IL 47″60 DELLA KOCH SUI 400 COMPIE 30 ANNI

Se qualcuno avesse fatto un incidente di quelli pazzeschi che si resta in coma per un tot. e, come in un film di fantascienza si fosse risvegliato dopo trent’anni si potrebbe tranquillizzarlo così:

“Tranquillo, non è successo quasi niente, si sono sciolti i ghiacciai ma i mari hanno ancora da alzarsi, ogni tanto c’è qualche disastro dovuto al clima che sta cambiando per colpa dell’inquinamento ma continuano a fare conferenze mondiali sui cambiamenti climatici e vedrai che qualcosa faranno. Le auto continuano andare a petrolio e ce ne sono ancora di quelle che fanno 10 chilometri con un litro o poco più anche se avremmo la tecnologia per fare auto che fanno 40 chilometri con un litro e pure che non vanno a petrolio ma soprattutto, e questa è la vera notizia, il primato della Koch sui 400 non è più andato giù: è ancora 47″60.”

Alché il nostro infortunato risvegliato potrebbe commentare. “Guarda dei ghiacciai me l’aspettavo, che le auto non si fossero evolute più di tanto me l’aspettavo pure quello ma… davvero il mondiale dei 400 femminili non è più andato giù? E’ finita l’atletica?”.

Oggi il fantastico mondiale della Koch compie 30 anni. E l’atletica intera deve interrogarsi su questo, senza tirare fuori la desolante scusa del doping. Il doping esiste adesso come esisteva allora, anzi bisogna ammettere che si è evoluto e probabilmente è più diffuso adesso di allora. C’è di ben altro che il doping per tentare di spiegare come mai in alcune discipline dell’atletica siamo rimasti fermi a trent’anni fa. Se proprio vogliamo chiamare in causa il doping una scusa potrebbe essere che siccome le pratiche dopanti si sono evolute troppi atleti si sono concentrati su di esse perdendo di vista quelli che sono i veri fattori di miglioramento delle prestazioni e cioè l’affinamento tecnico e lo studio di nuove metodiche di preparazione.

Il record della Koch ha in sé un qualcosa di stratosferico non tanto per il fatto che è ancora lì dopo 30 anni ma per il rinnovato vigore della sua cifra. E’ un record che di anno in anno si rivaluta e diventa sempre più impensabile batterlo. Se dieci anni fa potevamo ipotizzare che occorressero altri dieci anni per batterlo, oggi, che siamo a quella scadenza, siamo costretti a dire che di anni per batterlo forse ne occorreranno venti a partire da oggi.

Quando Bob Beamon è atterrato a 8 metri e 90 nel salto in lungo a Città del Messico, alle Olimpiadi di 47 anni fa tutti si sono resi conto che era accaduto qualcosa di straordinario. Quel record è durato un’eternità, è stato battuto di poco ma comunque chi salta quella misura adesso è pressoché sicuro di vincere Olimpiadi e Mondiali senza problemi. Quando la Koch ha corso i 400 in 47″60 hanno capito tutti che si trattava di un grande risultato ma nessuno si aspettava che il mondo intero facesse fatica a correre venti metri dietro trent’anni più avanti.

E’ possibile che sia cambiato il modo di fare atletica. Mi ricordo che da bambino, quando vedevo l’atletica per televisione con mio padre lui scherzava, ma non so quanto, dicendo: “Vedi, una volta le guerre le facevano sparandosi e ammazzandosi, adesso si ammazzano di fatica ma in realtà non muore nessuno, quello che vince la gara ha vinto la guerra. Tutti ‘sti inni che senti dopo le gare sono lì a testimoniare chi ha vinto la guerra. In questo modo di guerre se ne possono fare tante e senza morti”.

Con questa storia degli inni io ne avevo traslato che gli italiani andavano alla guerra solo quando c’erano i mondiali di calcio perché era lì che io sentivo l’inno italiano ed era lì che percepivo la mia nazione proprio come se fosse in una specie di guerra con tanto di feste di piazza se la guerra veniva vinta.

