SAPER CORRERE IN MODI DIVERSI

Molti allenatori hanno la presunzione di aver capito come “deve” correre un determinato atleta e si prodigano per illustrargli tutte le modalità per giungere ad un tipo di corsa che sia più simile possibile a quella apparsa nella loro mente. In realtà è molto difficile capire qual’è la corsa più funzionale per un certo atleta e purtroppo anche l’atleta stesso fa molta fatica a capirlo, fa fatica a sentire quale sia il tipo di corsa più produttivo per le sue caratteristiche fisiche, figuriamoci quanto questo compito sia improbo per l’allenatore che non è nelle fibre muscolari dell’atleta ed ha solo un riferimento visivo esterno.

Solo una grande dose di umiltà può informare ogni approccio tecnico alla corsa, l’errore è sempre dietro l’angolo e c’è da aggiungere che la corsa funzionale per un certo atleta ad una certa andatura può non esserlo ad un’ altra andatura. E’ garantito che i 100 metri non si corrono con le stesse tensioni muscolari dei 10.000 metri. Un atleta che corre molto bene sui 100 metri può anche correre da bestia sui 10.000 metri e viceversa, anzi c’è da dire che almeno per quanto riguarda la funzionalità del gesto (più che l’aspetto “estetico”) molto spesso è proprio così perché i 100 metri ed i 10.000 metri sono due gare talmente diverse che uno o si specializza a correre bene su una oppure si specializza sull’altra. Correre bene a tutte le andature è praticamente un’impresa e forse non è nemmeno utile per un’atleta che ha già bene chiaro un obiettivo agonistico su una specialità ben precisa.

Una cosa interessante può essere imparare a correre in modi diversi. Molto spesso la specializzazione porta a schemi di corsa piuttosto rigidi e così il velocista corre da velocista, il mezzofondista corre da mezzofondista ed il corridore di distanze molto lunghe corre in modo ancora diverso. In sintesi il giochino sarebbe che quando corre lento il velocista si dimentichi di essere un velocista e quando corre veloce il corridore di lunghe distanze faccia finta di essere un velocista. Forse è più facile il compito per chi essendo velocista si trova ogni tanto anche a correre lentamente perché chi corre a lungo quelle poche volte che corre veloce è fatica che si riesca ad inventarsi pseudo velocista.

Allora più che di tecnica di corsa forse stiamo parlando di propedeutica alla tecnica di corsa, di una specie di ginnastica sulla tecnica di corsa perché in realtà quando l’atleta si troverà a correre con modalità che non sono quelle tipiche appartenenti al suo schema di corsa andrà ad abbozzare delle imitazioni di un certo tipo di corsa. Il fondista imiterà la tecnica di corsa del velocista ed il velocista proverà a simulare la tecnica del corridore di lunghe distanze. Questo tipo di ginnastica anche mentale sui vari schemi di corsa non è a mio parere del tutto inutile perché da una serie di informazioni sulla tecnica di corsa che anche a livello inconscio possono essere rielaborate dall’atleta che potrà farne tesoro per evolvere la sua tecnica.  Ovviamente il gioco deve essere fatto su più andature perché un velocista che corre ai 35 chilometri all’ora difficilmente trarrà beneficio da nuove acquisizioni sull’economia di corsa a 12 chilometri all’ora, mentre un mezzofondista che corre in gara ai 24 chilometri all’ora farà fatica a trarre beneficio dal riconoscimento di tensioni muscolari che sono tipiche del velocista quando corre alla massima velocità.

Sarà dalle varie sfumature su andature intermedie che potranno arrivare informazioni utili per arricchire l’alfabeto motorio in termini di tecnica di corsa.

