Sono convinto che l’avversario più temibile per un atleta, più che gli altri atleti, sia l’infortunio. Penso al velocista Jacobs, campione olimpico nel 2021 e poi sempre alle prese con gli infortuni che ne hanno condizionato in modo determinante il resto della carriera. Jacobs sa che in condizioni ideali gli avversari sono tutti battibili. Ce ne sono di più ostici e di meno ostici ma quanto a batterli tutti sa che ciò è possibile perché gli è già successo. Non sa se l’infortunio come avversario è battibile perché quello fino ad ora non è mai riuscito a batterlo nettamente.
Ciò che auguro a Jacobs per il resto della sua carriera, più che vincere un’altra Olimpiade è di riuscire a vincere concretamente contro gli infortuni a prescindere dalla portata dei risultati che questa vittoria può produrre. Può anche essere che un Jacobs sano adesso non sia a livello di quello che ha vinto le Olimpiadi ma in ogni caso io auguro all’atleta di poter capire davvero quanto vale in questi anni al netto degli infortuni che sono capaci di annullare chiunque.
L’infortunio è l’avversario più tosto perché è in grado di annullarti, non è come gli altri concorrenti che al massimo possono farti perdere una posizione. Un atleta fortissimo ti umilia, ti da un distacco abissale ma non ti relega all’ultimo posto, se è per lui puoi pure arrivare secondo, posto che lui vinca. L’infortunio ti può azzerare e renderti più debole dell’ultimo dei concorrenti, per quello dico che è l’avversario più tosto, più pericoloso.
Chi supera abilmente un infortunio per certi versi è quasi più forte di chi ha battuto tutti. Se superi un infortunio e dimostri di poterne superare abbastanza agevolmente anche altri allora potenzialmente non hai avversari perché vuol dire che puoi allenarti come vuoi.
Molti atleti fanno una gran fatica contro gli infortuni perché il compito oltre che faticoso è pure complesso, credono che per diventare buoni atleti sia sufficiente allenarsi molto e magari sempre di più, invece le strategie per debellare gli infortuni implicano scelte sempre nuove e applicate specificamente su un preciso caso.
E’ la specificità dell’infortunio a renderlo difficile da debellare e, come al solito, non si trova la ricetta magica sui libri perché, mentre nella patologia medica classica c’è solo una certa casistica di infortuni, nello sport si ha una casistica che tende all’infinito, più elevata di quanto sia il numero degli atleti perché ogni atleta è capace di farsi male in modo sempre nuovo.
Dunque così come nel processo di allenamento si “può” inventare per avere più possibilità degli altri di migliorare, nella risoluzione di alcuni infortuni si è proprio costretti e si “deve” inventare qualcosa per poter venire a capo dell’infortunio.
L’infortunio è un giudice impietoso e fin che la strada trovata non è quella giusta non da scampo, per l’atleta che viene fuori in modo decisivo da un infortunio ormai allenarsi è solo un giochino di rifinitura, l’atto conclusivo di un processo lungo che nella sua parte conclusiva si può ormai dire in gergo che è una “strada in discesa”.
Non auguro l’infortunio a nessuno però da un punto di vista piscologico si può pure dire che fra due atleti di pari livello, uno che non ha mai avuto problemi ed uno che è appena venuto fuori da un infortunio, questo secondo ha una marcia in più perché ha lottato contro un rivale con il quale l’altro non ha avuto l’onere e l’onore di lottare.