Non cercate informazioni da nessuna parte, il tasso di idealizzazione non esiste e me lo sono inventato io per scrivere di un argomento che penso meriti attenzione.
Il tasso di idealizzazione penso che potrebbe essere spiegato guardando un film che aveva avuto un certo successo. Si intitolava “Sposerò Simon Le Bon” e narrava di un’adolescente che si era infatuata perdutamente del cantante dei Duran Duran al punto da mettersi in testa di volerlo sposare.
Indubbiamente una grande idealizzazione, forse (anche senza forse…) un po’ esasperata e potenziale miccia per atteggiamenti stravaganti e non del tutto razionali.
Ecco, senza arrivare all’elvatissimo tasso di idealizzazione presente nella ragazzina protagonista del noto film si pò discutere di un fantomatico “Tasso di idealizzazione” che può essere più o meno elevato in modo più o meno conveniente.
Facciamo l’esempio contrario a quello della ragazzina del film. Un bassissimo tasso di idealizzazione è rilevabile nel comportamento di uno sportivo che continua a gareggiare stancamente in modo esagerato e senza nessun entusiasmo solo perché è inserito in un ambiente agonistico che lo ha fagocitato senza possibilità di reazione. Quell’atleta pensa gran poco ai singoli eventi agonistici e li sopporta stoicamente solo perché fa comodo a quel gruppo sportivo che lo ha “incastrato”.
Evidentemente un razionale e gradevole “tasso di idealizzazione” implica che si svolga un’attività divertente alla quale fa piacere pensare ed immaginare con fantasia. Dopo magari non succede nulla di quello che si era immaginato ma solo pensare in un certo modo è stato divertente, immaginando scenari che potevano caratterizzare la competizione.
Quando sostengo che pensare all’attività sportiva è importante per poterla svolgere bene intendo affermare che anche una buona idealizzazione può costruire i presupposti per svolgere con più attenzione ed entusiasmo tutto ciò che andrà a caratterizzare l’attività.
Attenzione che “buona idealizzazione” non vuol necessariamente dire un elevato tasso sdi idealizzazione ma semplicemente un tasso di idealizzazione “idoneo”.
Sono convinto che nell’attività agonistica ci siano soggetti che affrontano la competizione con un po’ troppa ansia ed altri che, al contrario, la affrontano con apatia. Senza rivolgersi allo psicologo si può modificare questo atteggiamento semplicemente variando in modo significativo il “tasso di idealizzazione”. Come si fa? Basta gareggiare di più senza pretese di grandi risultati per chi è troppo teso e basta gareggiare un po’ meno idealizzando degli obiettivi minimi per chi è apatico nei confronti dell’attività agonistica.
Se il tasso di idealizzazione sia una cosa più o meno facilmente modificabile è una buona domanda. Chi ha un buon controllo delle emozioni teoricamente dovrebbe avere i numeri per riuscire bene in questo delicato compito.
E’ chiaro che c’è una componente inconscia e anche chi si rende conto di idealizzare un po’ troppo una certa gara non è che riesca facilmente a pensare ad altro se a livello istintivo ha dei riflessi condizionati che si scatenano ad ogni tentativo di inibizione.
Penso che sia opportuno fare speculazioni attorno a questo presunto “tasso di idealizzazione” perché, anche se non facile variarlo a piacimento, è quello che può modificare parecchio la condizione emozionale di un certo tipo di attività. Non vorrei che si cascasse nell’equivoco che più si idealizza una certa attività e più fa bene alla salute e/o alla qualità della vita. Al contrario penso che anche questo processo deva richiedere un grande buon senso, lo stesso, anche se avviene a livello istintivo, che ci porta a bere il giusto quantitativo di acqua per vivere bene.
Anche l’acqua, pura e semplice, se bevuta esageratamente ci provoca degli squilibri e se uno esagera può provocarsi danni gravi. L’eccesso o il difetto sono parimenti pericolosi se esasperati.
Trattando di idealizzazione, come ho già accennato, una bassa idealizzazione può far sembrare senza sale una certa cosa mentre un tasso di idealizzazione troppo elevato, più che rendertela troppo salata può addirittura rendertela dolorosa.