Questo modo di agire potrà essere innescato partendo dalle  diverse velocità di corsa ma ovviamente ci saranno altri messaggi da poter lanciare per arrivare all’obiettivo di imparare a correre in modi diversi, primo fra tutti quello di speculare sulle diverse ampiezze e frequenze. Esempio banale, tenendo la stessa velocità di corsa variare l’ampiezza e pertanto visto che la frequenza è più facilmente misurabile dell’ampiezza passare, che so da una frequenza di 200 passi al minuto (che il tecnico non fa fatica a contare con un po’ di concentrazione) ad una frequenza di 190 passi al minuto che alla stessa andatura implica una variazione notevole dello schema motorio se è vero che prevede un’aumento dell’ampiezza della falcata del 5% che non è assolutamente poco. Cosa curiosa che serve a far capire la delicatezza di questi interventi: voi potrete trovare due atleti con le stesse caratteristiche fisiche e antropometriche che corrono, entrambi in modo decisamente naturale ed istintivo, uno a 190 passi al minuto all’andatura “X” e l’altro, sempre a quell’andatura “X” a 200 passi al minuto. Tale cosa è assolutamente normale e si riscontra molto facilmente e vuol semplicemente dire che siamo diversi uno dall’altro (per questo non può esistere uno schema di corsa “universalmente riconosciuto”, saremmo dei robot…) ma al tempo stesso se noi proponiamo una variazione analoga del 5% sull’ampiezza del passo a entrambi i soggetti, sia in più che in meno sui loro standard abituali vedremo che l’atleta fa una fatica terribile a correre in quel modo. Ciò vuol dire che anche se si può correre in modi diversi passare da un tipo di corsa ad un altra anche con piccole variazioni è molto difficile e bisogna capire bene quando e quanto sia effettivamente conveniente.

Ovviamente dopo il parametro della frequenza che è il più banale e facilmente misurabile si possono provare a variare anche altri parametri e così l’uso delle braccia, gli angoli dell’azione delle gambe etc..

Sempre a titolo esemplificativo, solo per far capire come sia difficile mettersi d’accordo su certi dogmi, alcuni allenatori sostengono che sia fondamentale tenere una corretta posizione delle braccia e soprattutto che queste devano essere utilizzate molto nell’azione di corsa, altri hanno convinzioni diametralmente opposte. Non per fare il democratico o tollerante ma io sono convinto che abbiano ragione entrambi (se volete girare la frittata dite che per me sbagliano entrambi…) nel senso che tali discorsi vanno comunque rapportati al tipo di corsa che si vuole produrre e così, tendenzialmente, il velocista è portato ad usare molto le braccia e dovrà usarle certamente bene se vorrà avere un’azione di corsa efficace, mentre il corridore di lunghe distanze, per il semplice motivo che deve assolutamente economizzare il gesto corsa, non potrà permettersi il lusso di usare troppo le braccia per non avere un’azione di corsa troppo costosa in termini energetici.

Anche il tormentone avampiede-tutto piede va visto alla luce delle varie distanze di gara. Assolutamente naturale per un velocista usare l’avampiede, molto meno istintivo usarlo per un corridore di lunghe distanze e mi tocca aggiungere, molte volte non proponibile anche in base alle caratteristiche antropometriche dell’atleta. Un atleta di un metro e ottanta con il 45 di piede farà una gran fatica ad usare l’avampiede,  quello della stessa statura con il 41 sarà molto più portato ad usarlo, non per questo è detto che il secondo corra meglio del primo.

Insomma quando andiamo ad agire sulla tecnica di corsa dobbiamo operare con molta prudenza consci del fatto che ogni piccola variazione dello schema motorio implica una grande variazione degli interventi muscolari e pertanto, soprattutto in presenza di schemi motori consolidati, si va ad innescare una serie di nuovi adattamenti di grande importanza e anche elevata pericolosità in relazione al rischio di sovraccarico funzionale. Pertanto ogni proposta di nuove idee sullo schema corsa andrà modulata scegliendo ampi recuperi e vigilando sull’evoluzione degli adattamenti ascoltando con molta attenzione l’atleta.

Ancora una volta si creerà una situazione dove è l’atleta ad indicare all’allenatore la via per giungere al miglior addestramento possibile, ciò è possibile solo se l’efficienza della comunicazione fra atleta ed allenatore è  molto elevata  e le informazioni passano dall’uno all’altro in modo corretto. Entrambi si allenano: l’atleta a correre sempre meglio, l’allenatore a capire sempre meglio quali siano i suggerimenti più opportuni da dare per fare in modo che il processo di allenamento sia razionalizzato nel modo migliore possibile. Non c’è un manuale che informi in proposito, ci sono atleti tutti diversi fra loro con problematiche sempre diverse e che cambiano pure in fretta perché sono in crescita. Non pensate che per chi allena gli atleti delle categorie amatoriali sia più facile, anche loro solo in continua evoluzione, anche se probabilmente più lenta, ma ancora più pericolosa da fraintendere. Il giovane in crescita perdona facilmente alcuni errori dell’allenatore (ha grandi capacità di adattamento), il master stagionato si infortuna facilmente se non si considera che non ha più le capacità di qualche anno prima. Forse a qualche allenatore che esagera con i carichi di allenamento da proporre ai giovani farebbe bene un po’ di apprendistato con le categorie amatoriali, anche lì variare può essere utile per crescere.