Non è che ci si possa attendere molto da un antidoping che è efficiente solo nel tutelare sé stesso e funziona fin troppo bene solo nei confronti di chi da fastidio (ogni riferimento alla vicenda Schwazer è puramente voluto).
L’eccesso di ipermedicalizzazione arrivato ai vertici negli ultimi 30 anni (alla faccia di chi dice che alcuni record di quasi mezzo secolo fa sono dubbi perché ottenuti con il vetero doping che sarebbe come dire che Fangio e Nuvolari era ottimi piloti perché guidavano bolidi più veloci di quelli di adesso…) trova complice questo antidoping che sembra tenuto in piedi solo per sanzionare gli amatori ma ben certi di non porre freni all’ipermedicalizzazione dello sport di alto livello.
Dunque, se si vuole provare eroicamente a fare qualche passo indietro, anche per tutelare la salute degli atleti che altrimenti può essere minata da un eccessivo uso di farmaci, soprattutto nel lungo periodo, si può solo proporre di tornare a porre l’accento sull’affinamento del gesto tecnico che dovrebbe essere il primo problema di ogni approccio metodologico allo sport.
Se partiamo dal gesto tecnico il percorso è praticamente l’opposto di quello che si fa potendo disporre di farmaci che incrementano la doti condizionali dell’atleta. Il percorso è più complesso ed imprevedibile ma non è detto che non possa dare risultati molto interessanti, quasi equiparabili a quelli ottenibili grazie alla farmacologia applicata
Quello che occorre è una gran fantasia perché la strada non è tracciata e non ci sono protocolli collaudati e standardizzati. Facendo un esempio con la cucina è come se un cuoco non avesse nulla e partisse semplicemente da un’idea. Il percorso è lungo ed impervio perché bisogna reperire tutti gli ingredienti e soprattutto tentare di capire in che dosi e come vanno impiegati. Non che quello che si è fatto fino ad ora fosse semplice ma è stata una strada obbligata che ha portato a scelte ben precise. Se a chi fa la torta dai buona cioccolata e buona panna non puoi attenderti che faccia una grande crostata di albicocche e così nell’ultimo mezzo secolo il livello medio dei cento metri è salito tantissimo con velocisti sempre più grossi e forti mentre quello dei 400 metri è rimasto terribilmente simile a quello di mezzo secolo fa perché dove gli ingredienti non sono cambiati i cuochi non hanno avuto sta gran fantasia nell’innovare (praticamente la teoria e la metodologia dell’allenamento si sono bloccate quando l’ipermedicalizzazione ha preso il sopravvento). Trattando di corse più lunghe la maratona ha fatto passi da gigante mentre gli 800 metri hanno patito un po’ quella stagnazione che è stata tipica di altre discipline quali per esempio il salto in lungo. Ci riesce difficile pensare che i tecnici di 400, 800 e salto in lungo si siano rincoglioniti mentre quelli di 100 metri e maratona hanno avuto intuizioni geniali. Evidentemente qualche “ingrediente” nuovo ha cambiato le carte in tavola e così come adesso ci troviamo alla partenza dei cento metri con velocisti che sembrano dei lanciatori è pure finita l’epoche delle famose crisi degli ultimi chilometri del maratoneta perché adesso questi agli ultimi chilometri aumentano anche se stanno viaggiando a ritmo da record del mondo e non ditemi che sono solo le scarpe perché quella è una clamorosa bufala per nascondere cose ben più determinanti.
Tornare a dare la precedenza al gesto tecnico può sembrare anacronistico ed assurdo ma è la via diretta per provare a fare qualcosa di davvero nuovo dove la forza è quella necessaria per quel preciso gesto e non casca dal cielo, dove la resistenza è quella precisamente necessaria per quella prestazione e non è che derivi da chissà quale pratica. Insomma, invece che partendo dall’uomo bionico si parte dall’atleta con tutti i suoi limiti fisici che però grazie ad un grande affinamento tecnico riesce a migliorare i suoi limiti pur senza disporre di alcun surpluss di doti condizionali.
E’ una via stretta ed impervia, è quella che devono percorrere gli esperti del movimento se vogliono tornare ad essere le figure principali nella costruzione del campione.