IL SUPERPALESTRATO

Lo psicologo famoso disquisisce su una delle emittenti radiofoniche fra le più ascoltate in Italia e in modo forse un po’ troppo sentenzioso afferma: “Questi ragazzi sono molto insicuri, pieni di complessi e dopo finiscono per fare i superpalestrati per compensare queste insicurezze.”  E io osservo forse in modo un po’ meno sentenzioso ma comunque fin troppo convinto che dal punto di vista dell’insegnante di educazione fisica il problema non è l’insicurezza bensì la soluzione adottata per affrontarla perché se invece di mettersi a fare il superpalestrato il ragazzo complessato provasse a fare 2.10 nell’alto oppure 14’30” sui 5000 metri allora io direi che questa è una insicurezza benedetta.

Lo sport fa bene alla salute, non c’è dubbio, e può aiutare ad affrontare problemi caratteriali e anche a forgiare il carattere dell’adolescente dando ottimi stimoli di crescita ma se dallo sport passiamo alla moda che svuota lo sport e ti insegna che invece di affinare le capacità motorie per riuscire a ottenere certe prestazioni sportive bisogna far fatica per ristrutturare il fisico secondo  indicazioni di carattere estetico allora vuol dire che siamo all’anno zero della cultura fisica.

Qui siamo alla confusione fra aspetto estetico e capacità. Non è importante che l’atleta funzioni ma deve apparire in un certo modo. Se gli insegnanti si prestano a questa squallida mistificazione allora non ci può essere altro che un’ulteriore involuzione delle tecniche allenanti che già negli ultimi decenni hanno ceduto il passo allo sviluppo della medicina applicata allo sport che si è infilata con opportunismo dietro alle correnti di pensiero che puntano ad uno sport sempre più tarato sugli aspetti condizionali della preparazione dove c’è l’esaltazione delle doti di base quali la forza e la resistenza a discapito del perfezionamento degli schemi di coordinazione neuro muscolare.

Questo dilagare della medicina applicata allo sport soprattutto nello sport di alto livello è testimoniato dalle nefandezze dell’istituto dell’antidoping che tenta di mantenere alta la sua credibilità infangando l’immagine di una nazione (la Russia) che ha avuto l’unico torto di essere stata la prima ad indicare la strada del doping sistematico (ai tempi dell’Unione Sovietica) oltre cinquant’anni fa. Il fatto che tutti i paesi del mondo (il doping è forse la cosa più democratica che ci sia, non tutti gli stati hanno la bomba atomica ma la possibilità di accedere ai trattamenti farmacologici più evoluti ce l’hanno praticamente tutti) poi abbiano seguito questa strada quello non conta ed il fatto che molti di questi paesi abbiano superato in sofisticazione dei trattamenti farmacologici la stessa Russia che è rimasta un po’ ferma al palo è un dettaglio che praticamente nessuna parte della stampa sportiva mette in risalto

Il doping è essenzialmente anche un fatto di giornalismo e di omertà sempre più diffusa, da lì il passaggio alla cultura dell’effimero, del fisico appariscente ma incapace di produrre prestazioni significative non è molto difficile. Il fatto che uno dei testi più interessanti in tema di doping dal titolo “Sistemi di occultamento del doping” scritto da uno dei più forti atleti italiani di tutti i tempi, il grande Pietro Mennea; sia stato debitamente occultato e fatto sparire da tutti i circuiti di distribuzione testimonia come vi sia una rete capillare di controllo dell’informazione.

In sé per sé la cultura del doping non è poi nemmeno tanto devastante come si possa pensare, in primo luogo perché interessa in grande stile solo una elite piuttosto contenuta di atleti per lo più professionisti, poi perché il doping sistematico è anche costantemente monitorato per ovvi motivi, la vera devastazione è in termini di informazione quando passa il concetto che pochi sono i veri campioni che devono ambire a risultati di alto livello e molti sono i pirla che devono ambire essenzialmente a gonfiarsi i muscoli senza avere speranze di poter offrire risultati di alto livello. Se, al contrario, passa il concetto che tutti possono offrire risultati sportivi eccellenti, anche chi non ha un’assistenza medica di primo livello, allora probabilmente può passare di moda l’immagine dello sportivo ipertrofico ma incapace.

Giusto precisare che in tema di doping,  al paradosso, rischia meno la salute chi si dopa in modo sistematico ed ha un continuo monitoraggio della sua situazione di chi si dopa in modo occasionale ma senza alcuna assistenza medica, senza alcun monitoraggio e magari usando farmaci adottati nel cosiddetto “vetero doping”.

Insomma il “superpalestrato ” non è semplicemente un ragazzo insicuro ma la punta dell’iceberg di un modello culturale dell’attività fisica che non è al passo con i tempi perché si sta vendicando (senza far cultura) adesso, agli albori degli anni venti del ventunesimo secolo, di un peccato perpetrato alla teoria e metodologia dell’allenamento sportivo dei primi anni ’60, avviato nell’ex Unione Sovietica ma portato avanti poi praticamente da tutti i paesi del mondo che abbiano avuto una squadra nazionale da presentare in qualche competizione importante.

La spaccatura fra sport di alto livello e sport di base forse potrà far bene allo sport televisivo ma non fa certamente bene allo sport di base che soffoca fra proposte di attività fisica del tutto irrazionali e mancanza di entusiasmo verso lo sport vero che è tale anche quando non garantisce la partecipazione alle competizioni di primo livello. Fra un atleta ipertrofico che lancia il peso a 12 metri ed uno non ipertrofico che lo lancia a 16 metri non c’è di mezzo solo una metodologia dell’allenamento sportivo che a volte è veramente fallimentare ma proprio un approccio filosofico allo sport che deve partire dal presupposto che è sportivo chiunque si cimenta nello sport vero non solo chi naviga ai vertici della disciplina. Se questo concetto non passa allora non ci sarà niente da stupirsi se le palestre brulicano di soggetti che usano pesi e attrezzi solo per gonfiarsi ma più che insicurezza a quel punto è semplice disinformazione paragonabile a quella del telespettatore che crede che gli unici atleti trattati siano quelli russi visto che l’antidoping ha deciso di sanzionare solo quelli.