SPORT E MODE PARTE SECONDA: SUI TEMPI DI PRATICA

Del mio primo articolo sullo sport e sulle mode che gravitano attorno al sistema di distribuzione dell’attività motoria forse si sono capite un paio di cose. Primo, che io sostengo a spada tratta la pratica di un’attività sportiva piuttosto che la rincorsa alle varie mode dettate dal mercato. Secondo che, probabilmente, questa scelta è più o meno una questione di gusti e pertanto non possiamo biasimare né chi si attacca in modo quasi morboso ad un unico sport per tutta la vita, né chi, al contrario, continua a saltare da una moda all’altra e non ha un’attività sportiva di riferimento ma continua a cambiare “giochino” a seconda di ciò che suggerisce il mercato.

Da questo punto di vista può apparire, come già espresso anche una questione filosofica e pertanto al lettore non gliene frega più di tanto che io parteggi per una soluzione o per l’altra. Tanto per cambiare ho scritto un articolo inutile o forse utile come molti altri a far prendere sonno a chi non è ha e grazie alla ridondanza della mia descrizione prende sonno in pochi istanti.

In realtà io, più che aiutare a combattere l’insonnia (in effetti con i problemi economici derivanti dalla pandemia adesso ne soffre più gente di prima…) volevo anche sostenere un pochino la mia appartenenza alla schiera degli appassionati dello sport come “scelta di vita”.

Ho accennato caoticamente anche al concetto di Patria. Ho sostenuto come un certo sport per la “Patria” possa pure essere pericoloso e come, sempre per conto mio, sia più opportuno fare sport per se stessi che non per la Patria.

Forse non era opportuno scomodare questo concetto per non perdersi in questioni che non si possono affrontare nemmeno su un tomo delle dimensioni di “Guerra e pace” ma su questo ci tengo a precisare la sintesi di un mio concetto molto povero. In sintesi ritengo che in tempi moderni il concetto di Patria sia un po’ superato, siamo un unico pianeta (simbolicamente sotto un’unica bandiera che lo sport riassume molto bene in quella a cinque cerchi delle Olimpiadi) con problemi che quando sono dell’uno automaticamente anche dell’altro (e il Covid 19, se ce n’era bisogno, ce lo ha ricordato ulteriormente).

Nel momento in  cui la nostra “Patria” si inserisce armoniosamente in questo contesto globale possiamo pure essere orgogliosi di farne parte e onorarla, nel momento in cui invece questa entra in conflitto con altri paesi più che “servirla” dobbiamo tentare di migliorarla e, se possibile, cambiarla per fare in modo che tale conflitto si risolva. Non è certamente vincendo una medaglia olimpica che questo conflitto si risolve, può essere che l’osservanza dello spirito olimpico (l’importante è partecipare, non “vincere”) ci aiuti ad affrontare anche tali problematiche.

Da così distante atterro su un concetto che forse era l’unico da affrontare per far capire che la pratica di un solo sport a volte può essere più utile che non la pratica di una molteplicità di attività motorie offerte a seconda delle convenienze del mercato.

Considero sempre le esigenze del singolo e dunque esigenze di carattere individuale. Se fosse per la collettività (ma qui torna pericolosamente in campo il concetto di Patria…) forse dovremmo proprio disperdere le nostre energie su una gran quantità di proposte di attività motoria per far girare l’economia. Il nostro sistema economico si basa ancora (per quanto?) sull’esasperazione dei consumi e dunque serve proprio a far girare l’economia spendere molto per l’attività motoria, acquistare attrezzature che servono poco a nulla per usarle poco e farle finire in cantina non appena una nuova attrezzatura più alla moda ci suggerisce nuove gesta che richiamano nuove spese. Al contrario, la pratica continua di un solo sport può anche essere relativamente costosa e pertanto non fa girare l’economia in questo modo fantastico. La bufala delle scarpe che si cambiano ogni tre mesi la sostiene l’atleta inesperto che corre da poche stagioni ma quello che corre da una vita sa benissimo che ci possono essere mille motivi anche per conservare una scarpa che ha una dozzina di anni e anzi arriva quasi sempre il giorno che riesci a correre solo con quella e non con quella nuova acquistata due giorni prima. Chi pratica uno sport da molto tempo e lo conosce a fondo sa distinguere anche le prese in giro del mercato e riesce a difendersene.

Da un punto di vista più tecnico l’idea di praticare bene un solo sport comporta una differente scelta di tempi. Con un esempio un po’ ad effetto mentre chi pratica mille attività motorie pare un po’ un bambino al campo giuochi, chi pratica solo uno sport è più simile ad un giardiniere che cura il proprio giardino. Il giardino ha dei tempi tecnici che il parco giochi non ha. Il giardino ti costringe a dei tempi di cura che non esistono nella conservazione del campo giuochi, o meglio, per il campo giuochi questi tempi di cura sono osservati da un altro soggetto che lo tiene aperto mentre nel tuo giardino sei tu il responsabile di questi tempi.

Accade che, generalmente, chi pratica un solo sport finisca per essere molto più assiduo e costante nei confronti dell’attività motoria di chi segue le mode, che, al contrario, nel salto fra una moda e l’altra può trovarsi in pausa anche alcuni mesi. Io ho osato dire che chi pratica uno sport solo è generalmente anche più appassionato, più coinvolto emotivamente ed è per quello che è anche più metodico, la passione porta ad essere più attenti e metodici.

Evidentemente non ho aggiunto molto a quanto già espresso caoticamente nell’articolo precedente, Continuo a sostenere l’importanza della pratica di uno sport prevalente che illumini l’intero quadro della nostra attività motoria. Invertendo il concetto di Patria, uno stato che ha cuore il nostro attaccamento all’attività motoria deve darci gli strumenti per praticare uno sport che ci piaccia davvero e che ci fornisca gli stimoli per essere sempre in movimento senza essere sballottati come automi da una moda all’altra.

Nella mia cronica ridondanza torno a sbandierare un concetto di welfare state (è lo stato a servizio del cittadino e non il contrario) dove viene offerta pubblicamente la possibilità di svolgere una bella pratica sportiva per la salute di tutta la popolazione. Non è la popolazione che per far girare l’economia si inventa continuamente nuove menate assurde. Ma è sempre una questione filosofica.