PERCHE’ DOSTOEVSKIJ PRIMA DI HARRE

Cronologicamente Dietrich Harre viene ben dopo Fedor Dostoevskij visto che questi è mancato nel nel 1881 quando Harre non era ancora nato. Fra l’altro Dietrich Harre è morto solo pochi anni fa, nel 2018 e, non solo per quello, praticamente con Dostojevskij non c’entra proprio nulla. L’accostamento fra i due è semplicemente irriverente e se riescono a “percepire” l’esistenza di questo articolo si rivoltano entrambi nella tomba per motivi diversi.

Allora mi ritrovo a spiegare l’assurdo. Che Dietrich Harre sia stato uno scienziato in grado di spiegare in lungo ed in largo la teoria dell’allenamento sportivo non ci sono dubbi. Non ci sono dubbi nemmeno sul fatto che Dostoevskij abbia scritto cose senza le quali il mondo sarebbe indubbiamente più povero. E allora perché rompere le scatole a questi due colossi?

Perché, per ammissione stessa del chiarissimo Harre, l’atleta deve essere visto a 360° ed allora come è importante che ci capisca qualcosa in fatto di programmazione sportiva è ancora più importante che ci capisca qualcosa di vita. In sintesi la vita è quel contenitore dove avvengono tante gesta, pure quelle di sport e non possiamo analizzare lo sport se non lo contestualizziamo nella realtà nella quale è immerso.

In tal senso, anche se la questione pare molto, perfino troppo, “tirata” io arrivo ad affermare che Dostoevskij a livello di basi teoriche anche per la pratica sportiva sta uno scalino più su dello stesso Harre che ha dedicato una vita specificamente allo studio dell’attività sportiva.

C’è un quesito che lo sportivo, anche non di alto livello deve porsi per dare un senso alla sua attività sportiva ed è semplicemente “Perché?.” Se la risposta è un atterrante “Perché è divertente e fa bene alla salute” anche se probabilmente sufficiente a motivare il tutto è comunque una risposta troppo semplicistica che non da elementi forti per sostenere tutto ciò che sta dietro alla scelta di praticare sport in un certo modo.

La pratica sportiva richiede praticamente a tutti i livelli (quella che richiede veramente poco tempo non può essere nemmeno definita “pratica sportiva”) molto tempo e la scelta di dedicarci molto tempo è comunque una scelta molto significativa in termini di organizzazione di vita a prescindere dal fatto che un ragazzo sogni di diventare un campione o un uomo maturo si metta in testa di diventare più performante di quando non aveva la panza.

Dunque, per certi versi è proprio l’Harre stesso che ci rimanda a Dostoevskij perché lo scienziato tedesco non nasconde mai quanto sia importante anche in ambito sportivo il campo motivazionale. Pertanto si tratta di scelte di vita più che di scelte di sport e l’Harre, dopo averle scandagliate, non ci sofferma troppo su anche per non rubare il mestiere ad altri.

Un mitico allenatore di provincia di fine anni ’70, tale Egidio Perantoni dell’Atletica Piovezzano, diceva che “… non è importante come ti alleni ma il fatto che tu sia convinto che quello che stai facendo sia la cosa giusta e ti serva per raggiungere i tuoi obiettivi”. Non so se aveva letto l’Harre, anche se è molto probabile visto che i tempi erano quelli, ma per conto mio andava un po’ più in là.

Se la sfera motivazionale è più importante dell’applicazione metodologica è pure possibile che quello che fai, anche se sbagliato, possa andare a segno perché sostenuto da una motivazione fortissima che appiana ogni difficoltà.

In tal senso l’Harre ci metteva in guardia dicendo umilmente. “Questi sono i principi metodologici ma poi attenzione che ci sono delle cose dietro molto importanti che non possono essere trascurate la cui analisi è come e più importante del perfezionamento della tecnica di allenamento.”

L’atleta che si legge Dostoevskij è già a buon punto. Poi è possibile, se sbaglia molto sul campo, che vada incontro anche a fatiche inutili, ma queste fatiche, se supportate da una buona base motivazionale. non saranno mai del tutto inutili e quell’atleta troverà certamente l’umiltà per rettificarle e renderle più funzionali al suo progetto.

Insomma l’atleta che non fa sport tanto per fare è immerso in un contesto di scelte che non sono scelte solo di sport che sono in continua evoluzione e più sono sostenute da una motivazione importante e più è probabile che si evolvano con una certa efficacia ed una certa attenzione per giungere a buoni risultati. Ovviamente il concetto “buon risultato” è un concetto molto vago che non può essere affrontato in poche righe. Basti dire che per certi non è un buon risultato arrivare secondi alle Olimpiadi mentre per altri è un ottimo risultato migliorare anche di un nonnulla il proprio record personale anche se è un record di bassissimo spessore.