Nello sport troppo facile citare le Olimpiadi. Le Olimpiadi hanno la caratteristica di essere disputate ogni quattro anni per cui si prestano indubbiamente ad una elevatissima idealizzazione. Non solo, ci sono atleti che fin dall’infanzia dicono “Io voglio andare alle Olimpiadi”. Difficilmente si dice “Io voglio andare ai Campionati del Mondo” oppure “Io voglio andare ai Campionati Europei”. L’idealizzazione estrema è proprio sulle Olimpiadi. Succede che questi diventano davvero atleti di alto livello ed hanno una inifinità di occasioni per mettersi in evidenza come atleti ma la più agognata sono proprio le Olimpiadi, quelle che si disputano ogni quattro anni e se ne fallisci una fai fatica a prevedere in che condizioni sarai alla successiva, se esisterai come atleta o avrai già preso altre strade.
L’Olimpiade persa, all’atleta dato per favorito fa proprio male, non è solo un rammarico, è un vero proprio dolore. E’ come se quell’atleta avesse perso l’occasione della vita. Non ne parliamo se quella persa è magari la seconda quando in entrambe si erano create le circostanze per poterla vincere. Quell’atleta si sente un atleta a metà proprio per il fatto di non essere riuscito a vincere un’ Olimpiade. Eppure le occasioni agonistiche per mettersi in luce sono tantissime ma nessuna ha l’alone di leggenda dell’ Olimpiade.
Dunque l’idealizzazione può svolgere un ruolo di traino verso una bella attività sportiva così come un ruolo di freno, anzi di vera e propria condanna e creazione di danni pseudo tragicomici perché l’atleta di alto livello deve essere una persona soddisfatta della vita per definizione.
Allora si tratta di fare un buon lavoro introspettivo, dove ovviamente bisogna conoscere un po’ se stessi per capire come si reagisce nelle varie situazioni e studiare quando un eccesso di idealizzazione ci porta a guastarci la vita e quando invece un’aumento di questo “tasso di idealizzazione” può rendercela più gradevole ed affascinante.
L’apatico può dire: “Io capisco benissimo come fare per sdrammatizzare, non casco in quell’errore, ma, d’altro canto, non ho i numeri per convincere me stesso che alcune situazioni sono entusiasmanti quando le trovo semplicemente paranoiche”.
Spero di non far parte dei paranoici ma in effetti capisco quasi più i problemi di questi ultimi rispetto a quelli degli ipertesi che drammatizzano sempre tutto. In effetti il lavoro di costruzione di una buona motivazione e qundi innalzamento del tasso di idealizzazione non è un lavoro facile.
Un atleta può tranquillamente dire “Guarda, io riesco ad idealizzare benissimo un’Olimpiade e se ho la possibilità di prendevi parte costruisco castelli su questa ma non riesco a trovare assolutamente niente di fantastico nella partecipazione ad un campionato provinciale, nemmeno se mi si concretizza la possibilità di vincerlo e pure con distacco”.
E allora scopriamo che il motore per una buona idealizzazione (e sottolineo “buona” e non “esagerata”) è la Fantasia con la “F” maiuscola e purtroppo la Fantasia non la compri da nessuna parte e non la trovi su nessun libro, salvo che non sia quella di qualche romanziere di successo ma non è detto che sia facilmente trasferibile perché quella è la sua Fantasia che ti fa stare bene a te che la leggi ma non si sa se ti possa contagiare come capacità di scoprire il Fantastico.
Fantasia come ingrediente necessario per praticare meglio lo sport ma anche e soprattutto per vivere meglio la vita. Le Olimpiadi sono una manifestazione affascinante, ne esistono tante altre che possono lanciare un atleta in modo ancora più efficace, forse non ne esistono altre in grado di affossarlo come può fare un’Olimpiade. Allora, per certi versi, le Olimpiadi sono pure pericolose. Sempre che non abbiamo un’ottima Fantasia che ci rende immuni dalle delusioni del grande spettacolo, che se è vero spettacolo deve dare solo entusiasmo e non delusione.