INFINITAMENTE PICCOLO ED INFINITAMENTE GRANDE

Con questi titoli pare che voglia fare arrabbiare i miei lettori. Mi arriva la classica domanda su “Che integratore usare…” e magari il malcapitato chiede anche che la risposta venga pure pubblicata (se fosse per le domande sugli integratori dovrei stare a perdere il resto dei miei giorni su quell’argomento e basta, non è assolutamente nelle mie intenzioni non solo per un problema deontologico ma proprio per un motivo di mia scelta di vita…) ed io rispondo con un’articolo che pare che non c’entri proprio niente.

Nelle nostre scelte siamo stritolati da due tipi di problemi. In primis (ma direi in primis per me e poi spiego perché) dall’inifinitamente piccolo ed in seconda battuta (ma molti dicono che è il problema principale…) dall’inifnitamente grande. Pare assurdo che il mix di questi due problemi giganteschi con un giochino di parole della nostra strana lingua che per quanto strana a volta riesce ad andare oltre la scienza possa essere definito “stritolante”. C’è una distanza abissale fra il primo problema ed il secondo, eppure esercitano uno strano effetto “tenaglia” sulla nostra capacità di poter comprendere e prevedere le cose.

Insomma, questo è anche il vero limite della scienza, costantemente alle prese con il “troppo piccolo” e anche con il “troppo grande”. Per alcuni più che un limite è una manna dal cielo, la vera libertà, ciò che ci libera dalla tecnocrazia degli scienziati che se non fosse per quei limiti potrebbero governare il mondo in modo dittatoriale affermando che ciò che hanno capito loro supera di gran lunga, per importanza, tutto ciò che credono di aver capito gli altri.

Io tendo ad ingigantire il problema del troppo piccolo (curiosa questa osservazione ma mi si passi la stranezza, è anche istintivo tentare di ingigantire ciò che vediamo troppo piccolo con lo stesso istinto col quale l’orbo usa la lente di ingrandimento per vedere quasi tutto…) e perdo di vista le ragioni del troppo grande. Poi c’è chi si comporta anche in modo diametralmente opposto al mio ma, purtroppo per lui, senza riscuotere in tema di certezze scientifiche, risultati molto più apprezzabili dei miei.

Temo che sia un problema di egocentrismo. Io sono indubbiamente egocentrico (ma temo di non essere l’unico su questa terra) e pertanto tutte le piccole cose che hanno a che fare con il mio piccolo mondo acquistano un’importanza terribilmente significativa. Forse è solo un discorso di estroversione o introversione ed allora siamo semplicemente divisi in due grandi partiti. Gli introversi danno un grande peso ai problemi che si creano dentro la loro realtà mentre gli estroversi attribuiscono un significato più consistente a ciò che avviene fuori.

Dopo queste poche righe il lettore che aveva chiesto consigli su “che integratore usare” si sentirà terribilmente preso in giro, ma a lui avevo già risposto in modo, spero cortese, personalmente. Molto semplicemente io non mi occupo di quella cosa, a mio parere infinitamente piccola (anche se infinitamente grande come business) che esula dalle mie competenze professionali e pertanto, se non altro per un problema di deontologia professionale sono costretto a dirottare il lettore su altri siti (anche se, non so perché, è diffusa l’abitudine di pensare che chi si occupa di attività fisica sia automaticamente autorizzato a dare consigli anche in tema di alimentazione). Mi ritrovo in questi frangenti, su scala decisamente più piccola un po’ come quel famoso calciatore che, non volendo che la sua immagine (un po’ ipertrofica, detto fra noi) venisse scalfitta dalla pubblicità di una nota bevanda, si è trovato a spostare fisicamente la bevanda in questione dal tavolo della conferenza stampa provocando un clamore mediatico “infinitamente grande” tanto per stare nell’argomento qui affrontato. Con quel giocatore ho in comune una sola cosa e cioè la convinzione che l’acqua fresca sia la vera bevanda dello sport ma la portata delle mie osservazioni è leggermente meno rilevante di quella delle sue e pertanto ho poco da paragonare il mio atteggiamento con il suo. I miei articoli non provocano la fluttuazione in borsa di nessuno stramaledetto titolo e ne sono molto contento così posso pure scrivere quel cavolo che voglio senza danneggiare nessuno.

