IL SOTTILE (NON MOLTO…) MECCANISMO PSICOLOGICO DELLA CORSA IN PROGRESSIONE

Il mio omonimo scrittore raccontava, parecchi anni fa, che per mettere in crisi un napoletano bastava portargli lo stipendio da 1 milione di lire (erano tanti anni fa..) a tre milioni per un po’ e poi riportarglielo definitivamente a due milioni. Tradotto in cifre attuali vuol dire prendere un qualsiasi lavoratore e portargli lo stipendio da 1.500 euro al mese a 4.500 e poi metterglielo definitivamente a 3.000 euro.

Al giorno d’oggi, soprattutto per chi è abituato a 1500 euro al mese, 3000 euro al mese non fanno certamente schifo anzi si può proprio dire che è un bello stipendio, però se uno prima lo “vizi” per un certo periodo con 4.500 euro al mese questo non è più capace di tornare indietro.

Molto semplicemente, parlando in terminologia che riguarda la corsa, non si è rispettato il criterio della progressività che è un criterio di un’importanza macroscopica che non viene mai valutato con la necessaria attenzione.

Il mio collega filosofo divertente anche di chi non ha mai masticato volentieri la filosofia, puntualizzava questa cosa per i napoletani che lui (napoletano) amava dipingere con certe pennellate. Io sono convinto che questa osservazione possa valere per tutti gli abitanti della terra, pure bergamaschi, trentini, scandinavi e canadesi. Convintissimo poi che il sottile (mica tanto…) meccanismo psicologico della corsa in progressione possa influenzare la corsa di tutti ma proprio tutti gli abitanti della terra.

Come si spiega in termini semplici (come amava fare il mio compianto omonimo) il sottile meccanismo della corsa? Molto semplice, nella corsa in progressione c’è una serie di sì, più o meno così: “Sì, sì, sì, sì etc., etc….”. Per contro, nella corsa in regressione, dove il ritmo tende a scemare in modo cronico, senza mai assestarsi, si verifica un atteggiamento del tipo “No, no, no, no, etc., etc….”:

Cosa vuol dire questa semplificazione che forse non ha semplificato nulla (nelle semplificazioni era decisamente molto più abile il mio omonimo, non a caso faceva lo scrittore anche se in gioventù era stato un discreto ottocentista)? Vuol dire che quando corri in progressione stai pensando che anche se non farai il record del mondo stai comunque facendo una corsa che è sempre meglio di come si era messa in partenza e pertanto più i metri passano e più quella corsa assume un valore significativo, questo oltre al fatto che correndo così ti senti anche meglio fisicamente e si creano delle sinergie a livello muscolare ed organico decisamente positive. Al contrario quando corri calando il ritmo, anche se sei partito su ritmi entusiasmanti, ti rendi conto pian piano (talvolta anche in fretta, quando arriva la clamorosa “balla” improvvisa) che il risultato finale potrà essere anche non molto entusiasmante nonostante tu sia partito piuttosto forte. A ciò si aggiunge che anche fisicamente non te la passi molto bene nel senso che la corsa dove il ritmo cala non crea buone sinergie, tende ad “impaccare” muscolarmente e pure a livello organico non da sensazioni molto gradevoli.

Insomma la necessità è di crescere costantemente per continuare fino a fine corsa quella serie di “sì” che è molto importante per sostenere bene la gara psicologicamente.

Allora per fare così cosa bisogna fare? Intanto bisogna augurarsi di non avere infortuni che nella pratica sportiva, soprattutto un po’ esasperata, è la cosa peggiore che possa accadere. L’infortunio ti rompe decisamente la serie di “sì” e ti porta a contatto con nuove realtà difficilmente digeribili. Diciamo pure che l’atleta con un carattere forte esce ritemprato da un infortunio ma in ogni caso è bene che non ne patisca molti altrimenti la voglia di mollare tutto diventa decisamente forte.

