ASPETTATIVE DI RISULTATO NEI GIOVANI E NEI MASTER: ESIGENZE E FILOSOFIE DIVERSE

L’aspettativa di risultato è uno dei grandi polpettoni dello sport che lo condiziona in tutto e per tutto avendo il potere di trasformarlo da gradevole in stressante e viceversa.

Tale aspettativa è molto diversa nei giovani rispetto ai master ed è più che naturale che sia così Guai se non fosse così, sia per i master che per i giovani.

Qualcuno può credere che per i master proprio non esista un’aspettativa di risultato ma non è così. Diciamo che se questa non esiste non è un fatto grave e può anche non inficiare l’attività più di tanto. Un master davvero maturo da tutti i punti di vista anche se non fa risultati può gustare l’attività agonistica come e più di quello che fa ottimi risultati e li programma pure quasi come un giovane.

Per i giovani, al contrario, l’aspettativa di risultato esiste sempre e deve esistere nella naturalezza del giovane che fa attività sportiva. Può mancare un’aspettativa di risultato a scuola dove si va per imparare a non per fare risultati ma nello sport una certa aspettativa di risultato deve esistere, anche se non esasperata. Nella nostra era purtroppo accade che vi siano giovani con grandi aspettative di risultato a scuola e con uno spirito troppo rilassato, quasi da master, nello sport. Questo, che può apparire un atteggiamento maturo e giustamente distaccato verso l’attività agonistica, é in realtà un atteggiamento patologico dettato dai ritmi stressanti della scuola e della società in genere. Un giovane che non ha entusiasmo e slancio verso buoni risultati nello sport non è un giovane sano soprattutto se questa enfasi è dirottata sugli studi.

Dunque è giusto analizzare con due metri diversi l’atteggiamento nei confronti della competizione da parte di master e giovani. Così come si vuole evitare di imbattersi in master con la sindrome di Peter Pan che si credono eternamente giovani (cosa che anche se ridicola e apparentemente non proprio drammatica non è comunque molto sensata e forse nemmeno salutare) non si vuole assistere nemmeno ai giovani master precoci (piuttosto criticabile la scelta delle varie federazioni di considerare già master gli atleti trentacinquenni che sono giovani ancora nel pieno della maturità agonistica e pertanto non dovrebbero essere considerati dei “master”) che affrontano l’attività sportiva con lo spirito di un ottentenne anche se rispetto a lui di anni ne hanno meno di un quarto.

Perchè l’aspettativa di risultato deve essere diversa? Mi sento un po’ scemo a doverlo spiegare ma se queste aberrazioni della società esistono vuol dire che purtroppo ha senso spiegare questo “perché” anche se la cosa sembra un po’ assurda.

Il giovane è una macchina (si passi questo orrendo accostamento per semplificare) in grado di andare ai 300 all’ora, se non la fai correre in pista si rovina e si ingolfa, ha bisogno di andare al massimo per funzionare bene. Il master, al contrario, ha ancora delle buone possibilità di prestazione ma deve andarci molto cauto in questa possibilità di premere a fondo sull’acceleratore perché… rischia di perdere i pezzi. Dunque è la fisiologia a dettare queste esigenze diverse e quel tipo di sport che fa bene al giovane non è quello che fa bene al master e viceversa.

A far da sfondo a tutto ciò c’è la cosiddetta “fretta del risultato” che se nel giovane può essere almeno in parte giustificata nel master è atteggiamento semplicemente folle.

Qui il master farebbe bene ad insegnare al giovane perché il master se è invecchiato bene sa che con la fretta non si ottiene nulla e paradossalmente questo è un consiglio che è giusto trasmettere al giovane che molte volte non riesce e non vuole capire questo concetto. In realtà il giovane, anche se è giusto che non perda tempo, non è che abbia proprio pochi anni a disposizione per combinare qualcosa di decente perché se ha la fortuna di non perdere anni in infortuni ne ha circa dieci o anche quindici da giocarsi per ottenere il massimo rendimento che se viene fuori nei primissimi di questi anni vuol dire che è venuto fuori un po’ troppo presto. Molti giovani si giocano la carriera agonistica nell’ansia e nello stress di voler essere altamente performanti nei primissimi anni del massimo rendimento e, talvolta, addirittura prima che arrivi questo, per la stramaledetta fretta di entrare nei gruppi sportivi militari o comunque in sodalizi sportivi che possano garantire una certa tranquillità economica. Sarebbe molto meglio se il giovane si trovasse un mestiere che non è lo sport con il quale possa vivere decorosamente senza vivere per lavorare e con il quale potersi permettere il lusso di proseguire anche una pratica sportiva come Dio comanda senza essere costretto a mangiarsi il tempo da dedicare all’allenamento in assurdi straordinari che in tempi di disoccupazione dovrebbero essere cancellati dalla faccia della terra.

Dunque il giusto atteggiamento verso l’attività agonistica è anche un fatto sociale che risente di pressioni provenienti dall’esterno. Chiaro che in una società razionale il master fa il master ed il giovane fa il giovane. Io inizierei proprio dalla giusta pratica sportiva dei giovani perchè poi il giovane quando ha fatto davvero il giovane avrà lo spirito giusto per fare il vero master quando sarç master. Se da giovane, al contrario, non ha avuto il tempo di fare il giovane è pure possibile che voglia mettersi a fare il giovane quando sarà master prendendosi l’etichetta di “malato di sindrome di Peter Pan”. Ma più che di sindrome di Peter Pan vera e propria in quel caso si tratta semplicemente di una deplorevole sfasatura temporale dove si sono invertite le corrette filosofie di approccio allo sport.

Ogni frutto ha la sua stagione. Da giovani si fa sport e deve essere fatto in un certo modo se si vuole che sia utile ed entusiasmante, anche da vecchi si fa sport ed è giusto trovare l’entusiasmo e l’energia per praticarlo (anche se si può praticare attività fisica pure senza fare sport) ovviamente il risultato è un giochino che ha un sapore un po’ diverso rispetto a quando si era giovani e bisogna saperlo inquadrare bene per fare in modo che sia un giochino salutare.