SULL’ULTIMO

L’ultimo per conto mio è il re dello sport e non lo scrivo adesso che nella maggior parte delle gare arrivo ultimo, l’ho sempre sostenuto. Purtroppo c’è da dire che io ho cominciato arrivando ultimo e allora l’accusa che sia di parte è proprio fondata come quando un operaio dice che quelli che sostengono l’umanità sono gli operai o un contadino che dice che senza contadini non si va da nessuna parte.

Ho perso il conto delle volte che sono arrivato ultimo, anche abbastanza presto, poi ad un certo punto della mia carriera ho perso pure il conto delle volte che sono arrivato primo, non per Alzheimer precoce ma perché ad un certo punto ho cominciato a vincere effettivamente molto. Probabilmente il numero delle volte che sono arrivato primo supera quello delle volte che sono arrivato ultimo e allora un obiettivo della mia carriera agonistica potrebbe essere di gareggiare fin tanto che il numero degli ultimi posti riesce almeno a pareggiare quello delle vittorie.

Scrivo questo perché continuo a pensare che per certi versi l’ultimo serva di più del primo. Se il primo manca ci sono molti contendenti pronti a rimpiazzarlo, se manca l’ultimo chi deve rimpiazzarlo quel giorno non esplode di gioia. Addirittura nell’era dell’informatica che il giorno prima della gara sai già tutti i cacchi di tutti i contendenti iscritti (alla faccia della privacy…) spesso il potenziale ultimo si da per malato perché ancora c’è gente che non è capace di accettare l’ultimo posto e di capire la dignitosità di quel piazzamento.

Che una serie infinita di ultimi posti possa logorare non lo so, certamente costruisce una voglia di vincere molto forte. Probabilmente una lunga serie di primi posti non logora ma certamente affievolisce quella voglia di successo che è alla base dello sport.

Quanto al divertimento vi posso garantire che si diverte molto di più quell’atleta che vince dopo aver assaporato la fatica dell’ultimo posto di quell’atleta che inizia vincendo e non sa nemmeno cosa voglia dire arrivare ultimo.

Sul fatto che arrivare ultimi sia sopportabile invece che produrre elucubrazioni scientifiche preferisco narrare di un momento al culmine della mia carriera sportiva nel quale mi è venuta la pelle d’oca ad assistere a quella scena. Non sono stato il protagonista io di quella scena ma solo uno dei fortunati 3 o 4 mila spettatori presenti quel giorno e potrei anche dire che tutta la mia carriera sportiva può avere senso perché mi ha fatto capire l’intensità emotiva della scena alla quale ho assistito quel giorno.

‘Mo provo a spiegarmi e mi concentro perché è importante.

Padova, metà anni ’80. I campionati di società assoluti di atletica sono organizzati un po’ diversamente da adesso ed il presidente della Federazione attuale lo sa perché queste cose le ha vissute e ne è stato uno degli splendidi protagonisti. Non sto dicendo che tutto era meglio allora e tutto va male adesso, tutt’altro, però si è perso un aspetto che faceva della fase regionale dei campionati di società una gran gara, soprattutto nel Veneto, soprattutto a Padova dove giustamente (non me ne vogliano gli altri veneti) si svolgevano sempre i campionati di società.

Il regolamento imponeva la presenza delle società in quella manifestazione per potersi qualificare per le fasi successive ed imponeva pure una presenza massiccia perché non vi erano molte altre possibilità di ripescaggio per accumulare i punteggi necessari per qualificarsi. Così anche squadre come le mitiche Fiamme Oro del presidentissimo (spesso vincitrici dello scudetto ed uno di quegli anni pure campioni d’Europa) erano costrette a partecipare in massa con i loro atleti e davano indubbiamente lustro alla manifestazione. A Padova accadeva, e questo lo so anche se non sono padovano, che il giorno dei campionati di Società si andava a vedere l’atletica, un pò come si va all’ippodromo anche se non conosci nessuno nei dei fantini e tanto meno dei cavalli. Era una delle poche piazze dove c’era pubblico autentico, oltre agli ovvi accompagnatori, morose, morosi e genitori. Quella tribuna, pur grande per uno stadio dell’atletica, non poteva tenere più di tre-quattromila spettatori perché quello non era uno stadio per il calcio e pertanto non era progettato per folle oceaniche. Quei tre o quattromila quel giorno c’erano tutti perché non c’era un posto libero e se pensate che stia narrando di un clamoroso record che ha fatto letteralmente esplodere quella tribuna (in gergo calcistico si dice “qualcosa che fa venire giù lo stadio…”) vi state sbagliando di grosso perché è successo tutt’altro.

