SE SEI SCARSO GLI ALTRI ATLETI TI VOGLIONO BENE

E’ la scoperta dell’acqua calda ma è vero che sei scarso gli altri atleti sono più portati a volerti bene come il fatto che se sei forte fanno di tutto per tirarti giù dal piedistallo, in primis, giustamente, tentando di batterti.

Dunque, da questo punto di vista, c’è da augurarsi di essere scarsi, è socialmente utile.

Mi sto appassionando al lancio del disco, e non è un altro discorso, è lo stesso. Non è che abbia bisogno di cimentarmi nel lancio del disco per essere profondamente scarso, lo sono anche negli 800 metri che erano la mia disciplina di origine ma diciamo 40 anni fa e dunque sono un po’ appannato. Però nei lanci, (penso in tutti, non solo nel disco) si verificano delle dinamiche che non si verificano nella corsa e così c’è una certa solidarietà con l’atleta scarso che fa fatica a concretizzarsi nei brevi attimi nei quali ci si vede alla partenza in una gara di mezzofondo.

Nel mezzofondo mi è capitato di ricevere una stretta di mano particolarmente convinta da atleti che erano abbastanza abituati ad arrivare ultimi ma per una volta si sono parati il culo grazie al sottoscritto che è riuscito a fare di peggio. Oppure tale gesto solidale l’ho recepito anche semplicemente da atleti abituati a partire in coda che anche se poi sono arrivati inesorabilmente ultimi hanno provato per un po’ l’ebrezza di non essere ultimi perché io, anche le volte che non arrivo ultimo, parto piano ma piano che più piano non si può e veramente si fa fatica a partire più piano.

Ecco, c’è questa consapevolezza che chi arriva dietro regge un po’ il palco agli altri. Se non ci sono gli ultimi non ci sono nemmeno i primi ed è la quantità degli ultimi a sancire anche la qualità del successo dei primi.

Non mi sono appassionato al lancio del disco ora, mi piaceva già da ragazzino fin da quando a 14 anni, già con le tendiniti precoci che mi arrivavano appena sbagliavo qualcosa in allenamento, mi ero messo in testa che pur di frequentare il campo sportivo avrei fatto anche il lancio del disco, che era l’unico lancio dove obiettivamente non rischiavo di non buttarmi l’attrezzo da lanciare sui piedi.

Così pochi mesi fa, quando ho visto un lanciatore che conosco da quando eravamo praticamente bambini, e che adesso, fra le altre cose, si è divertito a vincere il titolo nazionale dei sessantenni nel disco, lui che ai tempi d’oro era un pesista (e lo è ancora, nonostante le divagazioni nel disco), vedendolo con un disco da un chilogrammo in mano (quello riservato alle competizioni dei sessantenni) ho esclamato: “Ma con quello faccio 20 metri anch’io…” e lui, lanciandomi la sfida (evidentemente personale perché io non lancio nemmeno la metà di quello che lancia lui…) “Guarda che è proprio perché è leggero che si fa fatica a lanciarlo, non so se fai venti metri…”.

Morale della favola mi sono messo a lanciare ed ho scoperto l’entusiasmo di migliorare cinquant’anni dopo che avevo lasciato giù il disco preso in mano per autentico gioco un po’ come adesso.

Ma non è quello il punto anche se capisco i master che cominciano a correre a 40 o a 50 anni e ci mettono l’entusiasmo di un bambino. Il fatto è che quando sei in pedana si instaura un rapporto con l’avversario che non si concretizza in una corsa di mezzofondo.

Praticamente vedendoti in difficoltà e chiaramente a corto di informazioni per buttare un po’ più in la in qualche modo ‘sto disco ti danno tutti consigli. Non sono i consigli dei quali ho autenticamente bisogno anche perché se li ascoltassi tutti farei veramente un gran casino, ma questa solidarietà che nello sport esiste ancora e non so se esista in molti altri ambiti dove essenzialmente se sei in difficoltà sono tutti cacchi tuoi.

