CAMBIO ALLENATORE? NO, GRAZIE…

E’ di moda il cambio allenatore, in realtà è da un bel po’ di tempo che è abbastanza di moda ed è una scelta che molto spesso io non ho ben capito, o meglio, l’ho capita solo se giustificata da motivi non prettamente tecnici.

E’ moda molto diffusa negli sport di squadra e pure negli sport individuali e, talvolta, negli sport di squadra fa i conti anche con esigenze di immagine. Il grande club cambia allenatore perché è la tifoseria a richiederlo. magari la tifoseria non ci ha capito proprio un bel nulla dei problemi della squadra ma siccome anch’ essa ha un bel peso nelle scelte societarie, si decide di cambiare allenatore.

Ma il cambio allenatore è molto in voga anche negli sport individuali e lì non c’è tifoseria ad esercitare pressione alcuna in tal senso. è proprio l’atleta che a volte, anche per motivi un po’ improvvisi e poco soppesati, decide di cambiare allenatore.

Premetto che io considero il rapporto allenatore atleta un qualcosa di molto complesso ed imprevedibile ed ho una mia teoria un po’ personale sulla valutazione della “bravura” dei tecnici. Per conto mio non esiste il tecnico bravo in assoluto. Ho visto dei tecnici non considerati bravi e/o particolarmente affermati compiere dei veri e propri capolavori con atleti che non sembrava che avessero queste gran doti. Poi ho visto anche santoni dello sport acclamati ovunque fare dei buchi clamorosi con atleti di sicuro talento ma su questa cosa è difficile argomentare perché il santone ha sempre cento ed uno motivi per spiegarti perché la colpa non è sua ma dell’atleta.

Per cui esistono tanti rapporti atleta-allenatore che possono funzionare come non funzionare e su questo funzionamento è difficile fare previsioni anche conoscendo sia il tecnico che l’atleta, bisogna proprio vedere cosa succede all’opera.

Quando funziona, e se va avanti da un po’ direi che non c’è motivo di dubitare altrimenti è l’atleta che cambia squadra o sport perché si annoia, per conto mio non c’è alcun motivo di provare a cambiare tecnico perché il tecnico che ti conosce ha sempre una marcia in più rispetto a chi non ti conosce. Sono anche convinto che questa marcia in più sia una marcia molto importante (sono quasi due…) perché anche un ottimo tecnico ci impiega tanto per creare quella sintonia che si è creata in un rapporto tecnico atleta di discreta durata.

A volte il cambio tecnico si verifica per motivi logistici inevitabili. L’atleta deve cambiare città per chissà quale motivo, il tecnico non può cambiare città ed il rapporto finisce anche se funzionava bene perché non si possono cambiare le scelte di vita dei due soggetti, ci sono delle questioni a monte che vanno oltre l’importanza del risultato sportivo. Tante di queste situazioni ci sono nello sport non professionistico per comprensibili motivi. In uno stato dove si fa fatica a trovare lavoro non è che un giovane ci resti a soffrire solo perché ha trovato un buon tecnico che gli garantisce un’attività sportiva di ottima qualità, altre cose sono più essenziali per vivere.

Quando il rapporto è fra tecnico (sia esso professionista o meno non conta) e atleta professionista la cosa è un po’ più difficile da capire.

L’atleta professionista, proprio perché è un professionista dovrebbe avere la capacità di scegliersi il suo tecnico (anche se il celebre Sam Mussabini nel film “Momenti di Gloria” ha qualcosa in contrario da obiettare…) e pertanto anche se il tecnico, per motivi familiari, deve trasferirsi chissà dove, dovrebbe avere la possibilità di poterlo seguire. In realtà accade che siano più gli atleti professionisti a cambiare tecnico che quelli non professionisti e molte volte l’aspetto logistico c’entra anche abbastanza poco.

Allora c’è un fatto un po’ emotivo, come nelle squadre di calcio (il famoso cambio suggerito dalla tifoseria) dove si ha la sensazione che in un momento brutto con il cambio tecnico possa cambiare tutto. E lì c’è una concreta base motivazionale. Almeno in un primo tempo il nuovo tecnico pare di essere in grado di creare una sorta di “magia” secondo la quale tutto va meglio. Purtroppo questa magia è destinata a durare poco e dopo i problemi tecnici si presentano nella loro crudezza come e più di prima.

