IDEE PER UN ALLENATORE “NON BABY SITTER”

“Occupati della rivoluzione dello sport”. Così mi dice (forse mi “ammonisce”) chi mi vede scrivere di rivoluzione non violenta su questo sito che tratta l’attività motoria. “La rivoluzione non violenta è una cosa morta e sepolta di oltre mezzo secolo fa e denota solo che sei vecchio e non sei al passo con i tempi. In tema di attività fisica, anche se sei vecchio, a volte hai delle idee che sono davvero rivoluzionarie e possono essere anche attuali, sviluppa quelle, non perderti sul sesso degli angeli…”.

Io alla rivoluzione non violenta ci credo, è da quando sono bambino che ci credo e mi rendevo già conto che alle scuole elementari ci insegnavano la pace e poi a scuola media solo un paio di anni più tardi ci spiegavano perché a volte può anche esistere la guerra giusta. E’ li che ho cominciato a rifiutarmi di crescere, a scagliarmi contro la scuola degli adulti e ho iniziato a sostenere in modo patologico quanto mi avevano insegnato alle elementari. In breve mi sono messo in conflitto con tutto il mondo della scuola con qualche eccezione (ma pure lì con spirito critico…) con quanto avviene ancora adesso nella scuola primaria.

Su questo sito tratto fin troppo insistentemente di quanto avviene nella società in generale perché ritengo che non abbia senso parlare di sport per “tutti” se poi “tutti” hanno dei problemi sociali che vanno ben oltre la pratica dello sport.

C’è una rivoluzione dello sport che può partire, che sarebbe sacrosanto far partire ma che deve avere delle basi culturali che adesso non ci sono. Occuparsi della rivoluzione dello sport in modo avulso come se lo sport fosse inserito in un contesto sociale ovattato che non ha problemi mi pare che non abbia senso. Al contrario ho più spesso sostenuto che i principi fondanti che dovrebbero sostenere una presunta rivoluzione non violenta dello sport sono gli stessi che dovrebbero sostenere una ben più importante rivoluzione non violenta della società.

Mi preme sottolineare come i limiti oggettivi di entrambe queste presunte rivoluzioni abbiano a che fare essenzialmente con le leggi del nostro sistema economico, non sono utili al mercato e pertanto non partono perché non sono sostenute da nessuno sponsor né istituzionale, né privato e tanto meno occulto. Alla luce del sole di cambiare questa società pare che non gliene freghi quasi niente a nessuno, anche se praticamente tutti se ne lamentano. Cosa piuttosto curiosa.

Comunque accetto il consiglio di concentrarmi sul campo dove forse sono un po’ più attendibile e di teorizzare perché un nuovo tipo di sport potrebbe anche avere senso nella nostra società.

Parto da distante ma in realtà vado subito nel cuore del problema. Io sono per un allenatore ideologicamente “non baby sitter”. Se volete è lo stesso concetto del disgraziatissimo nome del mio sito con il quale, volendo proporre un personal trainer che sia per tutti e non solo per i pochi eletti che se lo possono permettere, ho stravolto il concetto di personal trainer che nell’accezione comune è una figura che si occupa dell’allievo in modo fin troppo soffocante, andando a sconfinare anche in campi (uno per tutti l’alimentazione…) che non sono suoi.

Il concetto è che pochi sono i tecnici (o comunque non in numero esuberante come si possa pensare) e molti sono gli allievi che, secondo la mia ottica, sono potenzialmente un’infinità perché non sono solo quelli che si rivolgono ad un tecnico per avere consigli sull’attività motoria, ma sono anche e soprattutto quelli che se ne stanno a casa sul divano a guardare la televisione perché fino ad ora hanno avuto un approccio con l’attività fisica decisamente sbagliato e qui, non me ne vogliano i miei colleghi, la colpa è decisamente nostra e non di quei poveri sedentari che se ne stanno tranquillamente a casa sul divano a guardare la televisione credendo che sia più bello, rilassante e salutare che praticare attività fisica.

