DALLA SOLITUDINE DEL CAMPIONE ALL’EMARGINAZIONE DEL “NON CAMPIONE”

Il campione è solo per definizione, se è un vero campione è solo nel senso che deve sperimentare percorsi che gli altri non hanno sperimentato, deve sopportare nuovi carichi di allenamento e deve tentare di creare qualcosa di nuovo, è il primo ad abbattere certi muri, il primo a spingersi dove fino ad ora nessuno era arrivato.

Poi ci sono i campioni un po’ meno campioni, quelli che, pur non essendo proprio dei numeri uno, fanno pare del carrozzone dello sport spettacolo, dello sport di alto livello. Quelli non sono proprio soli, anzi sono in buona compagnia, fanno parte di un vero e proprio clan ed in Italia corrispondono a quella elite di atleti che riescono ad allenarsi mediamente due volte al giorno grazie all’appoggio economico delle famose squadre militari che di fatto li trattano come professionisti dello sport anche se in realtà praticano sport dilettantistici.

Questi campioni, che sono comunque dei campioni perché sono degli atleti di ottimo livello, sono dei professionisti un po’ precari nel senso che non percepiscono premi stellari in quanto vincono molto meno dei numeri uno e possono restare nei gruppi sportivi militari con una certa tranquillità ed una certa garanzia di buon trattamento solo fintanto che offrono un rendimento utile a stare nel carrozzone dello sport spettacolo. Non hanno bisogno di vincere un campionato del mondo o un’Olimpiade per fare questo ma solo di galleggiare ricercando l’ottenimento dei vari minimi di qualificazione alle gare importanti che per un buon atleta che si allena due volte al giorno sono difficili da ottenere ma non impossibili.

Per assurdo, se vogliono avere la garanzia di stare sul carrozzone il più possibile, senza problemi, devono stare attenti a come giocano le loro carte perché se rischiano troppo possono anche farsi male.

Insomma l’incentivo delle squadre militari funziona in modo diverso nelle varie fasi della carriera sportiva. Quando sei lì che stai per entrare ti fanno fretta nel senso che se non riesci ad entrare in una squadra militare non puoi fare il professionista, poi, quando sei dentro, non c’è più fretta, anzi devi stare attento a ciò che fai perché quel buon rendimento che hai offerto per entrare nel gruppo ti consente di restarci ma se nel tentativo di approdare a livelli prestativi superiori perdi la capacità di reiterare con costanza quel rendimento allora rischi di essere buttato giù dal carrozzone.

Praticamente all’inizio è un incentivo che ti spinge a fare le cose quasi troppo in fretta, verso i 18-19 anni, poi a 25-27, quando davvero dovresti tirare un po’ le somme, ti istiga a prendertela con calma se non vuoi rischiare e se vuoi ambire a restare in quel giro per ancora altri anni senza problemi.

Non penso a questi atleti, penso che tutto sommato sono dei fortunati, e sono dei fortunati quelli che dormono sugli allori e finiscono a circa 35 anni una carriera che rischiando un po’ di più poteva pure essere un po’ più brillante e sono dei fortunati anche quelli che attorno ai 25 anni nel tentativo di dare il massimo si sono fatti del male nonostante un’assistenza medica paurosa perché ad alti livelli puoi avere tutta l’assistenza medica che vuoi che comunque il rischio di infortunio è sempre in agguato. Aggiungo che sono “quasi fortunati” anche quelli che nel tentativo di entrare nei gruppi sportivi militari si sono spremuti un po’ troppo e sono arrivati a quell’appuntamento già spremuti, non più in grado di maturare una carriera atletica che prometteva di più.

Penso a quei campioni che proprio nei gruppi sportivi militari non ci sono entrati, e ci sono ed io li chiamo campioni anche se non hanno mai rilasciato interviste a nessuno e li chiamo campioni perché allenandosi normalmente una volta al giorno come dovrebbe avere la possibilità di fare un qualsiasi normale cittadino, hanno ottenuto risultati che sono molto vicini a quelli dei colleghi accasati nei gruppi sportivi militari.