Anche quando ho scritto, in modo molto convinto, della necessità di ampliare la rete di piste ciclabili in Italia (affrontando un argomento decisamente grande, anche se non “infinitamente” grande) l’ho sempre fatto partendo dal presupposto che tutelare l’occupazione è importante e dunque una possibile ulteriore crisi dell’industria automobilistica in conseguenza di ciò va prevista ed affrontata con ammortizzatori sociali che possano tutelare i lavoratori che possono subire un danno da nuove politiche sulla mobilità. Insomma è facile dire “Per la salute di tutti dobbiamo cominciare ad andare a piedì” ignorando il fatto che su questo sistema di mobilità è fondato un sistema economico, il turbamento del quale provoca sconquassi che sono di portata planetaria.

Questo chiamare in causa il mio tormentone delle piste ciclabili mi permette di creare un ponte fra i due tipi di problemi. Partendo da un problema piccolo, individuale che è del singolo cittadino, Tizio, Caio o Sempronio, si arriva ad un problema grande che è di tutti i Tizi, Cai e Semproni residenti in quel territorio. Il problema singolo è di quel povero cane che ha bisogno di andare a lavorare in bicicletta perché dopo è atteso da otto ore di sedentarietà e se deve stare seduto in auto pure per andare al lavoro la sua salute va a remengo. Il problema grande, quasi enorme, è che per colpa di quell’esigenza (vera e non sottovalutabile) la marea di persone che non si pongono il problema della sedentarietà o perché l’hanno già risolto in altro modo o perché proprio non lo vogliono affrontare perché non ritengono che sia effettivamente urgente (in effetti i giovani non si rendono ben conto dei danni da sedentarietà e poi, quando iniziano a percepirli, è troppo tardi), devono modificare le loro abitudini di vita e così invece di andare a lavorare ai 50 chilometri all’ora devono andarci ai 30 perché c’è quel pirla che va a lavorare in bici che rischia la vita se io faccio i 50. Già ci sono le code, se poi in quei pochi tratti dove non c’è la coda mi metto a fare i 30 che è una velocità di poco superiore a quella delle biciclette, va a finire che al lavoro non ci arrivo più, a meno che non prenda anch’io la bicicletta ma… allora questa non è più una democrazia ma la dittatura dei ciclisti e dobbiamo per forza diventare tutti ciclisti.,

Questo scontro fra “infinitamente piccolo” (la necessità individuale del singolo cittadino di poter andare a lavorare in bicicletta senza per questo rischiare la vita tutti i giorni) e l’infinitmente grande (l’organizzazione del sistema dei traporti, per una serie di dinamiche, impostata esclusivamente, da oltre mezzo secolo sull’uso dell’automobile o al più dello scooter o del mezzo pubblico ma non della bicicletta) pone un problema politico di difficilissima risoluzione che è a tutti gli effetti uno scontro sociale fra due categorie di cittadini, una numerosissima che è il popolo degli automobilisti ed una meno numerosa che è quella dei ciclisti. Il problema nel problema è che stando alle condizioni attuali anche chi vorrebbe passare da una categoria all’altra (ed il passaggio è inequivocabilmente solo in un senso, da automobilista a ciclista perché il passaggio inverso se non per gravi condizioni di salute è un folle anacronismo) non può farlo perché c’è un sistema dei trasporti ingessato che non offre opportunità a chi non sia armato di un grande coraggio per immergersi nel traffico “misto” rischiando non poco l’incidente stradale.

Torno ai soliti discorsi in questo eterno conflitto fra infinitamente piccolo ed infinitamente grande dove a chi mi chiede che integratore usare rispondo che importante non è l’integratore ma praticare attività fisica tutti i giorni perché se fate attività fisica solo due volte la settimana forse è meglio che niente ma insomma è come quel lavoratore che va a lavorare solo due volte alla settimana e dunque è un mezzo disoccupato e questi di sicuro si cerca un lavoro un po’ più continuo. Chi fa attività fisica solo due volte la settimana non può sentirsi in una condizione normale di cittadino che pensa davvero a quanto è necessario muoversi per stare bene. Il problema non è l’integratore. E’ un problema un po’ più grande.