In tali situazioni io più che un cambio di tecnico suggerirei un franco e schietto confronto con più realtà, In un rapporto autentico atleta-allenatore l’atleta non è mai di nessun tecnico. Non è proprietà di nessuno. Se è maggiorenne anche se è allenato dal miglior tecnico del mondo è lui che allena se stesso. Pertanto più che cambiare allenatore, se c’è qualcosa che non va deve cambiare se stesso.

Il rapporto di sudditanza con il classico tecnico che ti dice fai questo questo e questo può durare al massimo fino ai 16-18 anni ma dopo la preparazione deve essere concordata fra tecnico e atleta in un quotidiano sincero confronto tecnico che deve necessariamente partire dall’atleta perché è lui che poi mette in atto il piano di allenamento. Un atleta che sta fuori dalle scelte tecniche e rinuncia a ragionarci su per conto mio è un bambino viziato che non ha un gran futuro come atleta a meno che non abbia un talento infinito dove qualunque scelta tecnica possa produrre sempre ottimi risultati.

Se in un rapporto autentico la preparazione va male e si evidenziano errori di metodo non è necessario cambiare tecnico ma semplicemente confrontarsi con altre realtà per tentare di comprendere quegli errori. Se le altre realtà utili si immagina che siano all’estero in un paese che ha l’esclusiva della dottrina è pure possibile ipotizzare una trasferta per fare una nuova esperienza ma non ha senso motivare questa con un traumatico cambio di tecnico, con un salto nel buio che molte volte da più problemi che vantaggi. Nelle traumatica scelta del cambio di tecnico molte volte si butta via il bambino con l’acqua sporca perché nel cambio di strategie di allenamento non si riesce a recuperare l’esperienza passata e a farne tesoro.

Ripeto, nella scelta del cambio di tecnico, vanno dentro motivi di vario ordine, quasi sempre quello squisitamente tecnico non è sufficiente a motivare un passaggio di consegne da un tecnico all’altro come se fosse un figlio che viene dato in adozione.

Per certi versi l’atleta è davvero un figlio ed è per quello che io sostengo che deva iniziare presto ad interessarsi della sua vita (traduci “la sua preparazione” con riferimento allo sport) e deva mettersi in grado di fare scelte importanti con le sue gambe quando ha capito come funziona la preparazione. Difficile che di punto in bianco possa dire “Mio padre è un altro…” e incominciare a relazionarsi con un altro tecnico su questioni che sono state rielaborate magari da una decina di anni ignorando quello che le ha viste evolvere giorno dopo giorno.

Ognuno ha il suo parere e non ci sono leggi universalmente accettate in materia. Per conto mio il tecnico che ti conosce da più tempo è quello che ha più possibilità di azzeccare le scelte tecniche idonee. In ogni caso anche con la consulenza di un nuovo tecnico (un punto di vista in più) il vecchio tecnico deve essere presente per poter capire come le nuove metodologie si possano innestare sulla preparazione dell’atleta.

Fondamentale, a mio parere, che l’atleta conosca se stesso altrimenti vuol dire che con il primo tecnico non ha imparato nulla e davvero un cambio tecnico era opportuno, ma prima, quando hai capito che quel tecnico non ti dava la possibilità di conoscerti come atleta.

Se mi si deve chiedere a tutti i costi la definizione di buon tecnico io dico che il buon tecnico è quello che mette l’atleta in grado di conoscere se stesso e pertanto lo pone al riparo dell’insidia del cambio tecnico fin cha campa. Un atleta che conosce bene se stesso può disquisire di atletica con tutti i tecnici del mondo ma non ha mai bisogno di cambiare tecnico perché con il suo sa parlare con un linguaggio collaudato che è il più comprensibile possibile e che da al rapporto tecnico quelle caratteristiche di esclusività che sono perenni.

Per assurdo, quando il rapporto tecnico atleta funziona, anche se l’atleta cambia nazione il rapporto può andare avanti perché, parafrasando il grande Gianni Rodari, come sono esistite le “Favole al telefono” può esistere anche la teoria e metodologia al telefono. Basta che sia narrata con le parole giuste che generalmente sono quelle che si imparano con il primo tecnico.