L’atleta che ha la fortuna di non avere infortuni deve augurarsi anche di avere una carriera in progressione ed in questo senso per chi ha cominciato giovane, magari da bambino, c’è da augurarsi di non essere stato un enfant prodige nel senso che il talento ragazzino, magari in anticipo di crescita fisiologica rispetto ai coetanei, assapora continui successi dovuti anche alla sua età fisica che non va di pari passo con l’età reale, poi, quando lo sviluppo fisico termina perché questo termina per tutti, anzi per i precoci pure un po’ prima, allora arrivano i giorni difficili e, per dirla con lo stipendio del lavoratore, si passa dai 4500 euro al mese ai 3000 anche se il ragazzino non ha ancora intascato il becco di un quattrino dalla sua fantastica attività sportiva ma fino a quel momento è stato un numero uno, ad un certo punto, pur essendo ancora molto forte ed una vera promessa dello sport, si trova ad essere un numero due e si sente già in difficoltà come se fosse un atleta sfigato qualsiasi.

Questi discorsi fatti nel lungo periodo vanno applicati benissimo ad una singola gara, ad una singola corsa, un singolo allenamento. E così nella singola corsa bisogna avere un po’ il coraggio di partire piano che non è una cosa facile perché ti porta ad abbassare un po’ le ambizioni di successo.

La paura, partendo piano, è di tarparsi le ali per un possibile successo ottenibile partendo in modo spregiudicato.

Allora qui bisogna fare un discorso che divide nettamente in due il mondo dei corridori: i velocisti ed i resistenti, siano essi mezzofondisti o anche corridori di distanze lunghe.

Il velocista non può ragionare con la mentalità della corsa in progressione nella sua gara. Se parte piano ha già sbagliato gara, è già tagliato fuori, ha già perso, è condannato a partire forte per poter vincere. Al contrario il mezzofondista e, a maggior ragione, il corridore di lunghe distanze, possono vincere anche partendo piano, anzi a volte è proprio il modo migliore per vincere e pure più spettacolare.

Ai ragazzi che alleno nelle lunghe distanze io dico sempre “Parti pure piano, tanto dopo se ci sono banane vengono fuori, se non ci sono pazienza ma non è che partendo forte te la giocavi meglio.”

C’è un’ eccezione per gli ottocentisti di tipo veloce, quelli che sono quasi dei quattrocentisti o, anche senza quasi, gareggiano indistintamente su 400 ed 800 metri. A quelli, nei limiti del possibile, non dico di partire piano perché hanno la caratteristica di saper partire molto forte senza andare in crisi subito. Se la gara si sviluppa in un certo modo dico loro di accettare l’avvio veloce e sfruttarlo per acquisire un certo margine sui “resistenti” che alla faccia che sono solo “resistenti” sono quelli che sono in grado di finire la gara più forte di tutti anche degli atleti che valgono un record personale sui 100 metri magari quasi un secondo inferiore al loro.

A questi ottocentisti di tipo veloce do comunque un consiglio per restare nella famigerata ottica del “Sì, sì, sì…” che è quella che ci fa restare concentrati per tutta la gara (oltre che per tutta la carriera). Il consiglio è di pensare che anche se sono partiti molto forte la cosiddetta “balla” arriva piano e non improvvisa (se sono allenati bene è così…) ed arriva abbastanza tardi in modo tale che la gara non è compromessa e può venire fuori bene ugualmente. Insomma la corsa in progressione non è proprio per tutti, chi non ci riesce deve comunque mettersi in un’ ottica di accettazione di quello che sta accadendo perché il miglior modo per far andare male una gara (o anche una carriera sportiva) è quello di decidere che “non va per niente bene” prima ancora che sia finita.

In progressione o meno l’imperativo è il sì. Il no deve essere riservato a chi vi vuole convincere che a fare sport come si deve state perdendo tempo. Per quelli il no deve essere secco e perentorio e a volte non è nemmeno necessario dirglielo perché il vostro atteggiamento stracolmo di sì è impetuoso e dilagante e travolge tutti quei no. Buona corsa in progressione a tutti i resistenti.