Nella società civile è difficile che se uno fa qualcosa di fatto veramente bene gli altri stiano lì a bocca aperta ad ammirare come si vede in pedana quando un becca il lancio che veramente non atterra più e atterra solo quanto tutti ma proprio tutti gli altri contendenti si sono girati a guardarlo.

Non solo ma, peggio, difficilmente qualcuno gliene frega qualcosa quando uno armeggia talmente male con la sua vita che è peggio del lanciatore che rischia di buttarsi l’oggetto di lancio sui piedi.

Illuso fra gli illusi dico che dovrebbe accadere così anche nella vita. Quando uno se la passa nella vita peggio di come mi comporto io nel lancio del disco (e ce ne sono tanti e non perché io sia già riuscito a passare i fatidici venti metri che avevo promesso al mio amico) penso che dovrebbe trovare un gran numero di compagni di viaggio (quelli che sono lì con te in pedana) pronti ad aiutarlo. Ma non è così.

Cosa vuol dire, che dobbiamo metterci tutti a lanciare? Non so, forse sì. E’ che nella corsa (e nella velocità e anche nel mezzofondo in particolare) non c’è tempo per stare lì a vedere cosa combina l’avversario, anzi te ne approfitti proprio dei suoi movimenti di sbandamento ed io comincio a vedere tristemente atleti che non sorpassano mai correttamente a destra come bisogna fare e si infilano furtivamente a sinistra approfittando del primo errore dell’avversario rischiando di danneggiare tutti.

Nella mia carriera non ho ricordi di aver mai superato all’interno nemmeno una volta per sbaglio. E fra 800 e 1500 ho corso qualche centinaio di gare. Di questo mi vanto più dei discreti tempi che sono riuscito a fare al top della condizione fra i 20 ed i 25 anni.

C’era un selezionatore nel giro della nazionale che mi telefonava a casa per dirmi delle gare importanti, quelle gare che si organizzavano con tanto di lepri per fare buoni tempi e dove venivano invitati i migliori atleti della zona per creare un’occasione valida per migliorarsi a tutti quanti.

Ad un certo punto ho pensato che quel selezionatore che non aveva alcun rapporto con la mia squadra mi avesse adocchiato per eventuali convocazioni nella nazionale B che ancora esisteva all’epoca per dare occasioni a quegli atleti che, pur non al top, erano in grado di ottenere certi risultati. Ebbene, anni più tardi ho capito che quell’allenatore mi chiamava semplicemente perché si fidava del mio comportamento in gara ed essendo obbligato a completare la batteria altrimenti poteva infilarsi dentro qualche atleta non altrettanto corretto mi invitava conscio di aver completato il quadro degli atleti aventi diritto ad infilarsi in una batteria simile con meno rotture di scatole possibile.

Sto tentando di ricreare quel clima nel lancio del disco. C’è bisogno di gente che gareggia e non ce ne frega niente che sia forte o meno, deve essere gente che non sgomita, altrimenti la gara più che una gara diventa una guerra. Nel disco in realtà la guerra non c’è proprio mai perché non c’è nemmeno il contatto fisico. Nella vita, invece, come negli 800 metri, si sgomita e che si sgomiti sempre di più negli 800 già non è un bello spettacolo ma che si sgomiti alla grande anche nella vita, quasi da “squalifica” non è per niente edificante.

Trattando ancora di sport nella grande moda della maratona ci sono due modi per valutare le grandi maratone di massa: uno è quello di valutare le capacità degli atleti di alto livello che vi prendono parte, l’altro è quello di valutare come l’organizzazione tratta gli ultimi classificati. La nostra classe politica si trova di fronte più o meno allo stesso problema per valutarci come elettori. Un modo è quello di valutare i “grandi elettori”, i “grandi sponsor” e fare in modo che siano sempre con noi. L’altro è quello di valutare la gran massa dei perdenti e fare in modo che perdano sempre meno terreno dai battistrada che, evidentemente se la passano meglio.

Se nello sport essere ultimi può anche fare comodo a volte nella vita essere ultimi è davvero problematico ed il consiglio di chi ne è apparentemente fuori può essere provvidenziale.