FATTORI DI EVOLUZIONE DELLA TEORIA E METODOLOGIA DELL’ALLENAMENTO SPORTIVO

Su un titolo così ci si potrebbe attendere un tomo di chissà quante pagine, una tesi di laurea, comunque un lavoro molto consistente da mettersi lì a leggere con calma elucubrando attentamente su alcuni passaggi più difficilmente comprensibili, invece niente di tutto ciò, anzi rischio pure di smentire la mia leggendaria prolissità perché a mio modo di vedere la questione è abbastanza semplice, banale e non è nemmeno spunto per grosse dispute anche se ciò potrebbe apparire un po’ sconcertante.

Si tratta di intendersi sul fatto se il processo di allenamento deva essere inteso un’ arte o una scienza. Se la tesi è la prima, come sostengo io, allora le parole che seguono sono persino troppe, se invece riteniamo che sia una scienza allora possiamo pubblicare tutti i trattati che vogliamo ma il metodo di indagine dovrà essere necessariamente quello scientifico e quindi il discorso che segue non può avere alcun valore.

C’è una premessa ad avvalorare la tesi della “componente artistica”. Quando si lavora sui campioni si lavora su numeri che non sono statisticamente significativi. Il campione è raro per definizione, se non è raro non è un campione.

Stesso discorso vale, per fortuna, anche per la disabilità. La vera disabilità è rara per definizione perché se è molto diffusa implica una serie di adattamenti anche di ordine sociale che la rendono meno “disabilità”. Insomma un anziano veramente anziano che viaggia in sedia a rotelle non è un disabile ma semplicemente un anziano che ha avuto la fortuna di arrivare ad un’età talmente avanzata che un grave deficit di forza delle gambe può essere considerata anche una cosa normale.

La gente cosiddetta “normale” è quella che offre le prestazioni cosiddette “normali”, nè troppo scadenti ne troppo esuberanti. E’ su quella categoria di persone che un lavoro di tipo scientifico sarebbe indubbiamente possibile perché i numeri sono statisticamente molto significativi.

Qualcuno sostiene che sia statisticamente importante anche il numero degli atleti professionisti perché di sport ce ne sono talmente tanti e alcuni sono talmente sostenuti dagli sponsor che i professionisti di quello sport non sono per niente pochi, si pensi al calcio in Italia o al Basket negli Stati Uniti, per esempio.

Allora anche lì si tratta di distinguere fra campioni e professionisti dove una certa differenza può esserci se non che per alcuni sono di più i professionisti rispetto ai campioni (e ciò è di facile intuizione, alcuni, pur essendo dei professionisti non sono dei veri campioni…) mentre per altri invece sono di più i campioni dei professionisti (e lì la faccenda è un po’ più complicata perché alcuni atleti che non si allenano come i professionisti, almeno senza recuperi ed assistenza medica che si auspicano per un professionista, hanno un rendimento sportivo che è quasi assimilabile a quello di certi professionisti meno performanti).

Lasciando perdere questa ulteriore cavillosa disputa c’ è da ammettere come in effetti il mondo degli atleti professionisti non sia costituito solo da 4 gatti variamente distribuiti in giro per il mondo ma sia effettivamente un numero abbastanza interessante.

E’ questa la cosa che forse spiega un po’ la tendenza ad una sorta di omologazione delle metodiche di allenamento. Visto che i professionisti non sono pochi c’è la necessità di farli “funzionare” con certe garanzie, senza troppi esperimenti e con metodiche di preparazione collaudate che non offrano particolari problemi agli sponsor che spingono per un rendimento minimo garantito. Il pionierismo tipico di oltre mezzo secolo fa era più giustificabile in ottica di preparazione del presunto campione di un tempo che se emergeva tutti erano contenti e se ciò non accadeva non c’era nessun “apparato” a protestare. Insomma per certi versi rischiavano di più gli atleti di un tempo, il professionista di adesso è un atleta che sogna ancora ma vuol pure la quasi garanzia di un certo rendimento che lo faccia sopravvivere all’interno del carrozzone dello sport professionistico.

Ora questo modo di agire che, per certi versi può apparire più scientifico, con una specie di globalizzazione delle tecniche di allenamento, per altri versi è un limite per l’evoluzione della teoria e della metodologia dell’allenamento.

Se vogliamo evolverci siamo condannati, a rischiare, a sperimentare, a provare cose nuove e questo modo di agire con l’attuale organizzazione sportiva è più facile attuarlo con atleti non proprio di vertice, senza pressioni di alcun tipo da parte degli sponsor.

La sperimentazione è possibile anche a livelli medio bassi di prestazione ma lì c’è un fatto culturale a far da freno. Mancano sempre più gli allenatori che fanno di testa loro, hanno paura di sbagliare come se l’atleta perdesse chissà cosa a sbagliare lo stato di forma e nei vari corsi per allenatori sarebbe opportuno che ci fosse un confronto fra i vari tecnici più che una trasmissione del “verbo standardizzato ” da quelli vecchi ai nuovi.

Se si vuole che la teoria dell’allenamento progredisca occorrono meno libri e più pionieri dello sport. I libri possono essere utili per studiare la storia della teoria e metodologia dell’allenamento sportivo ma il futuro deve essere costruito da chi deve aver il coraggio di innovare e sperimentare continuamente. Se questa strada è preclusa laddove consistenti sponsorizzazioni impediscono il rischio non può essere ostacolata dove il buon allenatore di provincia ha tutto il diritto di provare strategie mai provate da nessuno. E’ da lì che possono partire nuovi interessanti contributi all’evoluzione delle tecniche di allenamento.