L’allenatore (o anche personal trainer…) che segue in modo assiduo e fin troppo soffocante un solo atleta non è moralmente accettabile nella nostra società. In uno slancio fin troppo appassionato verso la mia professione oso dire che è come un medico che si metta a seguire costantemente un solo paziente: un non senso, una cosa moralmente non accettabile.

Di più, trattando di giovani sono perfettamente convinto che come adulti ci dobbiamo fare un po’ da parte, lasciare loro molto più spazio di quanto stiamo lasciando e pertanto per conto mio la figura moderna di tecnico per i giovani dai 15 anni in poi è di un tecnico che c’è e non c’è, che da tutte le indicazioni per poter scoprire lo sport nel modo migliore ma che poi si fa anche da parte per lasciare massimo spazio alla fantasia dei giovani e alla loro capacità di innovare. Se un ragazzino di dodici anni è un personaggio che ha comunque bisogno di un’assistenza abbastanza continua perchè tende a sbagliare molto e non sa proprio come comportarsi in certe situazioni, un ragazzo di sedici anni che continua a comportarsi nello stesso modo e non ha sviluppato una sua conoscenza dell’approccio del movimento è già una bella denuncia per il tecnico che lo ha seguito fino a quel momento perché vuol dire che quel ragazzo da un punto di vista della cultura motoria è rimasto fermo all’età di dodici anni ed ha ancora bisogno dell’istruttore modello baby sitter.

Nel nostro modello sportivo a volte avviene proprio il contrario. Quando l’assistenza sarebbe molto importante, con gruppi di ragazzini di undici-dodici anni, si vedono anche gruppi di 30 o 40 soggetti seguiti da un unico tecnico che deve farsi in quattro a seguirli tutti e diventa semplicemente scemo a volte anche solo per banali questioni disciplinari che possono pure minare l’aspetto tecnico (il classico caso del ragazzino che non gliene frega proprio niente di fare un certo sport ma viene lì solo perché ce lo porta la mamma…), al contrario ci sono piccoli gruppi di sei o sette ragazzi di sedici- diciotto anni che vengono seguiti in modo quasi personale magari pure da due tecnici perché su quelli, secondo il modello sovietico che è quello che detta ancora legge praticamente in tutti gli sport se parliamo di alto livello, bisogna investire ed ottimizzare le occasioni per il miglior rendimento sportivo come se un certo ragazzino fosse un dramma se supera i due metri nell’alto a diciassette anni invece che a sedici. Lì è mutuata la filosofia della scuola competitiva, se perdi l’anno è una vera disgrazia, chi se ne frega se quell’anno lì per una serie di motivi anche non trascurabili avevi bisogno di tirare i remi in barca, sia mai che ti fai bocciare e che tardi di un anno il programma degli studi. Abbiamo ragazzi che a scuola sono perfettamente a posto ma quanto a sviluppo di abilità motorie sono indietro di 4 o 5 anni, chi se ne frega, cosa vuoi che sia…

E così, restando nel preciso campo dello sport dove mi si ammonisce a restare (ma come fai a trattare dello sport dei ragazzi senza trattare la scuola? Sono forse ragazzi che non vanno a scuola?!) c’è il ragazzo che a doti motorie è imbranato come una foca perchè si è concentrato in modo drammatico sugli studi e poi c’è quello che invece è “perfettamente in linea” per diventare un campione perchè a sedici anni ha già ottenuto certi risultati molto importanti. Chi se ne frega se li fai a sedici anni, se decidi che lo sport ti interessa e troverai il tempo per praticarlo hai tempo almeno fino a trent’anni per evolvere il tuo percorso sportivo. Ciò che non fai a sedici puoi farlo a 18, 20, 25 oppure addirittura e trent’anni perché c’è chi vince le prime cose importanti proprio a quell’età (ovviamente avendoci provato già prima).

