Argomentando di psicologia “dello” sport in senso stretto, senza lasciarsi andare ai voli pindarici che portano lo sport a confondersi con la realtà sociale a 360°, mi viene da proporre un’analisi un po’ al contrario di quella che è la tipica problematica in psicologia dello sport.
Solitamente s’intende la materia come quella disciplina che ci aiuta ad ottimizzare il rendimento sportivo dell’atleta, soprattutto di alto livello, visto che è questo che generalmente si avvale della collaborazione dello psicologo, grazie ad un lavoro che tende a rimuovere i freni verso l’ottenimento di risultati di grande valore. C’è un obiettivo di partenza ben chiaro che è l’ottenimento di un risultato sportivo di grande valore, lo strumento è la psicologia “dello” sport nel senso comunemente inteso dalla letteratura.
Io propongo un giochino un po’ diverso forte di una esperienza maturata a contatto con atleti che solitamente non hanno a che fare con lo psicologo per lo sport ma che hanno comunque un grande vissuto psicologico nei confronti dell’attività sportiva, anche se non è di alto livello.
Qui la problematica è diversa perché l’obiettivo non è ben chiaro e, se lo è, semmai più che l’ottenimento di un risultato di assoluto valore tecnico è quello di costruire una serie di motivazioni che possano portare a proseguire la pratica sportiva fra mille difficoltà.
Il paradosso è questo, anche se l’atleta di alto livello ha la necessità di ottenere ottimi risultati perché questi hanno anche un notevole ritorno economico, comunque che il risultato arrivi, entro un certo limite questo non condiziona la prosecuzione o meno della carriera sportiva che viene influenzata in modo drammatico dalla presenza o meno di infortuni di una certa importanza, purtroppo comunemente patibili in un’attività sportiva di alto livello. Praticamente, entro certi ambiti, l’atleta di alto livello non cerca la motivazione a proseguire l’attività sportiva perché questa ce l’ha comunque ma cerca invece il risultato a tutti i costi perché buona parte della sua esistenza è indirizzata verso questo obiettivo.
La problematica del dilettante vero e più ancora dello sportivo di pratica amatoriale è invece quella di trovare i motivi per proseguire l’attività fra mille difficoltà, in primis la mancanza di tempo e poi una serie di fattori che possono far pensare più volte se il gioco vale la candela.
Il dilettante non ha motivazioni di carattere economico per proseguire l’attività, deve semplicemente essere convintissimo che questa sia decisamente importante per la sua salute oppure, in modo ancora più banale, divertirsi autenticamente nella prosecuzione di questa, a prescindere dall’ottenimento di certi risultati o meno.
Ho scritto la frase magica che pare strano che condizioni molto anche l’attività dell’atleta amatoriale ed è. “… a prescindere dall’ottenimento di certi risultati o meno…”. Purtroppo il risultato condiziona molto anche l’attività del dilettante vero anche se questo risultato non ha nessun rientro economico e, di fatto, non cambia nulla a livello organizzativo della pratica sportiva. E’ un mero discorso psicologico di gratificazione molto più importante di quanto si possa pensare. Anche senza avere a disposizione uno psicologo dello sport si intuisce quanto un certo tipo di condizionamento psicologico possa essere utile per affrontare una situazione simile.
Si tratta di valutare come la ricerca e l’ottenimento del risultato possano condizionare anche l’attività di tipo amatoriale e di tentare di capire se vi sia la possibilità di condizionare queste con un certo tipo di lavoro psicologico. Ho scritto “ricerca” ed “ottenimento” del risultato ed in effetti sono due cose diverse. Noi possiamo condizionare la prima “o” il secondo in due modi diversi e purtroppo ci tocca mettere una “o” al posto di una “e” perché una cosa tende ad escludere l’altra. Per certi versi il compito è più facile per l’atleta professionista o quasi, diciamo per l’atleta che si allena molto.
L’atleta che si allena molto si prefigge un certo obiettivo importante, grazie ad una preparazione molto consistente ha grandi possibilità di raggiungerlo e, grazie anche ad un certo lavoro psicologico, di fatto abbatte ad uno ad uno gli ostacoli che si possono trovare sul percorso per arrivare a questo risultato.