Stavano arrivando a conclusione i 3000 metri siepi ed uno dei siepisti, come spesso accade, probabilmente non era un vero siepista ma uno specialista di qualche altra gara prestato ai 3000 siepi per fare punteggio. Non troppo a suo agio in quella disciplina ha accumulato un distacco abbastanza pauroso dal penultimo e stava mestamente concludendo la gara. Come spesso accade il pubblico applaude l’ultimo arrivato. E’ un’applauso caldo, non un’ovazione e sta un po’ a significare “Bravo anche se sei arrivato ultimo, vedrai che la prossima volta va meglio…”.

Quella volta è andata un po’ diversamente e prima di raccontarne i dettagli, perché a costo di essere superprolisso i dettagli di quei momenti splendidi voglio raccontarli tutti, vi dico il significato della fine di quel lungo applauso: “Bravo, anche se sei arrivato ultimo è lo stesso, anzi con riferimento a questa giornata è molto meglio perché qui in questo momento abbiamo deciso, noi spettatori di Padova, di fare la storia dell’atletica italiana e di riassumere in questo lungo applauso un momento storico dell’atletica che non si ripeterà mai più anche dovessimo essere la nazione numero uno dell’atletica per tutto il futuro. Per cui ciucciati questo applauso e ricordalo per i nipotini perché non si ripeterà più nemmeno se provi ad arrivare ultimo altre centomila volte…”.

Il Veneto era una delle regioni più forti dell’atletica e la presenza delle Fiamme Oro ne aumentava la qualificazione, ma anche fra i civili c’erano dei personaggi niente male e alcuni atleti delle Fiamme Oro stesse per non sfigurare in quella gara dovevano dare il meglio di sé. Ciò purtroppo non accade più e anche se la presenza ai campionati di società è comunque una presenza significativa quella densità di risultati di alto livello in questa manifestazione non esiste più, si respira un clima un po’ più rilassato, tranquillo ma per certi versi meno elettrizzante. Allora ogni spettatore era impegnato a guardare almeno un atleta se non due ed il programma orario fitto dava una continuità di stimoli stordente al pubblico. Difficilmente una singola disciplina riusciva ad avere tutta l’attenzione su di sé a meno che non si trattasse di un clamoroso tentativo di record italiano.

Quell’applauso allo storico ultimo dei 3000 siepi è stato unico e resterà unico perché lunghissimo e coinvolgente in un modo sublime. E partito “per educazione” da pochi intimi, magari amici del ragazzo. Poi pian piano é aumentato, molto piano in un crescendo tutt’altro che Rossiniano, timido quasi inosservato. E’ aumentato ancora perché al ragazzo mancava ancora a finire e andava molto piano. Per conto mio quello non ci ha nemmeno provato ad aumentare perché ha capito come andava a finire. Tutt’altro, avrà accentuato le sensazioni di fatica, coinvolgendo altra gente. Tanta e poi ancora tanta perché da 10 si passa a 100 e poi a 1000 e nel passaggio da 1000 ai 3459 che c’erano (butto un numero a caso per dire che erano tutti ma proprio tutti, nessuno escluso) si verifica davvero quel crescendo Rossiniano che a questo punto è sublime pur essendo tutt’altro che esplosivo.

Il brivido sale lento, non è un momento di paura, è estasi ed è molto più dolce e poetica dell’esplosione. Sono stato a San Siro e tifavo per la squadra ospite, siamo andati in vantaggio poi l’Inter ha pareggiato dopo un lungo assedio, è venuto giù lo stadio, complimenti ma la forza di quell’applauso di Padova è stata superiore. Il solo fatto che abbia fatto il paragone con Padova mi costringe a fare i complimenti ai tifosi dell’Inter, ma non so se Altobelli (l’avete capito che era qualche annetto fa…?) abbia provato le sensazioni del ragazzo dei 3000 siepi.

Lo sport è questo, poi c’è il doping e chi vuole vincere grazie ai medici e non all’allenamento senza farmaci. Ma quella è un’altra storia e l’applauso ottenuto con la medicina non funziona così bene.