COSA VUOL DIRE “INCLUSIVO”?

La normativa sul safeguarding, teoricamente valida, si fonda tutta su quell’aggettivo “inclusivo” che sta nel suo principio ispirativo. Non solo dobbiamo sorvegliare che nello sport non vi siano abusi e discriminazioni di alcun tipo ma dobbiamo pure adoperarci affinche lo sport sia realmente e non solo a parole “inclusivo”.

E qui casca l’asino perché uno sport veramente inclusivo è semplicemente rivoluzionario e mina alle sue radici una società che invece è sempre più competitiva, meritocratica ed assolutamente “esclusiva” come pure si recita nella maggior parte delle pubblicità sbandierando il valore universalmnte accettato dell’esclusività.

Uno sport veramente inclusivo, per conto mio, con una definizione più pittoresca che tecnica, è uno sport che dopo un po’ che l’hai guardato per televisione ti butta giù dal divano e ti fa dire “Basta, adesso quelle cose che ho visto per televisione le vado a fare io e le faccio pure meglio perché ho il diritto sacrosanto di farle pure meglio di quanto ho visto in televisione…”.

Quando ho iniziato a praticare l’atletica io, mezzo secolo fa, l’atletica era uno sport veramente inclusivo nel senso che non pagavi un cavolo per farla e c’erano gare di tutti i tipi, per atleti forti e per atleti assolutamente non forti come il sottoscritto. Ho fatto più fatica più tardi a trovare gare dove non vincere facilmente (chi l’avrebbe mai detto) che all’inizio a trovare gare dove mescolarmi con ragazzini altrettanto in ritardo di crescita come il sottoscritto.

Il calcio, all’epoca era un po’ meno inclusivo nel senso che anche se prima di iniziare a praticare l’atletica ci giocavo quattro ore al giorno in forma assoluatamente libera (e dunque libero di evolvermi tecnicamente come cavolo volevo io) gli altri ragazzini senza fare nessun bullismo mi dicevano candidamente che io un posto in squadra non l’avrei trovato perché ero troppo scarso. E così a giocare in una squadra vera, e ce n’erano tante nella mia città, non ci ho mai nemmeno provato. Adesso penso che con la caratteristiche che avevo allora troverei posto in quasi tutte le squadre di settore gioivanile ma bisogna ammettere che i tempi sono cambiati.

In termini di inclusività il top dell’inclusività all’epoca era la parrocchia dove il parroco si arrabbiava se non ci andavi. E fondamentalemnte i maschi in parrocchia giocavano a calcio, senza nessun controllo tecnico ed i campioni venivano fuori perché a quell’età non occorreva controllo tecnico ma ore ore ed ore di gioco. Non circa 200 all’anno come più o meno fanno i ragazzini delle squadre (nel frattempo diventate molto più inclusive adesso) ma circa 1000 ore l’anno come si faceva nelle parrocchie o anche per strada ai miei tempi, senza alcun controllo tecnico.

Lo sport inclusivo è uno sport che pratichi tanto e non ti costa molto. A livello di ragazzini ci tocca ammettere che la parrocchia, anche se non era un’agenzia di sport, era più inclusiva delle squadre di adesso che a loro volta sono più inclusive delle squadre di un tempo anche se bisogna ammettere che non è un’inclusività gratuita, anzi a volte è pure un po’ caruccia.

L’atletica di un tempo forse era un po’ più inclusiva di quella di adesso ed almeno io sono convinto che lo era di più a livello di ragazzi di sedici diciotto anni, nel senso che adesso c’è un abbandono in quella fascia di età che è semplicemente devastante. Gli operatori del mondo dell’atletica sostengono che è colpa anche della scuola sempre più soffocante e che concede sempre meno tempo libero ai ragazzi. Io sono convinto che se l’atletica (ma anche altri sport) nella fascia 16-20 anni fosse entusiasmante per tutti (e sottolineo per tutti) come un tempo la scuola sarebbe costretta a fare i conti anche con ragazzi che sono disposti a farsi bocciare pur di proseguire la pratica sportiva e qualcuno griderà allo scandalo ma la vera maturità è quella, non andare a caccia del voto migliore agli esami dell’obbedienza.

Predichiamo la salute e la prevenzione ai quattro venti e dopo ci perdiamo in una scuola dove la competizione trionfa e non lascia più spazio allo sport già a sedici anni. L’inclusione vera, quella citata nelle linee guida della normativa sul safeguarding deve fare i conti con tutto l’assetto sociale che evidentemente contempla anche quello che accade fuori dal campo sportivo, altrimenti ad un certo punto al campo sportivo non ci si va più perchè non c’è più tempo per andarci ed allora… addio inclusività.