IL MITO DELLA CORREZIONE

Il caffè si può correggere. Alcuni lo correggono con la grappa, altri addirittura con il latte, in realtà i “puristi” del caffè dicono che non va corretto nemmeno quello. Ma non è questa la disputa, comunque molto importante, che non posso affrontare perché io di caffè, anche se mi piace, ne bevo gran poco in quanto mi “agita” ed io sono già abbastanza agitato naturale, semmai, forse, dovrei prendere la passione per la camomilla che non bevo proprio mai. La disputa è un’ altra ed è sulla correzione in attività motoria. Lì una mia idea ben chiara ce l’ho e va contro a quella di molti miei colleghi. Per conto mio “correzione” in attività motoria è un termine che non dovrebbe mai essere usato. Nel termine correzione, sempre a mio parere, è insita una presunzione grave da parte dell’insegnante ed è quella che lui sappia ciò che è “giusto”. In realtà l’insegnante non sa mai ciò che è gusto per il proprio allievo  e spera semplicemente di saperlo ma su ciò non ha assolutamente certezze. Lo stesso identico esercizio che per un allievo un certo giorno è proprio giusto il giorno dopo può non esserlo più perché l’allievo è cambiato. Cambiamo anche in 24 ore, poco, se non subiamo traumi, ma continuiamo a cambiare perché il nostro fisico è in evoluzione continua e pertanto ciò che va bene oggi può non andare più bene domani e deve continuamente essere rettificato.

Per cui la correzione dell’esercizio fisico, di stampo antico ma che resiste a tutte le mode, potrebbe anche essere definita come quell’espediente con il quale l’insegnante rassicura l’allievo, lo “corregge”, come si usa dire e poi se ne lava le mani perché visto che l’ha corretto quell’allievo ha imparato l’esercizio “giusto” e continuerà a farlo così fin che campa.

L’allievo corretto invece è un’allievo che si interroga costantemente su ciò che sta facendo, giorno per giorno ed impara il metodo per correggere l’esercizio costantemente senza illudersi di poterlo fare in un certo modo ben prestabilito nel corso dei secoli. Per cui il compito dell’insegnante più che di correggere l’allievo alla ricerca di un fantomatico modello ideale che non esiste (perché ognuno ha le sue esigenze precise  e pertanto ha la necessità di adeguare l’esercizio alla propria situazione a prescindere da qualsiasi modello ideale) è di dare tutte le informazioni all’allievo affinché possa imparare ad autoregolarsi e a rettificare tempestivamente l’esercizio in base a ciò che sente durante l’attività fisica. L’insegnante può “vedere” una certa cosa ma l’allievo la “sente” e dunque ha certamente molte più informazioni dell’insegnante per poter procedere in quella che in modo maldestro viene ancora chiamata “correzione”. Diciamo che più che correzione dovrebbe essere chiamato “adeguamento” alle proprie condizioni fisiche ed in questi termini, ad essere pignoli, più che l’insegnante che corregge l’allievo è proprio l’allievo che corregge la proposta dell’insegnante per renderla adeguata alle proprie necessità. Per cui ben venga la “correzione” se così vogliamo chiamarla ma è quella che l’allievo attento continua ad esercitare sulla propria attività fisica per renderla più efficace possibile.

Molti dicono: “Ma se l’insegnante mi propone un modello di esercizio io tento di andare il più vicino possibile a quel modello”. E  qui casca l’asino, o meglio casca l’insegnante se si diverte a fare l’asino e si mette a fare il modello di perfezione come se questo potesse esistere. L’insegnante onesto deve segnalare che la sua è una proposta di esercizio e non necessariamente la migliore fra quelle che si possono selezionare. Io, con riferimento alla ginnastica per la terza età, sostengo spesso che la classe deve augurarsi di trovarsi di fronte ad un insegnante che abbia qualche problemino con l’attività motoria perché se si trova di fronte il classico insegnante in perfette condizioni fisiche, giovane e che dimostra gli esercizi con una padronanza del gesto tecnico invidiabile quella classe lì è già potenzialmente fuori strada. E’ troppo istintivo pensare che il modello di esecuzione ideale sia quello perfetto offerto dall’insegnante e così la maggior parte del gruppo sarà decisamente a disagio nel tentativo di emulare esecuzioni praticamente impossibili per una classe che ha deficit motori mediamente abbastanza rilevanti. L’insegnante dovrebbe quasi bluffare e far finta di essere meno bravo di quello che è per proporre modelli più attendibili e che si discostano meno da quelli umanamente considerabili per un utente di terza età. Insomma se è vero che il codice della strada è uguale per tutti è anche vero che una Formula Uno non si guida come un utilitaria e se pretendo di farti scuola guida su una Formula Uno probabilmente sbaglio qualcosa.

Non c’è niente da fare bisogna mettersi con calma a pensare ciò che è più opportuno per ogni singolo allievo ed ogni santo giorno, è un lavoro certosino da fare giorno per giorno con tanta pazienza ed ascoltando sempre cosa dice l’allievo che deve essere sempre ascoltato, prima ancora che “corretto”. La correzione rischia di essere una inutile scorciatoia a caccia di un modello inesistente che anche se esistesse dovrà comunque essere rettificato costantemente perché cambiamo giorno per giorno.