Nello sport la motivazione è praticamente tutto, si può studiare questa e tralasciare quasi completamente l’aspetto tecnico in alcune discipline che non si è perso tempo e sempre, quando andiamo a trattarne, siamo incredibilmente parziali, settoriali ed assolutamente non esaustivi per il semplice motivo che il sapere sulla motivazione è enciclopedico.
Già trattare di “motivazione nello sport” è limitante perché non si può fare un discorso di motivazione legata allo sport senza toccare gli altri temi dell’esistenza. Visto che il soggetto di sport è un essere umano non lo possiamo dividere nel suo sé sportivo e nel suo sé borghese come se fossero due persone distinte.
Tendenzialmente, quando consideriamo la motivazione nello sport vogliamo speculare su un suo possibile rinforzo, un po’ come se fosse un ingrediente della prestazione e così per fare un dolce un po’ più dolce abbiamo bisogno di più zucchero e per fare una prestazione sportiva, più “motivata” abbiamo bisogno di più motivazione. In realtà la motivazione è già tanto che riusciamo a studiarla e non è che riusciamo ad incrementarla con la bacchetta magica. Come dire che lo zucchero è già tanto se riusciamo a capire se è zucchero a velo, se è zucchero di canna o se normale zucchero bianco ma non è che riusciamo ad incrementarne la quantità. C’è da aggiungere, che, come per lo zucchero, poi avendone a disposizione quantitativi maggiori non è detto che il dolce riesca meglio, tutt’altro, è pure possibile che venga fuori nauseante e sbagliato nella sua formulazione.
Così non è detto che la motivazione “Più ce n’è e meglio è” anche perché questa è facilmente esauribile ed impiegarne molta in un certo periodo potrebbe essere fatale per la possibilità di impiegarne molta in un altro periodo magari ancora più importante della carriera sportiva.
Penso ai ragazzini campioni precoci che fortemente motivati all’età di 14-15 anni poi già a 17-18 anni sono vuoti perché hanno vinto tutto e svuotati della loro motivazione anzitempo.
Così, più che darsi da fare per incrementare a tutti i costi la motivazione con mille strategie, sarebbe proprio il caso di darsi da fare per studiarla, per tentare di comprendere come funziona. Ed allora questo è un atteggiamento poco spontaneo e quasi falsamente disinteressato perché se poi vai a scoprire che la motivazione in un certo atleta è legata a motivi squisitamente temporali e limitati ad un momento ben preciso dell’esistenza, ti viene voglia di far finta di niente e di non aver scoperto proprio nulla perché quella scoperta, decisiva per comprendere il vero carburante di quell’atleta, ci da sentenze sul suo futuro che probabilmente non abbiamo voglia di conoscere.
Però la motivazione non è solo motivazione di sport bensì motivazione di vita e pertanto ci sta che si evolva anche verso cose che non hanno nulla a che fare con lo sport.
Sarebbe interessante a tal proposito capire perché in molti casi quando viene meno una motivazione al successo nello sport viene meno anche una motivazione base che tiene vivo l’entusiasmo per la pratica sportiva a prescindere dai risultati ai quali può portarci.
In sintesi io propongo una rivisitazione degli aspetti sui quali studiamo la motivazione passando da quelli che studiano la motivazione vincente, quella che fa vincere e porta ad impegnarsi a fondo nello sport a quella di base che sopravvive anche quando non c’è da vincere più niente ed è chiaro che l’attività sportiva é condotta fine a sé stessa senza scopi sociali che vanno oltre la pratica sportiva.
Il vero atleta, a mio parere, è quello che pratica lo sport anche se non vince. quello che è motivato solo fintanto che ha la possibilità di raggiungere traguardi importanti probabilmente vede lo sport come mezzo e non fine a sé stesso. Per quello non possiamo trattare di motivazione nello sport senza considerare tutto il resto che circonda l’individuo. Chi ha sete di successo non esiterà a tradire lo sport nel momento in cui trova altri strumenti per arrivare al successo. Se ne deduce che la motivazione autentica è quella che prescinde dall’ottenimento di notevoli risultati. Nello studio della motivazione scoprire che l’atleta ha una motivazione parziale e poco autentica non è molto incoraggiante ma può essere utile per capire fin dove si può spingere l’atleta. Nel caso del presunto campione la motivazione è molto forte e trainante fin tanto che l’atleta può effettivamente ambire allo sport di alto livello, nel caso del “vero motivato” la motivazione è destinata ad amplificarsi nel tempo e potrà assumere contorni addirittura imbarazzanti quando si arriverà ad un conflitto fra portata dei risultati ottenibili e potenza della motivazione stessa. Da un punto di vista sportivo questo è un conflitto inesistente ed anzi fantastico, da un punto di vista sociale questo conflitto può essere fonte di stress perché anche se a parole trionfa lo sport per tutti, nei fatti, nella nostra società, è accettato solo lo sport dove ci si impegna solo se si è in grado di ottenere risultati di notevole valore e pertanto chi è correttamente e fortemente motivato per risultati assolutamente non clamorosi è visto quasi con stupore più che con ammirazione. Studiate la motivazione e poi non sorprendetevi di nulla.