PSICOLOGIA “NELLO” SPORT

Siamo abituati a pensare alla psicologia come a quella scienza che studia i problemi di chi ha qualche noia nella sfera psichica. Ma quella non è la psicologia, semmai è solo una branca della psicologia che ha a che fare con la patologia e può sconfinare con la psichiatria che è tutt’altra cosa.

Nello sport lo psicologo viene inteso come quel personaggio che da una mano a risolvere problemi psicologici spesso connessi a preparazioni molto consistenti in volume e potenzialmente stressanti che possono turbare un po’ anche la sfera psichica dell’atleta. Poi in genere viene inteso come quel personaggio che aiuta a rinforzare la motivazione e ad orientarla con l’obiettivo di ottenere grandi risultati agonistici.

Ma anche questi sono solo alcuni aspetti della psicologia ed io aggiungo alcuni aspetti della psicologia dello sport che è vastissima. In realtà lo sport è un potente strumento di indagine introspettiva, aiuta a conoscere se stessi e dunque ha costantemente a che fare con la psicologia, quella “buona” (quella che Martin Seligman chiama “psicologia positiva” con un nome un po’ strano che fa pensare all’esistenza anche di una psicologia “negativa”…) perchè riguardante soggetti sani che fanno sana esperienza di vissuti psicolgici assolutamente fisiologici e nemmeno lontanamente patologici.

Dunque così come a livello generale esiste una psicologia che studia la sfera psichica a prescindere dalle sue patologie, anche nello sport esiste una materia che studia l’impatto psicologico dello sport a prescindere da eventuali necessità di risultato e da eventuali sovraccarichi dovuti ad una preparazione molto consistente.

A me entusiasma questo tipo di psicologia e se scavando a fondo nei meandri della psiche dell’atleta scopriamo che questo ha la testa per diventare un ottimo cuoco ciò mi spiace fino ad un certo punto, o meglio potrà spiacere a me come allenatore ma sono contento per lui che ha trovato la sua strada e pertanto la mia presunzione di farne un buon atleta deve assolutamente passare in secondo ordine.

Dobbiamo allenarci a percepire la psicologia come quella scienza essenziale per capire la motivazione dell’atleta e pertanto tutti quei presupposti mentali che molte volte sono più importanti e fondamentali di quelli fisici.

Ho scritto scienza e se la consideriamo così e soprattutto con riferimento allo sport ci tocca quasi definirla arte un po’ come quella che studia la materia del movimento perché se trattiamo di casi individuali di soggetti sani non esistono protocolli di riferimento se non una sana moltitudine di esperienze sempre diverse perchè soggettive.

E dunque possiamo riferirci ad un presunto psicologo che magari non è nemmeno un professionista ma semplicemente uno studioso del movimento che ha a che fare con dinamiche psicologiche complesse del suo atleta e che studia queste senza alcun obiettivo prefissato di arrivare a certi obiettivi di condizionamento psicologico. Tutt’altro, con tale indagine si vuole andare a capire se ci sono i presupposti per proporre un certo tipo di addestramento che possa portare a certi risultati sportivi.

Questa figura è un po’ distante da quella di stampo americaneggiante individuata nello strizza cervelli modello film di Woody Allen. e se devo prendere a prestito il termine “positivo” dal già citato Martin Seligman per storpiarlo in un altro concetto dico che è positivo tutto ciò che riguarda lo sport perché ci aiuta a costruire un buono stato di salute mentale dove la psiche è sondata con attenzione e aumenta il grado di autoconsapevolezza dell’individuo.

E’ chiaro che lo sport ci può portare su territori sempre nuovi dove, senza sconfinare nel patologico, le risposte adattive e le scoperte conseguenti a nuovi stati emotivi meritano attenzione e possono essere oggetto di speculazione introspettiva.

L’atleta che si autoanalizza vive più intensamente l’attività sportiva e fa un po’ fatica a capire se usa questa introspezione per poter rendere di più nello sport o se, al contrario, usa lo sport proprio per riuscire più efficacemente in questa indagine introspettiva.

Le emozioni le viviamo, poi le elaboriamo e le analizziamo per viverle ancora meglio ma non andiamo a scatenarle in modo artificiale per conseguire un certo obiettivo. Lo sport è il casus belli dell’indagine psicologica, per certi versi si può dire che senza sport c’è meno psicologia perchè c’è meno vissuto emotivo e pertanto tutto ciò che riguarda la psicologia ha un importante argomento in meno per poter essere considerato.

Che questo tipo di materia sia materia da strizzacervelli o da esperto del movimento è una disputa quasi filosofica, la cosa certa è che un buon allenatore non deve essere a digiuno di nozioni sull’argomento e deve avere una certa dimestichezza con tutto ciò che riguarda la psiche “nello” sport.