L’atleta di medio o basso livello non ha tutto questo gran tempo per arrivare all’ottenimento di un buon risultato, può anche fallire nella ricerca di questo e pertanto il suo lavoro psicologico deve anche prevedere la possibilità di questo fallimento. Nell’approccio psicologico ideale ci si trova fra due fuochi e bisogna capire se è più importante motivare in modo consistente ed entusiasmante la preparazione o se è più importante evitare delusioni sul piano agonistico prevedendo l’ipotesi che il risultato non arrivi. Chi agisce sul primo fronte gasa l’atleta, lo sprona quasi che fosse un atleta di alto livello e lo pone in condizione di arrivare con grandi aspettative alla competizione. In questo modo si ha una grande motivazione durante l’allenamento e l’atleta si può sentire un po’ coccolato come un atleta di livello superiore e caricato di aspettative di risultato anche se questo risultato non è effettivamente molto importante dal punto di vista tecnico.
La seconda via per conto mio è più razionale e pone al riparo l’atleta da brutte sorprese nel momento agonistico. Si tratta di fare un bagno di umiltà e di accettare di prepararsi per obiettivi molto modesti guardando in faccia la realtà. Se si riesce a motivare l’attività nonostante questo atteggiamento mesto e di basso profilo allora si è a buon punto perché poi quasi sempre, se l’obiettivo di partenza era veramente umile, il riscontro agonistico sarà tendenzialmente più valido di quello preventivato raggiungendo un paradosso al contrario. Mentre l’atleta di alto livello che spara sempre alto in realtà poi non si sa se raggiunge effettivamente il risultato nonostante che si alleni molto, l’atleta amatoriale, anche se si allena molto meno, se non si fa male, al risultato ci arriva praticamente sempre perché questo nella sua determinazione non deve fare i conti con nessun vincolo.
L’amatore rispetto all’agonista di alto livello può permettersi un lusso che questo non può permettersi: stabilire un obiettivo di facile ottenimento.
Ovviamente l’effetto collaterale di questa scelta è il rischio di deprimere un po’ troppo la preparazione. Purtroppo c’è la necessità di sognare anche a livelli bassi della preparazione e partire escludendo già a priori l’ottenimento di certi risultati non è molto entusiasmante.
In veronese di dice che “no se pol averghe ovo, galina, e cul caldo” intendendo con questo adagio che bisogna avere la capacità di fare delle scelte perché non si può avere tutto.
Resta all’atleta e a chi lo accompagna nel suo percorso sportivo capire se è più importante motivare la preparazione di tutti i giorni con obiettivi che magari sono difficili da ottenere e possono esporre a qualche delusione nel momento agonistico o se è più saggio stabilire obiettivi di facile ottenimento per impostare una preparazione razionale che possa portare senza grandi problemi all’ottenimento di questi. La saggezza dovrebbe ispirare le scelte di chi non è più proprio un ragazzino. Poi c’è anche da dire che molti “non più ragazzini” usano lo sport proprio per continuare a sentirsi ragazzini ed è per questo che molto spesso vediamo tanti atleti delle categorie amatoriali “cannare” alla grande il momento agonistico come se fossero dei quattordicenni alle prime armi. Ognuno ha le sue passioni, personalmente le delusioni di quando a 14 anni sparavo troppo alto e poi ci restavo malissimo in gara preferisco non viverle più. Adesso mi diverto molto di più a giocare a fare il professionista: stabilisco un obiettivo infimo e con dedizione professionale mi do da fare per raggiungerlo, se non mi faccio male quasi sempre lo raggiungo e a chi mi dice che fa veramente schifo rispondo che pensavo di fare ancora peggio. Non è una bugia perché ho la capacità di convincermi che ciò che mi fa bene alla salute sia veramente ad uno scalino molto basso, Ognuno si diverte a modo suo e penso che alla fine più che tante regole di condotta a decidere sia la fantasia.