IL PROGETTO “8-18″ DI FIDAL E FIMP

Una volta tanto non sono a criticare ma a dichiarare il mio compiacimento per un’idea che ritengo geniale portata avanti dalla Federazione di Atletica e da quella dei Medici Pediatri. E’ il progetto 8-18 che si pone il fine di pubblicizzare la pratica dell’atletica leggera nella fascia d’età compresa fra gli 8 e 18 anni. Il progetto è certamente una mossa lungimirante ed è di queste iniziative che c’è bisogno per sviluppare la vera prevenzione sanitaria.
Detto che tale progetto ha tutto il mio pieno appoggio e rispetto devo comunque metterci una pezza altrimenti perdo la mia identità. Se avessi dovuto inventarlo io quel progetto, fermo restando che mi sta benissimo lo spirito e gli intenti con il quale è stato approntato, l’avrei chiamato 13-23 e spiego subito il perché.
A 8 anni per fortuna i bambini giocano ancora, anche se meno di quanto dovrebbero giocare, a 10 anni pure ed a 12, tutto sommato, giocano ancora abbastanza. Verso i 13 anni quando si può iniziare a fare qualcosa di un po’ strutturato che più che gioco si può già cominciare a chiamare atletica, già cominciano i primi scricchiolii. La faccenda peggiora a 15 anni, a 18 è abbastanza drammatica e a 23… è notte fonda. Verso i 23 anni siamo quasi nell’età del massimo rendimento sportivo (quasi perché molto spesso l’età del massimo rendimento è qualche anno più tardi) a quest’età la maggior parte dei ragazzi italiani quanto a sport ha già tirato i remi in barca e se proprio pratica un’attività sportiva lo fa con ritmi che ormai sono da attività sportiva amatoriale. A 23 anni. Ma per fare l’attività sportiva amatoriale hai come minimo altri 50 anni di tempo, a 23 anni devi trovare il tempo per allenarti tutti i giorni e se anche non sei un campione devi provare a vedere cosa combina il tuo fisico nel tuo sport preferito. Non hai molti anni per provarci ancora, adesso o mai più.

Pertanto io tenterei di dare vigore all’attività sportiva nel decennio che va dai 13 ai 23 anni più che in quello che va dagli 8 a i 18. Un progetto così purtroppo non può essere supportato solo dai medici pediatri ma anche dagli altri medici di base perché il bebè di 23 anni non è un vero e proprio bebè ma… atleticamente parlando lo è ancora ed è un vero peccato che cominci a comportarsi da amatore precoce a quell’età.
Nelle categorie masters si sono inventati i masters di 35 anni ed è un po’ una presa in giro se è vero che a quell’età c’è ancora gente che riesce a stabilire il proprio record personale su molte specialità dell’atletica e ci sono atleti che competono a livello internazionale con ottimi risultati. Ci si è inventati la categoria dei master di 35 anni perchè ci sono giovani di quell’età che hanno smesso con lo sport di un certo tipo già da quasi 20 anni e pertanto possono rientrare solo nelle categorie amatoriali. E’ giusto che a quell’età possa esserci spazio anche per chi rientra nella categoria assoluta e se i risultati non sono dei migliori questo non deve essere il problema principale.

La filosofia a mio parere deve essere quella di uno sport che deve essere praticato autenticamente quando può essere praticato nel migliore dei modi. Se l’entusiasmo a volte è esplosivo a 8 anni ma non lo è più a 23 questo è un problema culturale che merita di essere un po’ corretto. A otto anni si gioca a fare sport con lo stesso spirito degli sportivi veri ma non si fa ancora sport. A 23 anni correre i 100 metri in 10″7 o in 10″6 dal punto di vista economico non cambia la vita di una virgola ma è dal punto di vista dell’entusiasmo che dovrebbe cambiare molto perché se si è sani “dentro” e giovani nello spirito di differenza fra 10″7 sui 100 metri e 10″6 ce n’è proprio tanta, se invece si è spenti e già immersi al 100% nello stress del tran tran quotidiano allora di differenza fra quei due risultati non ce n’è proprio perché nessuno dei due ti cambia lo stipendio.

Bisogna insegnare ai ragazzi, e questa cosa è più facile insegnarla a 13 anni o a 15 invece che a 8 anni, che lo sport agonistico va praticato fintanto che un’atleta non ha raggiunto il top agonistico e non fintanto che un atleta non è arrivato a capire che non diventerà mai il campione del mondo della specialità. Purtroppo, forse con un’attenzione quasi morbosa per i potenziali campioni, siamo propensi a tollerare atteggiamenti di esasperazione da parte di chi compete al vertice (arrivando a tollerare il doping e tutti i trattamenti farmacologici “non doping” ma comunque finalizzati al raggiungimento di carichi di preparazione esagerati) mentre non incentiviamo assolutamente chi, pur non essendo in odore di nazionale, vuol comunque andare a vedere dove può arrivare con il suo fisico “normalmente performante”.

Torno a dire che l’idea del progetto 8-18 è geniale. Attenzione che il problema va ben oltre i 18 anni a dovrebbe coinvolgere non solo i pediatri ma anche gli altri medici di base. Il buco nero dello sport italiano non è 8-18 bensì 15-35 ed è un ventennio nel quale fare sport con assiduità è determinante. A poco vale scatenarsi dopo i 40 anni per riprendere il tempo perduto. Ciò che è perduto non si riprende più. Il sedentario di 25 o trent’anni che guarda per televisione i coetanei che fanno il record del mondo è una follia che non ci possiamo più permettere. E oltre che una follia è pure un lusso perché in tempi successivi andrà inevitabilmente a gravare sul Sistema Sanitario Nazionale come evitabilissimo costo aggiuntivo.