Però, alla faccia dei mondiali di calcio, ogni tanto c’era la percezione di qualche battaglia vinta pure in “guerre” che non c’entravano con il calcio.

Lo sport si è evoluto, dire se in meglio o in peggio è difficile, comunque si è evoluto.

La guerra fredda in realtà si “giocava” anche in televisione con lo sport. Dire che i grandi risultati di quegli anni erano inficiati anche dalla diffusione del doping di Stato è un falso storico perché in realtà il doping di Stato si è infiltrato sistematicamente solo negli anni a venire. Al contrario, facendo della dietrologia, si potrebbe ipotizzare che se in quegli anni il doping fosse stato equamente distribuito sul pianeta come è avvenuto successivamente avremmo potuto avere una competizione ancora più allargata ad altri paesi con la possibilità di avere record ancora più stratosferici di quelli già realizzati.

Possiamo dunque ipotizzare una stasi del progresso delle tecniche di allenamento alla base dello scadimento delle prestazioni ma questo soprattutto abbinato all’indiscusso miglioramento di altri fattori di prestazione (miglioramento dei materiali, miglioramento della qualità della vita diffuso nel pianeta, aumento della popolazione) non può certamente, da solo, spiegare perché alcuni record stabiliti allora sono diventati leggendari.

Viene da ipotizzare che vi fosse un qualcosa di “magico” nell’atletica di un tempo che non esiste più. Spesso l’uomo quando non riesce ad analizzare scientificamente un certo fenomeno ricorre alla magia per spiegare l’inconcepibile.

Che l’atletica dei tempi della DDR avesse un qualcosa di magico è fuori di dubbio. Già la DDR non si riusciva a spiegare perché aveva a disposizione gli stessi mezzi che avevano a disposizione tutti i paesi del blocco sovietico e, con una popolazione di poco più di venti milioni di abitanti, riusciva ad ottenere da sola i risultati che otteneva tutto il resto del blocco messo assieme.

La cosa altrettanto stratosferica è che altri paesi, con organizzazioni sportive tutt’altro che capillari (e l’Italia fra questi) riuscivano a giocarti, non con sistematicità ma con una continuità certamente interessante, personaggi in grado di intrufolarsi in qualsiasi sfida giusto per dire che quella in realtà non era la messa in scena della guerra fredda ma una vera e propria guerra mondiale dove ognuno poteva dire la sua e giocare all’improvviso la sua arma segreta.

Qualche maligno potrebbe dire che al giorno d’oggi una quattrocentista del valore corrispondente a quello della Koch (e fatte le dovute proporzioni dovrebbe essere un’atleta da 46″ netti o poco più sui 400…) non si butterebbe certamente a fare un unico record stratosferico ma centellinerebbe i propri impegni per renderli più redditizi possibile e per vincere il più possibile su un arco di tempo più dilatato possibile. Non lo metto in dubbio, ma chi è che l’ha vista un’ atleta simile negli ultimi trent’anni? Forse l’astista Isinbaeva ha giocato un pochino ad emulare il collega Sergey Bubka (maestro nel centellinare i records ma anche lui, ahimè, appartenente a quell’era magica) ma non mi vengono assolutamente in mente atlete o atleti contemporanei in grado di dosare le proprie forze per stabilire una sequela di records piuttosto che un unico record.

Niente, sul caso Koch il nostro infortunato riabilitato dopo trent’anni dovrebbe proprio rassegnarsi, al più dopo avergli dato il telecomando di una tv e avergli detto che ci sono sempre più “canali” si potrebbe dirgli di provare a cercare nei vari canali un’atleta simile. Per aiutarlo si potrebbe pure dirgli che esiste un programma televisivo che si intitola “Chi l’ha visto?”. In questo caso è “Chi l’ha vista?”.