SPECIALIZZAZIONE, SPORT E SUPERFICIALITA’ DA MODE

Ogni cosa ha i suoi pro ed i suoi contro. Girando la frittata di questo articolo che devo ancora scrivere si potrebbe affermare che lo sport è pericoloso perché tende a specializzare il fisico e quindi ad innescare potenziali squilibri mentre correre dietro ciecamente alle varie mode che si susseguono con ritmo stordente può far bene alla salute perché da una quantità di stimoli che ci tengono al riparo dalle insidie della specializzazione.

Chi mi conosce sa già come svilupperò questo articolo e non ha nemmeno bisogno di leggerlo. Mio problema sarà non lanciarmi come un ariete contro la superficialità e l’inutilità delle mode per non essere più distruttivo che costruttivo.

Allora il problema vero è far capire che i problemi della specializzazione sportiva, pur esistenti, sono dei problemi trascurabili confronto alla complessità dei benefici che può portare la conoscenza approfondita di un determinato sport.

Partiamo da distante. La specializzazione nelle fabbriche. Lì non parliamo di sport e solo per esigenze di produzione si è visto che l’operaio che si specializza in un determinato compito rende molto di più di quello che non si specializza. Ma quello è lavoro, non è sport parliamo di vite passate a svolgere un determinato compito e se in questi incarichi si ravvisa un rischio di danno professionale non è il caso di ignorarlo in nome del progresso, di Taranto ce n’è una e ci auguriamo che non ne nascano altre. La follia non è produrre, la follia è voler produrre in un unico sito per mezzo mondo per aumentare i ricavi.

Su questo concetto bisogna essere chiari, se l’importante è la produzione allora tutto quanto segue crolla perché, per conseguenza, allora l’importante è la Patria e se la Patria è importante diventa  importante anche vincere e da lì non se ne viene fuori.

Per cui quanto segue sarà permeato dal concetto che l’importante è l’individuo e che la bandiera dello spirito olimpico dei cinque cerchi è più importante di tutte le altre messe assieme. Per le altre bandiere si sono disputate guerre per quella a cinque cerchi al limite andrebbero fermate.

L’aberrazione dello sport è la necessità di vincere e questa in effetti può portare facilmente alla specializzazione quasi patologica. Se la necessità di vincere è una finta necessità e non è come quella dell’operaio che ignora i danni professionali per produrre di più allora ogni sport può indurre vari tipi di specializzazione che sono certamente fisiologici ed accompagnati da una serie di adattamenti fisici che migliorano notevolmente il livello di salute generale del soggetto che pratica quel determinato sport.

Ci si chiederà perché la specializzazione evoluta che può essere potenzialmente pericolosa nel lavoro non lo può essere anche nello sport e la risposta è quantitativa. Non sono due anni di specializzazione esasperata che possono produrre la medaglia olimpica, ma trenta o quarant’anni passati ad ottimizzare la produzione che possono dare un grave danno alla salute. Non a caso si chiamano accidenti professionali, perché derivano da una professione che è lungamente reiterata nel tempo. A dire il vero anche molti atleti vengono considerati professionisti (e non  a caso sono quelli più soggetti ad un certo tipo di patologie che possono colpire anche lo sportivo) ma la professione di atleta difficilmente si esplica per un periodo che è più lungo di una quindicina di anni perché nelle prime fasi di attività l’atleta non è certamente un professionista e nelle ultime se lo è tale cosa accade solo in virtù di certi equilibri che non possono essere stati costruiti da un soggetto che sta subendo un danno professionale da molti anni.

Pertanto, al netto di situazioni che abbiamo già escluso a priori, sul piatto della bilancia restano una fisiologica specializzazione conseguente ad una pratica sportiva assidua e sistematica oppure la “non specializzazione” conseguente al perenne migrare da un’attività fisica di moda all’altra così come suggerito dalla società dei consumi.

Il bello è che molti sostengono che questa seconda via sia più varia, più stimolante e dunque fisiologicamente più razionale della scelta di un unico sport per la vita.

Ignorano questi che lo sport superficiale o qualsiasi attività fisica praticata in modo pressapochista non può portare ad un elevato coinvolgimento emotivo perché mancano proprio le basi per tale coinvolgimento. E’ solo la grande conoscenza di un  determinato sport a provocarne la pratica convinta e pedissequa. Difficilmente esistono colpi di fulmine nello sport, bagliori che in un solo istante modificano per sempre le abitudini motorie di un certo soggetto. Molto più facile che esistano un serie di episodi che possono portare all’approfondimento di una certa pratica sportiva che può diventare quella più praticata, quella veramente conosciuta e sviscerata nei minimi dettagli che diventa la colonna portante sulla quale innestare tutta la pratica fisica.

C’è da ammettere come questa visione dello sport sia una visione un po’ arcaica e romantica che la società dei consumi non ha appoggiato di buon grado. L’atleta che nasce ciclista e crepa cicilista, quello che nasce calciatore e crepa calciatore o il velocista che nasce velocista e resta tale anche a 70 anni sono immagini un po’ sbiadite di uno sport leggendario di altri tempi. Più facile al giorno d’oggi trovare il soggetto che si gonfia di dieci chilogrammi di muscoli in palestra senza nessun obiettivo sportivo per sgonfiarsi solo qualche anno più tardi con l’unico obiettivo di andare a partecipare alla Maratona di New York, due cose che non c’entrano assolutamente l’una con l’altra ma che lasceranno il passo ad una terza ancora più avulsa dal contesto appena il mercato si inventa che è il caso di spingere su quella.

Muoversi è certamente importante e che uno lo faccia coltivando sempre il suo sport d’origine o migrando continuamente da un’attività di moda all’altra può anche non essere determinante ma in ogni caso una pratica attenta e approfondita di un certo sport può portare a sviluppare certe capacità che il continuo peregrinare da uno sport all’altro non è in grado di stimolare. Pare quasi un discorso filosofico e probabilmente lo è. Qualcuno sostiene che per evolversi non sia assolutamente necessario scegliere un’ attività o l’altra e non si tratta solo di sport, ma semplicemente scegliere un certo ambito e provare a sviscerarlo in tutti i suoi aspetti. Qualche altro soggetto, meno “qualitativo” ma più “quantitativo” sarà convinto del fatto che la conoscenza derivi solo da una grande quantità di esperienze messe a confronto e pertanto sarà portato a cambiare più spesso. Le due visioni sono in antitesi. Indubbiamente “qualità” e “quantità” sono difficilmente abbinabili e ci si troverà a dover scegliere se privilegiare l’una o l’altra.