Osservazioni su “Abitudine e adattamento”

“Buona l’idea si portare in campo il tema di abitudine e adattamento però un po’ di sano casino sei riuscito a farlo anche questa volta…

Scrivi che non bisogna dare un connotato sempre negativo all’abitudine ed uno sempre positivo all’adattamento ma poi ti smentisci quando ipotizzi che chi si fa trascinare dall’abitudine in certe cose non sia appassionato da quelle cose. Conosco degli abitudinari della cucina che sono delle ottime forchette e pur non mettendosi mai a dieta ti giocano dei sovrappesi mica da ridere. Questi non si mettono mai a dieta, non vogliono provare nessuna dieta proprio perché sono calcificati sulle loro abitudini in fatto di alimentazione e proprio non ci stanno all’idea di cambiarla per diminuire di peso anche se è un alimentazione semplice, ripetitiva e semplicemente esagerata in quantità. E’ vero che questi talvolta sono meno in sovrappeso di quelli che continuano a cambiare dieta ma non è vero che fra gli abitudinari della cucina ci sia solo gente che se ne strafrega del cibo e mangia abitudinariamente poco, tutt’altro. Per cui ogni generalizzazione è inopportuna anche e soprattutto in questo campo e bisogna sempre valutare le situazioni individuali senza ipotizzare fantomatici teoremi. Semmai è vero che l’appassionato tende a variare molto e tenta di conoscere a fondo la materia in tutti i suoi aspetti sia arte culinaria o attività motoria.

Facendo un parallelo  fra abitudine ed adattamento dimentichi di segnalare che talvolta non vanno proprio di pari passo e tipico è il caso della parrucchiera che anche se fa da quarant’anni lo stesso mestiere ha le spalle che non sono per niente adattate a quel mestiere ed anzi non vede l’ora di andare in pensione proprio perché l’adattamento è sempre più precario ed ha paura di peggiorare ulteriormente la situazione. Vi sono dolori da sovraccarico funzionale che non trovano adattamenti e anche una lunga abitudine allo stimolo che li ha provocati non aiutano in tal senso. Altro esempio banale i problemi articolari di chi sta 8 ore al giorno davanti al computer e la proverbiale schiena dei tassisti o dei camionisti. Sono personaggi che sono abituati a fare quel mestiere, non lo fanno a tempo perso, eppure non hanno ancora adattato in modo significativo il loro fisico.

Insomma l’argomento è di vasta portata ed interessante ma purtroppo è trattato in modo un po’ superficiale…”

 

E a me piacerebbe tanto fare la “Treccani” dell’abitudine e dell’adattamento che ritengo che siano due cose importantissime da sviscerare per comprendere i misteri dell’attività fisica ed invece devo accontentarmi di dare degli stimoli superficiali. Piuttosto di niente, pur che se ne parli, sono convinto che sia utile anche quello.

Sono d’accordissimo sul fatto che ogni generalizzazione sia spesso inopportuna e fuorviante ed è in tal senso che questo sito dovrebbe funzionare solo come sito di domande e risposte specifiche calate in una certa realtà piuttosto che come luogo di confronto su teorie spesso campate in aria. In ogni caso questi tentativi di generalizzazione devono sempre essere accompagnati da una grande umiltà ed io spero di essere meno sentenzioso possibile nei miei improbabili tentativi di teorizzazione.

Uno di questi tentativi potrebbe riguardare proprio (per tentare di essere meno superficiale possibile) la questione degli abitudinari “non adattati” e pure quella dei soggetti che si adattano velocemente a tutto. I primi sono quelli che devono fare un mestiere che fa i conti con adattamenti difficili da promuovere. Questi si muovono per necessità e non per passione. Mi viene in mente lo stramaledetto martello pneumatico che c’è da augurarsi che possa essere sostituito sempre meglio da altri arnesi che fanno lo stesso lavoro per il semplice motivo che non ci si abitua al martello pneumatico e chi ne consegue dall’uso solo una modesta epicondilite può anche ritenersi fortunato perché il problema non è se ti bacchi l’epicondilite o meno ma se te la pigli leggera o del tutto invalidante. Poi ci sono gli atleti che per definizione sono sempre a fare i conti con adattamenti difficili da instaurare ma qui la filosofia è diversa: mentre il lavoratore si preoccupa di adattarsi ad un certo movimento che per abitudine dovrà fare un’infinità di volte per esigenze professionali l’atleta tutt’altro, anche in presenza di esigenze professionali (se è un professionista), non dovrà abituarsi a gesti da ripetere un’infinità di volte perché lui ha un problema qualitativo da risolvere più che un problema quantitativo. L’atleta non può vedere l’adattamento ad un certo gesto con la stessa filosofia del lavoratore comune. Quando l’atleta raggiunge un certo adattamento è arrivato il momento di passare subito all’adattamento successivo. Questa à la grande rottura di scatole o se vogliamo la cosa altamente entusiasmante che distingue l’atleta veramente agonista (e non è detto che deva essere un professionista perché il sano e sincero agonismo per conto mio deve essere un diritto di tutti i cittadini con un minimo di salute anche per fare in modo che questo minimo di salute non si abbassi) da quello di chi si  muove senza nessuna pretesa di ottimizzare la prestazione fisica.

