IMPULSI E RAZIONALITA’

Probabilmente la razionalità è un impulso travestito da razionalità e con questo ho già detto tutto su come la penso sulla disputa quasi filosofica fra impulsi e razionalità.

La nostra esistenza è un teatro di spostamenti di elettroni nel quale non abbiamo presente nemmeno il canovaccio di ciò che va in scena, figuriamoci se possiamo perderci sui dettagli e andare a determinare le parti da recitare. Alla fine non recitiamo proprio per niente e anche chi si crede terribilmente disonesto fa inevitabilemente i conti con gli impulsi molto più che con la razionalità.

Qui si può pure chiamare in causa Sant’Agostino che è quel santo che per certi versi potrebbe mettere in crisi la Chiesa Cattolica. Se di questi impulsi non ci capiamo quasi niente, difficile parlare di un libero arbitrio e di conseguenza difficile sostenere un istituto della colpa. Base filosofica per il più grande decreto “svuota carceri” possibile. C’è che comunque, a prescindere da colpa o meno, ci si deve pure difendere da chi si mostra pericoloso.

Se tutto questo sta in piedi (ma ovviamente è tutto da verificare) il concetto di razionalità è una piccola bugia messa su per illuderci del fatto che siamo in grado di architettare qualcosa e controllare i nostri impulsi.

E già qui è opportuno fare un altro distinguo. Che siamo in grado di architettare qualcosa non c’è dubbio e basta girarsi intorno per capirlo. Purtroppo, invece, sul fatto che siamo in grado di controllare i nostri impulsi non ci sono molti riscontri e lì mi viene da dire che è ancora sufficiente guardarsi in giro per capire che non è vero.

Torno a scrivere che la razionalità per conto mio è un impulso mascherato da un qualcosa di diverso.

Mi viene in mente un personaggio messo in scena dal comico Carlo Verdone: l’iperrazionale logorante da tanto che è razionale. Quello fa ridere e Verdone lo interpreta con una maestria suprema. Ma quel personaggio è decisamente vittima di un impulso patologico. non è un carnefice, è una vittima, schiavo dell’impulso di razionalità. Fra gli impulsi ce ne sono certamente di più controllabili (anche se forse è solo un’illusione) e meno controllabili (e di questi ne abbiamo anche una certa consapevolezza) non è detto che l’impulso alla razionalità sia fra i più controllabili e dunque è un impulso anche più impulso degli altri…

Ci si può chiedere che senso abbia fare un confronto fra impulsi e razionalità, che indicazioni utili possa darci nella vita e nello sport un confronto fra essi, sempre che il confronto sia possibile nel momento in cui viene fuori che sono la stessa cosa.

Nello sport mi viene in mente la programmazione dell’allenamento sportivo, quella che al giorno d’oggi si fa con il computer tanto per dire e quello è già un argomento sufficiente per dire che come minimo sulla carta impulsi e razionalità non sono per niente la stessa cosa. Al contrario la preparazione standardizzata, programmata, differisce molto da quella che lascia ampio spazio agli impulsi.

Allora, visto che con riguardo alla preparazione sportiva io sono un po’ uno sponsor della preparazione “ad impulsi” più che di quella basata sulla rigida programmazione, vediamo di capire che differenze sostanziali ci possono essere. Mi tocca precisare che forse per fare un confronto del genere bisogna tuffarsi, dopo aver letto le mie considerazioni, su quelle esposte da qualche appassionato sostenitore della programmazione.

Il mio punto di vista è che siccome viviamo di impulsi non possiamo trascurarli, non possiamo evitare di dare loro l’importanza che giustamente devono avere. Una preparazione che da troppo spazio alla rigida programmazione e non lascia spazio agli impulsi è una preprazione minata in partenza sotto la voce “entusiasmo”. Nella rigida programmazione l’unica cosa di entusiasmante che ci può esssere è l’idea che se quella viene portata a buon fine con una certa precisione dovrebbe dare i risultati sperati.

Succede che siamo in continua evoluzione e dopo ogni allenamento abbiamo degli indicatori che ci orientano verso un allenamento piuttosto che un altro ed ignorare questi indicatori può essere impresa un po’ ardua. Tornanado alla teoria che dice che che anche la razionalità è un grande impulso, saremmo in presenza di un impulso molto forte, che è quello della programmazione, che comanda su altri più deboli che sono quelli derivanti dal nostro fisico in base al recupero dei vari allenamenti. Io sarei già abbastanza soddisfatto, anche senza ammettere un primato degli impulsi che sostengo io come arcaico allenatore romantico d’altri tempi, che si riconoscesse che gli impulsi non nascono per capriccio della sorte che si diverte a giocare con le menti degli atleti e degli esseri umani in genere. Gli impulsi nascono da situazioni fisiologiche ben precise di tipo bioumorale e di tutti i tipi e pertanto hanno una loro motivazione biologica che non può essere trascurata. Tale precisazione non può certamente smontare in un colpo solo tutta la teoria della programmazione che fra l’altro è quella che in modo più o meno discutibilie i sovietici hanno messo a punto in quasi mezzo secolo di appassionato e serio studio dello sport. Il modello sovietico tutto sommato regna ancora sovrano e non sono certamente le goffe sanzioni alla Russia rea di essere diretta discendente di quel movimento che ammetteva anche il ricorso al supporto farmacologico a spostare l’attenzione su altre scuole di pensiero.

E’ evidente che se io torno a privilegiare le emozioni, gli impulsi, metto un po’ in crisi il substrato culturale di quel modello che sinteticamente diceva “Ho bisogno di un campione, vediamo un po’ come costruirlo”.

Nella teoria che lascia spazio agli impulsi il punto di partenza è molto diverso. “Ho bisogno di vivere, vediamo qual’è il modo migliore per farlo…” e se da questo punto di partenza si scopre che diventare un campione non interessa nulla questa opzione è ben accetta perché è quella che viene fuori dal processo di maturazione di quel preciso atleta che può avere mille motivazioni diverse nell’indirizzare la carriera sportiva.

Altre volte, trattando di sport, io ho ipotizzato che si possa tentare un approccio razionale trattando di grandi numeri ma, come ho già sostenuto, pare che questo non sia… razionale (!) trattando il singolo soggetto.

Possiamo programmare in tema di sport, spazi sportivi, tempi per poter praticare lo sport nella popolazione sportiva presa assieme ma come si comporteranno i singoli è un mistero che non siamo in grado di prevedere e tanto meno programmare.

Dunque non è che non esista una razionalità, esiste dappertutto ed esiste anche nello sport, però stiamo attenti a non privilegiare la scelta di valutare con scarsa attenzione gli impulsi demonizzandoli e relegandoli a fastidioso affetto collaterale della nostra psiche quando invece sono il motore trainante di molti nostri comportamenti.

Siamo esseri razionali a tratti (io sostengo piuttosto raramente) ma senza impulsi non campiamo proprio.