Se invece, secondo il modello sovietico, a sedici anni si decide già se è il caso di investire su di te o se è il caso che torni a fare il bravo bambino come tutti gli altri allora ti si mette questa stramaledetta fretta di fare il risultato a tutti i costi già da ragazzino un po’ come fanno a scuola stressandoti l’anima con una verifica un giorno sì ed un giorno no.

Io dico che il mondo occidentale dal sistema sportivo sovietico purtroppo ha preso solo la parte peggiore.

Invece di pensare alle strutture, allo sport per tutti, ad aumentare a dismisura quella enorme base dalla quale dovrà venir fuori il campione, si è pensato ad affrontare in modo scientifico la questione dei presunti campioni, di quei talenti dai quali è molto più probabile che venga fuori il campione rispetto ai comuni mortali.

Purtroppo (o per fortuna dal mio punto di vista…) lo sport non è una scienza e chiamare “integrazione alimentare o supporto farmacologico” i protocolli che troppo spesso vengono proposti agli atleti di alto livello non è stata una gran mossa. Proprio in anni recenti abbiamo processato i russi per presunte irregolarità nei confronti delle procedure antidoping ma il lessico per rendere ridicole tali procedure l’abbiamo preso proprio da loro.

Insomma ci lamentiamo con loro se oltre mezzo secolo fa hanno spinto lo sport verso logiche non del tutto condivisibili, ignorando il fatto che pochi anni più tardi, ben prima della fine degli anni ’80, ha cominciato a fare così proprio tutto il mondo, altro che blocco sovietico. L’Unione Sovietica non era ancora finita che ormai a livello di sport di vertice tutto il mondo aveva imparato a comportarsi come l’Unione Sovietica.

La rivoluzione dello sport è un altra cosa e passa dal concetto di allenatore per tutti, non me ne frega niente se non diventerai un campione ma un allenatore deve esserci per tutti. Se non vuol diventare scemo non potrà seguire gruppi di ragazzini piccoli di più di venti venticinque unità: Trattando di diciottenni che conoscono lo sport può tranquillamente relazionarsi anche con 40 o 50 soggetti tanto non ha bisogno di seguirli costantemente perché questi se hanno un minimo di cultura sportiva si sanno anche autogestire. Poi è chiaro che se sono altamente performanti, soprattutto in certe discipline sportive, avranno bisogno di essere seguiti con più attenzione. Inoltre certi sport di squadra imporranno delle condotte che non possono prevedere che il tecnico si sdoppi, o segue una squadra o segue l’altra ma in ogni caso, per esempio per la preparazione fisica individuale, l’atleta evoluto e cosciente sa di cosa ha bisogno e non ha bisogno del preparatore baby sitter sempre alle calcagna.

Insomma bisogna rivoluzionare il concetto che lo sport è per tutti fin che ti ci manda la mamma e poi nella maggior parte dei casi decidi di concentrarti nello studio perchè per lo sport non c’è tempo e così i tecnici seguono frotte di ragazzini piccoli ma sparuti gruppi di atleti sopravvissuti e particolarmente evoluti.

Il mio concetto, la mia rivoluzione, è proprio l’opposto: i ragazzini li devi seguire con una certa attenzione perché fra loro ce ne sono alcuni che fanno solo casino, sono lì per occupare un posto non perchè vogliono essere lì. Gli atleti evoluti devono essere tanti perché altrimenti vuol dire che il lavoro con i ragazzini è stato inutile e fallimentare. Quei tanti hanno tutti diritto ad avere un tecnico ma devono ragionare anche con la loro testa (a costo di mettersi in contrasto con il tecnico…) perchè se non ragionano con la loro testa non possono avere possibilità di evolvere il loro livello sportivo. La consapevolezza di ciò che stanno facendo è forse anche più importante del bagaglio di acquisizioni motorie che hanno immagazzinato fino a quel momento.

Sport per tutti vuol dire sport per tutti, anche per chi non può permettersi di pagare la quota di iscrizione (e questo è un vero problema sociale…) ma a tutte le età, non solo a dieci-dodici anni.