Voi penserete che si sia trattato di una gara di chissà quale livello che mi ha fatto diventare ricco. Niente di tutto ciò, mai diventato ricco con l’atletica e mai vinto gare importanti se non un campionato friulano sui 1500 che ai quei tempi (1986) poteva dire qualcosa perché la concorrenza era tutt’altro che trascurabile.
No, la gara che mi ha cambiato la vita è stata la prima, le Miniolimpiadi di quartiere a poco meno di tredici anni, pigliato con un volantino nella cassetta delle lettere un paio di giorni prima della gara stessa. Ne scrivo oggi perché era una domenica di esattamente 51 anni fa, il 18 maggio del 1975.
Devo mettere giù un paio di note autobiografiche per far capire come ha potuto essere la gara che mi ha cambiato la vita.
La premessa è che circa 5 anni prima, a 8 anni ero praticamente già vecchio perché avevo capito che l’importante è la salute. Da allora su quel concetto non mi sono più spostato ma ci ho aggiunto qualcosa e quel qualcosa penso che dipenda molto da quella gara del 1975.
Da bambino ero malaticcio, troppe analisi del sangue, troppe medicine e, soprattutto, giocavo troppo poco anche perchè abitavo in centro città e non c’erano spazi per giocare in strada come facevano tutti i bambini dei quartieri “normali”. Adesso la normalità è diventata quella mia situazione di quando vivevo in centro e se ci penso sto male per i bambini di adesso che rischiano di patire dei deficit di movimento pericolosissimi per la salute.
A 8 anni la mossa decisiva, con un colpo di genio il mio pediatra decide che è ora di finirla con gli esami e con le medicine e consiglia vivamente ai miei genitori di trasferirci in un altro luogo, fuori dal centro storico. Rinasco in pochi mesi, gioco a calcio circa quattro ore al giorno, praticamente dappertutto, al campo, per strada, nei cortili, dove capita e con chi capita e sono quasi felice se non fosse che nonostante che giochi così tanto sono fra i più scarsi del quartiere. Mai provato nemmeno ad iscrivermi in una squadra perché con un atteggiamento che adesso si definirebbe bullismo (ma era fredda analisi della realtà) i miei amici dicevano che in una squadra mi avrebbero fatto fare solo panchina e non avrei giocato praticamente mai, Così, condannato a restare scarso ed un po’ ai margini per tutta la vita, non mi rassegno perché almeno ho capito che l’attività fisica fa bene alla salute ed è divertente anche se non sei un campione anche se la cosa più fastidiosa è sapere già così presto che un campione non lo diventerai proprio mai.
Quel volantino nella cassetta mi incuriosisce e decido di partecipare ai 1000 metri perché so che anche se non sono veloce, praticamente sulla palla non ci arrivo mai per primo, però sono almeno un pochino resistente perché nei pomeriggi delle estati possibili di allora (30 gradi e non 34 come adesso…) quando giochiamo due contro due nel campo da sette sono l’unico che corre ancora sulla palla dopo due ore, gli altri camminano e così ogni tanto per sbaglio faccio pure goal.
In quei 1000 metri in quattro vinco allo sprint finale e quella è la cosa clamorosa e sono esaltato dal fatto che gli organizzatori mi chiedano di entrare a far parte della squadra. E’ gratis ed il gioco è fatto. L’unico problema è che si parte da tre allenamenti alla settimana ed io sono abituato a giocare tutti i giorni, non solo tre volte alla settimana.
Dico che quella gara mi ha cambiato la vita perché mi ha cambiato il modo di pensare. Non è che da un giorno all’altro sia diventato un campione, anzi un campione proprio non lo sono mai stato, però quel giorno ho capito che alla “scarsità” c’è un limite.
Non è che uno è scarso per definizione e condannato a restare scarso tutta la vita. Così come il movimento mi ha fatto il dono impagabile di restituirmi la salute può farmene pure un altro di togliermi la malinconia dello scarso cronico. Lo scarso cronico è uan leggenda come quella del campione imbattibile ma non ditelo ai campioni altrimenti diventano tristi.
Da allora con l’atletica misuro me stesso e la mia possibilità di stare con gli altri anche nella competizione senza mai sfigurare perchè poi non sfgura nenmmeno l’ultimo classificato, questo è il concetto ed anzi quando vince il suo successo vale ancora di più di quello di chi ha sempre vinto.
E’ chiaro che fra le centinaia di gare che ho fatto più che quelle (numerose…) dove sono arrivato ultimo mi piace ricordare le migliori tipo il campionato friulano o quella volta, sempre in terra friulana, a Trieste, quando, complice un tipico vento triestino, nel rettilino finale di un 800 li ho raccolti tutti partendo dall’ultima posizione con una frazione di ultimi 200 metri in 25″5 che ho visto fare qualche volta in televisione ma mica tante dal vivo. Ecco io, il pirla che non volevano in una squadra di calcio che chiude un 800 come quelli “della televisione”.
Ripeto, la gara che mi ha cambiato la vita è stata la prima, poi ne sono venute fuori di divertenti e di deludenti ma ho capito che nello sport c’è spazio per tutti. Per quanto riguarda la televisione le gare è più bello vederle dal vivo e potersi confrontare con chi le fa perchè una cosa molto bella dello sport è potersi confrontare sui metodi di preparazione. Da questo confronto poi per una serie di cose si impara ad apprezzare lo sport di periferia come quello televisivo se non di più. Anche da quel punto di vista devo dire che mi ha salvato la periferia…