Attenzione che quando accenno a queste cose rischio di essere frainteso. Per conto mio è giusto che ci sia una ricerca di ottimizzazione dell’attività fisica anche a 90 o a 100 anni e non c’entrano niente le Olimpiadi e nemmeno le gare degli amatori. Anche senza gare un anziano ha tutto l’interesse, ed io dico anche il diritto, di provare a massimizzare la prestazione fisica proprio perché il suo fisico non è più al top e pertanto c’è bisogno che possa funzionare nel miglior modo possibile. Se una bicicletta è mezza distrutta e la uso con le ruote sgonfie ed i freni non tarati mi peggiora molto la situazione, proprio perché è mezza distrutta per quanto possibile tenterò di metterla nelle migliori condizioni di utilizzazione.

Gli adattamenti non finiscono mai, man mano che si avanza con l’età sono sempre più difficili da instaurare ma non finiscono mai. C’è gente che impara a nuotare a 70 anni e ad età ben più avanzate si può essere costretti ad imparare ad usare al meglio la sedia a rotelle, compito per il quale, ovviamente, nessuno si esercita prima che ve ne sia la necessità.

Forse il vero spirito delle gare amatoriali deve essere compreso proprio alla luce di questa necessità di ottimizzazione delle qualità fisiche residue che è importante a qualsiasi età. L’importante non è vincere la medaglia ma garantire il miglior funzionamento dell’organismo. L’intensità non è determinata dalla competizione ma dalle leggi dell’adattamento che anche un novantenne deve essere curioso di comprendere con riferimento alla sua situazione. Se comprendiamo questo i clamorosi casi di inidoneità alle gare (il famoso nonno che è ottant’anni che gareggia ed improvvisamente a 95 anni viene bloccato dalle autorità sanitarie perché “è a rischio”…) vengono decisamente assorbiti dall’importanza di non abbandonarsi ad una sedentarietà sempre pericolosa a tutte le età (e a maggior ragione in tarda età quando il fisico tende a cedere con più rapidità). Ovviamente la competizione esasperata non ha assolutamente senso ed in tal senso la vera causa di non idoneità può essere una presunta demenza senile che possa portare a confondere clamorosamente l’obiettivo della pratica agonistica in tale età. C’è da dire che anche il master ormai effetto da demenza senile, quando arriva questa  ormai è talmente “abituato” a gestire le gare che difficilmente esagera per mancanza di lucidità. Ha degli schemi motori in testa che difficilmente lo portano a sbagliare. Magari non si ricorda più dov’è la porta di casa e fa fatica a riconoscere il figlio ma riconosce la giusta intensità di gara di un 400 metri, che la maggior parte dei suoi coetanei non riesce a portare a termine nemmeno camminando, con una padronanza del gesto ed una capacità di distribuire lo sforzo che un ragazzino di 13 anni non sa cosa siano.

Ogni discorso su adattamento ed abitudine porta terribilmente distante e se mi è concesso chiudere con un’ osservazione che può fare ulteriore caos  sulla effettiva utilità dell’adattamento (che tutti giustamente rincorrono) vorrei analizzare la posizione del grande campione che ha un problema nei confronti di questo che non è comune agli atleti “normali”. Il grande campione ha una grande capacità di adattamento, è un campione anche per questo, si adatta velocemente alle varie esercitazioni ed ai vari stimoli allenanti. Proprio per questo ha necessità di continuare a variare lo stimolo, così come il grande cuoco si lancia alla ricerca del perfezionamento di nuove pietanze. Se il campione non tenta rapidamente di promuovere nuovi adattamenti con nuovi stimoli allenanti perde tempo e probabilmente verrà scavalcato nelle competizioni da un altro campione che si allena in modo più efficace ricercando più velocemente una serie di adattamenti possibili sempre nuovi. Per certi versi per il campione la rapidità di adattamento può anche essere una specie di incubo perché vuol dire che quel tipo di allenamento probabilmente ha esaurito il suo compito e bisogna pensare a studiarne di nuovi.

Per cui il campo è molto ampio: si va dall’adattamento agognato del professionista che deve fare un certo mestiere (la stramaledetta schiena di chi usa tanto l’automobile) all’adattamento quasi fastidioso dell’atleta che non sa più che stimoli allenanti inventarsi per innescare adattamenti sempre più complessi che lo possano portare a risultati sempre migliori.

Poi che il novantenne possa avere problematiche più simili a quella del grande campione che a quella di chi usa il computer 8 ore al giorno quella è una mia fantasia personale molto difficile da spiegare. Come minimo convenite sul fatto che generalmente il novantenne non è obbligato a svolgere nessuna professione e pertanto non sarà obbligato a cercare nessun adattamento specifico ma sarà libero di cercare gli adattamenti che vuole. Quando questi riguardano il salto in lungo (e per fortuna accade e pure in Italia) questo per conto mio non è un fatto di demenza senile ma una storia fantastica. Ovviamente in tema ognuno ha la sua opinione e, a tal riguardo, io osservo anche che l’arzillo vecchietto che a quell’età vuole usare la motosega per potare le piante in giardino mi fa molta più paura, anche se, per certi versi è più normale di quello che vuole continuare a fare il salto in lungo…