 10 diventa un due metri e 15 o addirittura un bel 2 metri e 20 che ti da già una certa garanzia di riconoscimento sportivo.

Al contrario uno studente della stessa età che salta “solo” 1 metro e 90 centimetri o, peggio ancora, un modesto 1 metro e 80 e non si concentra particolarmente sugli studi perché dice che si vive una volta sola e, al massimo verrà bocciato e vuol proprio vedere se quest’anno passerà i due metri nell’alto e se non viene pigliato da un gruppo sportivo militare non gliene frega proprio niente, tanto lui ha il gruppo di amici nella sua bella società sportiva di provincia e non ha bisogno di diventare ricco con lo sport, quello è un pazzo disadattato che non fa i conti con la società attuale e non si rende conto che il ’68 ormai è finito da più di mezzo secolo, anzi quasi quasi non è mai esistito, perché adesso siamo ai tempi del Covid e siamo tutti bravi e obbedienti, mansueti e addestrati come un branco di pecore “marionettate” che sono quelle pecore un po’ pecora ed un po’ marionetta.

Per integrare questo folle sovversivo entra in campo il concetto di valore intrinseco del risultato sportivo che è un valore impalpabile e forse anche un po’ incomprensibile del risultato stesso ed è lo stesso che in tempi successivi, molto più in là, provoca cose tipo quella che è successa negli Stati Uniti (sempre un po’ più avanti rispetto a noi…) dove elite di soggetti radical chic hanno pure il coraggio di defilarsi dalla pratica lavorativa alla tenera età di 60 anni o giù di lì (corrisponde al concetto di baby pensionati in Italia che non è un concetto del tutto sconosciuto…) per concentrarsi sulla pratica sportiva amatoriale con il solo scopo di… battere nel salto in alto il talento sessantenne della contea rivale di sua nonna in carriola.

Si passa dalla pressione sul ragazzo diciottenne stressandolo perché si butti al 100% sul mondo del lavoro al sessantenne che reagisce e scappa dal mondo del lavoro prima possibile, fin troppo presto, per tornare a fare ciò che non gli è stato consentito di fare in gioventù.

Alla base di entrambi gli atteggiamenti (che sono indubbiamente parenti) c’è una strana valutazione del valore intrinseco del risultato sportivo e dello sport in genere.

Per comprendere meglio questa definizione di valore “intrinseco” del risultato dobbiamo appoggiarci ad un’ altra categorizzazione che è quella di risultato “oggettivo” oppure risultato “soggettivo”. Il risultato oggettivo si definisce quasi in termini matematici, è quello inequivocabile, misurabile, che ha un grande significato estrinseco ed è socialmente rilevante, quello che fa dire che chi lo consegue è giusto che si impegni anche più di così, ne vale la pena. Al contrario è “soggettivo” quel risultato impalpabile che occorre fantasia per definirlo certamente valido, che non da garanzie di partecipazione ad un’attività sportiva di alto livello e pone invece seri dubbi sul fatto che sia razionale investirci su molto tempo e passione.

Un altro passo indietro per introdurre un concetto di sport “a prescindere” che ci fa girare completamente la frittata. Esiste un concetto di sport a prescindere, molto predicato da ormai molti anni ma mai messo in pratica autenticamente, che dice che lo sport fa bene a prescindere dai risultati che vengono ottenuti, anzi, ad essere pignoli, da un punto di vista medico fa ancora meglio a quei soggetti poco performanti mediamente poco dotati e che hanno ancora più bisogno degli altri di sport per restare in salute. La pastiglietta per la pressione non è una caramella, meglio prenderla più tardi possibile, la vera prevenzione è proprio meglio farla con l’attività fisica e non con i farmaci che intossicano l’organismo.

Pertanto chi corre i 100 metri in 10″5 ha da tenere alto l’onore del condominio, del quartiere, della città e pure della Patria chi invece corre in 15″ deve semplicemente tenere alta la sua salute per non gravare sul sistema sanitario nazionale e dunque salva la Patria indirettamente .

A questo punto abbiamo una valutazione intrinseca del risultato sportivo che viene vista in un’ ottica completamente diversa da quella di partenza. La valutazione è praticamente sempre intrinseca perché è il soggetto che deve trovare i motivi per rendere importante quel risultato. Il risultato non è l’obiettivo ma il mezzo per proseguire l’attività. e così, per esempio trattando di scuola, il metro e 80 in alto anche se non serve proprio a nulla alla tua scuola per battere le altre (per quanto possa interessare la competizione sportiva alle nostre scuole…) serve a te stesso per dire a tutti che hai bisogno di tempo per fare sport e non vi deve essere niente che si possa permettere il lusso di sottrarre questo tempo, né la scuola né il lavoro che incombe con tutta la sua gravità.

Girata in questo modo la frittata possiamo anche andare ad esprimere valutazioni un po’ fantasiose e curiose sui risultati di alto livello e cosi’ sul velocista da 10″5 sui 100 possiamo trovarci a dire che teoricamente non serve a nulla perché se corre in 10″5 è già più che sano, praticamente se sta un po’ attento trasformando quel buon 10 secondi e mezzo in un ancora più significativo 10 secondi e spiccioli ci può pure fare i soldi e soprattutto fa pubblicità per quella marea di ragazzi che hanno bisogno di fare sport anche se sono abbastanza negati perché in una società troppo competitiva e conformata c’è troppa gente che dedica troppo tempo allo studio e al lavoro trascurando pericolosamente la pratica sportiva. Per stare bene è importante lavorare meno e praticare più attività fisica. Per arricchirsi certamente no, ma arricchirsi non fa bene alla salute. Allora, siccome è ancora ben considerato il concetto di Patria (non a caso si fanno ancora le guerre anche nel terzo millennio), per salvare la Patria bisogna salvare il sistema sanitario nazionale e pertanto fare più sport e lavorare meno anche per non inquinare troppo. L’iperproduzione, l’ho sempre scritto, è il primo fattore di inquinamento ambientale, e poi è il nemico numero uno della diffusione dello sport per tutti.

Valutiamo lo sport per quanto è in grado di darci in termini di salute e non per quanto è pericoloso per i nostri maldestri tentativi di arricchimento. Più salute e meno danaro dovrà essere il motto di una società che punta alla solidarietà sociale e non al conto in banca.