Sono al campo sportivo che sto corricchiando per quanto riesco a fare ancora io e sento un’insegnante (penso proprio di educazione fisica, non di matematica o di lettere…) che dice ai suoi studenti dopo che hanno fatto una breve corsetta: “Adesso mano sul cuore e bipiemme…”. Subito ho pensato che questa insegnante volesse implorare una cordata per salvare un qualche istituto bancario ma poi ho pensato che probabilmente non era nelle disponibilità finanziare di quei ragazzi potersi unire per puntare ad un progetto simile e dunque ho provato ad immaginare cos’altro potesse dire quella frase. Anche vedendo i ragazzi che sembravano presi tutti contemporaneamente da un’ improvvisa angina pectoris ho realizzato che quell’insegnante ha indicato alla classe di rilevare le frequenze cardiache dopo lo sforzo in quel modo. Ora la questione non è che quello sia un modo piuttosto inefficace ed impreciso per rilevare il battito cardiaco (molto più semplicemente si fa con due dita alla carotide o al limite al polso…) ma il problema è che stiamo prendendo l’abitudine di sostituirci ai medici in cose che sono da medici. Lasciamo ai medici il loro mestiere e riprendiamoci il nostro senza che siano i medici a gestirlo. A loro ciò che riguarda la salute e le patologie, a noi ciò che riguarda il movimento.
Questa osservazione di qualche giorno fa, si abbina ad una, sempre di questi giorni, di un mio amico al quale ho detto che la sua domanda ormai fa “giurisprudenza” da tanto che è azzeccata. Questo mio amico, per una questione che riguarda decisamente il movimento e null’altro, mi ha chiesto: “Secondo te devo andare da un ortopedico, da un osteopata oppure…” e dopo un paio di secondi di esitazione ha aggiunto: “… da nessuno dei due?!” Gli ho risposto candidamente: “Mi hai letto nel pensiero perché io penso proprio da nessuno dei due perché quella è una questione di movimento e come tale deve essere risolta da un esperto del movimento e pertanto non da un medico ma da un insegnante di educazione fisica.
Se ci perdiamo dietro alle frequenze cardiache che sono un parametro decisamente insignificante per valutare lo stato di affaticamento di un allievo e poi finiamo per spedire da un medico o da un paramedico un soggetto che ha semplicemente bisogno si muoversi meglio vuol dire che stiamo sbagliando qualcosa. Io finirò all’inferno nel girone dei presuntuosi perché mi vanto di essere uno di quelli che hanno avuto la fortuna di studiare all’I.S.E.F. ma ho la sensazione netta che da quando si è passati a studiare le Scienze Motorie si siano persi di vista alcuni dettagli troppo importanti dello studio del movimento e nel processo di trasformazione degli I.S.E.F. in Facoltà di Scienze Motorie si sia buttato via il bambino insieme all’acqua sporca.
Per le frequenze cardiache ci sono le visite mediche per valutare se ci sono problemi dopo di che il parametro frequenza cardiaca ha scarso siginficato nella formulazione della preparazione, al contrario dobbiamo riabituarci a colloquiare con l’allievo per capire quanto è affaticato perché quella è una cosa davvero importante per poter formulare la preparazione al meglio ed è proprio per questo che non possiamo accontentarci di un parametro sommario per decidere la preparazione, tanto più che ho sentito girare frasi folli del tipo “se hai 110 battiti al minuto vuol dire che stai bene e sei già pronto per ripartire” al cospetto di un allievo paonazzo che non riusciva nemmeno a rispondere a questa idiozia. Se un allievo ha 110 battiti al minuto non vuol dire proprio nulla, o meglio, vuol solo dire che quel soggetto ha una frequenza cardiaca che in quel momento è di 110 battiti al minuto. Con quella frequenza l’allievo potrebbe stare proprio benone e dunque essere pronto per partire per qualsiasi impegno motorio, oppure potrebbe essere messo proprio male e non assolutamente pronto per partire per nessun accidenti di movimento. E possibile che siano decisamente sani tutti e due i soggetti, non è per niente detto che quello che viaggia a frequenza cardiache più basse o più alte sia più sano dell’altro, è un fatto decisamente soggettivo e per assurdo potrebbe pure essere moribondo il soggetto che in quel momento sta benone. Quello che dobbiamo tornare a fare è studiare il movimento nei dettagli con particolare riferimento alla situazione del soggetto che abbiamo di fronte e non basandosi su protocolli di tipo medico che non si adattano allo studio dell’attività motoria.
Per fare questo occorre molta pazienza, non ci sono risposte stereotipate e non ci viene incontro nessun manuale o prontuario con la risposta precisa per ogni singolo problema. Giorni fa una signora in palestra che mi chiedeva per un particolare problema aggiugeva: “Mi scusi se abuso della sua pazienza…” e la signora vicino le diceva: “Ma non sta a preoccuparti… è il suo mestiere!”. La seconda signora aveva perfettamente ragione, con l’attività motoria con la fretta non si fa proprio nulla (anche se a volte magari insegniamo a fare un certo gesto più velocemente possibile come per esempio correre i 100 metri in 10 secondi o poco più…) e dunque la prima cosa di cui dobbiamo essere capaci di disporre è una gran pazienza. Poi per tentativi ed errore, perché solo così si può procedere quando non c’è una risposta certa, con calma proviamo ad affrontare il problema. La risposta miracolistica non è nelle nostre corde, mandare dal professionista sbagliato chi ha bisogno di noi perché ci siamo persi dietro a cose per le quali non ha senso perdere tempo (una a caso il tormentone delle frequenze cardiache che ancora dilaga seminando confusione…) non è una bella cosa. Il movimento nel bene e nel male è affar nostro e non possiamo esimerci dall’onere di analizzarlo e valutarlo con attenzione, anche perché nessun’altra categoria di professionisti è attrezzata per farlo.