Quelli, per conto mio sono i “non campioni emarginati”, sono dei potenziali campioni ma i loro risultati tendono inesorabilmente a differenziarsi da quelli di chi è entrato nel carrozzone perché fra chi si allena una volta al giorno e fa fatica pure a recuperare quell’unica seduta giornaliera e chi si allena due volte al giorno ed ha tutto il tempo di recuperare bene quelle due sedute giornaliere questo secondo ha un vantaggio colossale.

Sarebbe bello, in uno sport all’avanguardia, che ci fosse più spazio per questi campioni “non campioni” e, proseguendo su questa filosofia, io dico che già da ragazzini sarebbe bello dare concretamente la possibilità di praticare sport allenandosi tutti i giorni proprio a tutti i ragazzini. Ai più performanti perché, se hanno entusiasmo, è giusto che abbiano l’opportunità di mettere a punto la loro preparazione senza rotture di scatole di impegni scolastici troppo pressanti ed anacronistici, ai meno performanti proprio come profilassi sanitaria, visto che hanno qualche deficit motorio bisogna dargli qualche possibilità di colmarlo e questa possibilità devi dargliela subito a 13, 14, 15 anni quando si manifesta, non a 40 quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla ed il ragazzo non più ragazzo si presenta al campo sportivo con una panza da far paura.

Insomma lo sport o come giusta valvola di sfogo per chi vuole ambire a buoni risultati o come profilassi sanitaria per chi ha già qualche deficit deve essere considerato come giusta pratica quotidiana per tutti.

Poi, più avanti, c’è la problematica delle due sedute giornaliere a distinguere fra chi sta facendo il professionista fingendo di fare il dilettante e chi fa il dilettante davvero provando ad allenarsi quasi come un professionista ma non avendo i mezzi per recuperare questi allenamenti un po’ troppo spinti. Io faccio terribilmente il tifo per questo tipo di atleti e mi piacerebbe che esistesse una strutturazione dell’attività federale che tenga molto conto delle esigenze di questi atleti più che continuare a premiare quelli che sono già dentro i gruppi sportivi militari e come tali non hanno bisogno di particolari incentivi se non la garanzia che se anche spingono un po’ la preparazione e si fanno male per un po’ comunque non verranno cacciati dal gruppo sportivo militare.

Se giriamo la frittata, come livello di importanza, l’importanza vera è proprio inversa rispetto al rendimento dei vari gruppi da un punto di vista sociale.

I più importanti sono quelli con dei deficit. Quelli devono allenarsi tutti i giorni e bisogna assolutamente trovare gli incentivi e gli stimoli per farli allenare tutti i giorni, per un fatto di salute pubblica. E’ un dovere, non un capriccio.

Poi ci sono i bravi atleti fuori dal carrozzone e a quelli bisogna dare tutte le opportunità e lasciare più vivo possibile il sogno di salire sul carrozzone dello sport spettacolo.

Per quanto riguarda lo sport spettacolo i più importanti sono proprio quelli che reggono il palco, quelli che pur non rischiando troppo, adagiati nel confort di una situazione tutto sommato privilegiata reggono la scena ai veri big.

I veri big a volte sono dei personaggi da psicologo perché in pochi attimi si giocano delle vere e proprie fortune visto che lo sport di vertice è pure un po’ malato. Da un punto di vista statistico, anche se i più spettacolari, sono i meno importanti perché se non vincono loro vince qualcun altro che regge lo spettacolo e dal ‘punto di vista della salute che diventino ricchi o restino dei comuni mortali non cambia poi molto, anzi a volte se la spassa meglio chi resta un comune mortale di chi diventa ricco.1

Lo sport è un fatto sociale complesso importante per tutti e può essere visto anche al rovescio. Contano di più quelli che hanno più problemi a farlo.