POESIA E SPORT

Oggi, facendo ordine nel garage. ho eliminato (finalmente…) la sedia imbottita sulla quale ho studiato l’atletica leggera per circa 25 anni. L’imbottitura era chiaramente andata e quella sedia andava buttata via prima, ma so benissimo le cause inconsce (forse quasi consce…) per le quali non l’ho buttata via prima. Non è quella la poesia, comunque la storia è chiaramente collegata alla domanda che mi ha posto il professore di atletica (nonché direttore dell’Isef di allora, professor Walter Bragagnolo) in sede di esame quando, parlando genericamente delle metodiche di allenamento in atletica, disse chiaramente: “Non mi interessa cosa ne pensano i russi e cosa ne pensano gli americani, mi interessa quello che pensi tu perché i primi li ho già studiati abbastanza e quello che hai maturato tu con la tua esperienza mi incuriosisce di più…”. La sedia è resistita a quella domanda ancora per svariati anni e su quella sedia ho pensato spesso anche a quella domanda. Oggi, finalmente, è stata buttata via (e mi tocca dire che è resistita ancora in garage per lunghi anni) ma non è che abbia finito di studiare l’atletica, non mi sento ancora arrivato, forse sono arrivato un pochino al punto del professor Bragagnolo dove francamente di quello che pensano i russi e gli americani non me ne frega più proprio niente e mi interessa, invece, quello che ne pensano i miei allievi.

Non avevo lo spazio per conservare quella sedia come se fosse un monumento a quanto ho studiato negli anni del “massimo apprendimento”.

Come esistono degli anni del massimo rendimento nello sport, che sono collocati più o meno fra i 22 ed i 30, esistono anche degli anni del massimo rendimento nello studio. Hanno oscillazioni che penso che siano molto soggettive e decisamente più ampie di quelle riferite al rendimento fisico nello sport e per me sono convinto che si siano collocati in un quarto di secolo compreso fra i miei 13 e 38 anni di età circa. Praticamente avrei cominciato a studiare e metabolizzare di atletica ben prima di cominciare a rendere discretamente come atleta ed avrei smesso, o comunque calato nell’intensitàl ben dopo aver finito la carriera agonistica.

Non sono in grado su queste note di fare un sunto di quanto maturato nei 25 anni della sedia imbottita ma mi resta di questa una grande poesia e forse proprio questo è il vero sunto di questo periodo.

A posteriori mi rendo conto di aver provato a fare l’eroe anche se non era assolutamente mia intenzione provarci ma io l’atletica non la studiavo e basta ma la praticavo come atleta. E come atleta anche se non sono stato eroico ho rischiato di esserlo. Come studioso assolutamente no perché non ho mai studiato quello che gli altri mi dicevano di studiare bensì solo ciò che a me interessava e piaceva studiare. Potrei dire di essere stato uno studioso dilettante più che professionista anche se animato da un forte entusiasmo e da una dedizione notevole testimoniata appunto dal danneggiamento dell’imbottitura di quella poetica sedia.

Anche come atleta ho fatto sempre solo ciò che ritenevo giusto fare ma lì l’eroismo l’ho rischiato perché ad un certo punto ero una specie di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Non ho mai preso farmaci per migliorare il rendimento sportivo non per non scontrarmi con il mio allenatore che sul tema era intransigente e categorico ma semplicemente perché avevo una paura fottuta del doping. Diciamo chiaramente che se avessi avuto garanzie assolute che l’uso di certi farmaci non era pericoloso per la salute sarei pure stato in grado di litigare con il mio allenatore, cosa che non è mai avvenuta perché anche se su certi convincimenti tecnici eravamo di vedute opposte sugli elementi base dell’atletica eravamo fondamentalmente d’accordo. Però se dicessi che non mi sono mai dopato perché lui non voleva direi una balla.

Dunque ho rischiato di fare l’eroe perché sopportare certi carichi di allenamento senza supporto farmacologico era al limite dell’eroismo.

Probabilmente ad un certo punto mi sono infortunato proprio perché era umanamente impossibile sopportare certi carichi di allenamento senza ausilio farmacologico dando ragione alle tesi di alcuni medici che dicono che i farmaci, in presenza di un certo tipo di preparazione, è più pericoloso non usarli che usarli.

Eravamo all’alba del nuovo doping, quello che non si chiama più doping altrimenti ti querelano, molto più diffuso di quello di qualche decennio prima e, rispetto a questo, quasi sicuramente meno pericoloso ma comunque permeato da un alone di omertà che poteva far sorgere seri dubbi sull’opportunità di utilizzarlo o meno. Praticamente quasi tutti gli atleti di un certo livello avevano il loro protocollo medico ma nessuno ne ammetteva l’esistenza.

Non che oggi la situazione sia cambiata, anzi io penso che sia peggiorata perché se solo provi a parlare di doping ti danno l’ergastolo e penso che la differenza principale fra un tempo ed adesso sia proprio questa: che un tempo parlarne era abbastanza normale adesso se ne parli ti mettono nei guai.

Al netto di questi discorsi un po’ pesanti, di quel tempo mi resta una profonda poesia e non importa che io sia stato un quasi eroe o un codardo perché non ho avuto il coraggio di allinearmi a ciò che per molti atleti di buon livello era la norma, perché la cosa più importante, più che i modesti ma per me incoraggianti risultati che ho ottenuto è stata ciò che ho studiato su quella sedia imbottita. Poi il fatto che a tredici anni ci fossero probabilmente un migliaio di ragazzini che correvano più forte di me già solo nella mia città e a 23 anni, quando mi sono fracassato per eccesso di carico, ci fossero solo 18 atleti davanti a me sugli 800 in Italia è un correlato curioso e divertente di quegli studi.

Questo mi fa dire che l’atletica e lo sport in genere non va solo praticato ma va pure studiato e meditato, altrimenti, se si beve tutto ciò che ti dicono di bere, si finisce per viverlo in modo superficiale, a prescindere dai risultati che si possono ottenere che certamente sono influenzabili anche da ciò che ti fanno bere.