LA QUASI IMPOSSIBILE ANALISI DEGLI ASPETTI QUALITATIVI DELLA PRESTAZIONE SPORTIVA

Ero ad una riunione nella quale si discuteva su alcuni aspetti organizzativi della presentazione di un libro sul prof. Walter Bragagnolo ieri sera. Inevitabile che si sia finiti per parlare di metodologia dell’addestramento sportivo e ad un certo punto il mio compagno di banco (definisco così anche chi mi sta a fianco in una tavolata…) mi ha detto “Intervieni, questa è tua…”.

Si può pure scrivere (io tendo a glissare nomi e cognomi quando ci sono da fare delle critiche ma quando si tratta di argomenti “edificanti” mi diverto pure a fare i nomi, poi se violo la privacy a qyel punto non me ne frega niente…) nome e cognome degli intervenuti: Luciano Zerbini fortissimo discobolo allenato dal prof. Bragagnolo mi ha dato la “gomitata” di sollecito e Paolo Romagnoli che io posso ricordare come ottimo decatleta ma forse nella fattispecie, in tempi più recenti, va citato più come uno dei migliori discepoli delle teorie del prof., ha portato in campo la spinosissima questione sugli aspetti qualitativi della preparazione.

Sul mio sito sono intervenuto più spesso su queste cose (ogni tanto tratto anche qualcosa che non siano piste ciclabili…) e a più riprese ho sottolineato come sia opportuno indagare su questi aspetti per tentare di capirci qualcosa in più in tema di preparazione.

In effetti ieri non sono intervenuto su quelle cose perché quando parto su quegli argomenti faccio fatica a fermarmi e c’erano indubbiamente altre cose su cui discutere. Non mi sono sottratto dal raccontare l’aneddoto del mio esame all’ISEF con il prof. perché quello lo ritengo più inedito, certamente non a conoscenza di molti ed in un contesto dove andava sottolineata la figura del prof. più ancora che il suo contributo alla teoria della preparazione sportiva poteva pure starci. Molto semplicemente all’esame, quando ho cominciato in modo generico a discutere dei principi della preparazione sportiva facendo un sommario confronto fra metodi dell’ex Unione Sovietica e metodi degli Stati Uniti, il prof. ha tagliato corto dicendomi: “Ascolta, se hai bisogno di dimostrarmi che hai studiato, il 30 te lo metto subito così possiamo andare avanti tranquilli con l’esame, però io voglio che non mi prendi in giro e che mi dici quello che pensi tu e non quello che pensano i luminari russi o americani, quelli me li sono già studiati abbastanza e mi annoio un po’ a sentirmi ripetere cosa hanno scritto sui libri. Sono qui per ascoltare te, non aver paura di dire cose strane…”. L’esame poi è durato abbastanza perché se si discute con passione si va anche sul dettaglio e non è stato certamente come quella volta che ho dovuto zittirmi per non creare problemi nell’esame di farmacologia perché se continuavo a parlare venivano fuori cose fastidiose che la professoressa non voleva sentir dire.

La cosa che mi è scoppiata in testa ieri durante i cenni agli aspetti qualitativi della preparazione è innocua, si può dire, si può scrivere, ma non viene mai dibattuta a sufficienza.

Indagare sugli aspetti qualitativi della preparazione è difficilissimo, quasi impossibile, bisogna costruire un lessico comune fra allenatore e allievo o anche fra preparatori per poterlo affrontare e richiede talvolta delle astrazioni che portano a codificare in modo fittizio alcuni ambiti della discussione. La scienza inorridisce di fronte a ciò ma la pratica di campo ci porta problemi a raffica in continua evoluzione che impediscono assolutamente ogni approccio di tipo scientifico alla questione.

Il buon professor Paolo Romagnoli, facendo un esempio, ha indicato sulla necessità di non codificare i tempi di recupero di alcune esercitazioni sportive perché siamo nell’impossibilità di prevederli in quanto non si concretizzano sempre nello stesso modo ma dipendono da molti fattori che ne alterano il decorso. Insistendo nell’esempio ha portato in campo un aspetto quantitativo classico, il solito rilievo della frequenza cardiaca e per proseguire nel chiarimento ha detto “Se io mi attendo che la frequenza scenda sempre nello stesso modo perché a quel preciso stimolo dovrebbe corrispondere una certa curva di recupero della frequenza cardiaca vuol dire che non ho capito niente perché quello è un assunto teorico ma non è la realtà di campo.” E qui già siamo su un aspetto piuttosto complesso ma questo sembrava un assist per partire con qualcosa di molto peggio che ci può gettare nel caos.

Il parametro della frequenza cardiaca è pur sempre un parametro quantitativo che può essere anche analizzato sotto presunti aspetti qualitativi ma può comunque essere misurato con numeri. Stando sulla cardiologia si potrebbe già complicare la cosa dicendo che al cardiologo non interessa solo “quante” volte batte il cuore ma anche “come” batte e allora potrebbe essere interessante anche, per esempio, l’elttrocardiogramma per valutare eventuali differenze che il solo parametro frequenza non è in grado di indicare.

Questa tutto sommato è medicina ma quando siamo su un campo sportivo la cosa diventa molto più complessa (e non che la medicina non sia complessa, i medici ce lo insegnano bene) perché trattiamo di sport ed allora del comportamento del cuore può anche interessarmene poco perché è uno dei mille parametri di indicazione dell’attività fisica. Così per esempio, se trattiamo di recupero ci sarà un recupero cardiaco, un recupero muscolare e anche un recupero di tipo nervoso (del quale, fra l’altro si è trattato dopo andando a complicare ulteriormente le cose…) oltre a centomila tipi di recupero che hanno solo bisogno di un lessico per essere definiti perché, questo è il concetto, non è che se un fenomeno non è indagato non esista e non vada ad influenzare la prestazione sportiva. No, la prestazione sportiva è influenzata da tante cose alle quali non non siamo nemmeno mai riusciti a dare un  nome. Se scopriamo queste cose non potremo certamente attendere i tempi della scienza per poterne trattare ed è per questo che sul campo finiamo per essere cronicamente degli empirici. E’ pure possibile che ci troviamo a parlare con il nostro allievo di un tipo di fatica che solo lui riesce a definire e che non è “traducibile” per nessun altro allievo. E questo è un discorso che riguarda solo la fatica perché poi il recupero è un ‘altra cosa e la prestazione sportiva c’entra con questi solo per una certa parte, importante nei gesti semplici e ripetitivi, molto meno importante in quelli più complessi, esplosivi e legati soprattutto all’addestramento nervoso.

Pertanto è inevitabile che quando si tratta di queste cose si parta per la tangente e si finisca su discorsi complessi sui quali è difficile mettersi d’accordo. La realtà di campo crea un lessico del tutto particolare, difficilmente codificabile che nei libri fa fatica a starci e questo non è un limite della preparazione degli allievi che fanno fatica a comprendere certe cose ma al contrario è un limite dei criteri di stesura di un libro che deve assumere un certo linguaggio. Per calibrare una preparazione nel modo più preciso possibile ogni linguaggio è possibile, per scrivere un libro vi sono delle regole dalle quali non ci si può discostare. Ciò spiega in parte il mio esame dell’ISEF, ciò spiega le difficoltà che potrà trovare il libro nascente sulla figura del prof, nel portarlo all’attenzione di chi non è riuscito a conoscerlo. Ci mettiamo tutta la buona volontà, consci che i limiti del linguaggio non riguardano certamente solo le vicende sportive.