FORZA E SENSIBILITA’ NEL GESTO MOTORIO

C’è il sospetto che nel gesto motorio forza e sensibilità giochino in modo un po’ contrastante e non vadano sempre nella stessa direzione. Questo è più che un sospetto e, a differenza di altre leggende facili da smascherare quale la bufala che la velocità negli anni scade più della resistenza, è pure difficile da valutare perché mancano parametri di riferimento stabili e codificabili.

Valutare lo scadimento di velocità e resistenza non è molto difficile. Basta, con un po’ di pazienza, mettersi a confrontare i risultati in età diverse degli atleti che continuano ad allenarsi nonostante vadano su con l’età e si nota che i velocisti patiscono peggioramenti significativamente inferiori a quelli dei colleghi delle discipline di resistenza. Pertanto la bufala che con il passare degli anni la velocità scade in modo drammatico ma non è così per la resistenza potrà forse essere circoscritta alla popolazione sedentaria ma per quelli che hanno la buona volontà di coltivare quelle doti fisiche avanti negli anni non è così. Semmai potrebbe stare in piedi un’altra leggenda, anche quella tutta da verificare, che andando avanti negli anni è più facile infortunarsi con le esercitazioni di velocità che non con quelle di resistenza. La bufala va verificata intanto perché questa cosa pare vera anche nei giovani oltre che nei meno giovani. Lo strappo muscolare per esempio può affliggere anche un diciottenne che pratica velocità. Poi c’è da rilevare che probabilmente questa maggiore incidenza degli infortuni nei velocisti è dovuta più ad errori di carico che alla pratica sportiva in sé per sé. A volte il velocista è un po’ meno “sensibile” (perché più forte?!?…) e pertanto soggetto ad errori in sede di carico più del corridore di lunghe distanze.

Pertanto anche quella leggenda va così corretta “Se si allena male il velocista va più soggetto ad infortuni del soggetto resistente…” dove la risposta ovvia a tale affermazione è: “Tenta di allenarti bene…”.

Tornando al dubbio amletico se forza e sensibilità non rischino di procedere in modo inversamente proporzionale purtroppo si fa fatica a smentire tale ipotesi e, pur non volendo costruire nuove leggende, non abbiamo dati numerici, strumenti scientifici per smentire una cosa simile.

Ci tocca aggrapparci ad altri saperi, nientepopodimeno che alla filosofia per azzardare delle ipotesi. Filosoficamente è piuttosto evidente che il sensibile possa avere deficit di forza così come il forte possa essere “non troppo sensibile”. Il perché è presto spiegato: il forte non si fa troppe questioni morali nell’impiegare la sua forza per ottenere quanto vuole. Per lui è il sistema più facile. Dispone di questa forza e la utilizza senza problemi per ottenere ciò che vuole. Il sensibile, non avendo questa gran forza è obbligato a mettere a frutto nel miglior modo la sua sensibilità per ottenere ciò che vuole ed in questo modo svilupperà ancora meglio la sua elevata sensibilità.

Atterriamo sul gesto motorio per semplificare le cose anche se rischiamo di complicarle ulteriormente. Un grande esubero delle doti di forza può portare a non affinare in modo ottimale la tecnica del gesto motorio perché risultati arrivano anche con una tecnica inferiore. Al contrario un deficit delle doti di forza porta ad esasperare il perfezionamento della tecnica del gesto motorio altrimenti questo non può aumentare la sua efficacia. Per grandi linee avremo che ci saranno due tipologie di atleti che si comportano in modo diverso: quelli che insistono di più sulle doti di forza e quelli che insistono di più sull’affinamento tecnico. Tale propensione durante la carriera sportiva può anche essere evidenziata ulteriormente. Ovviamente nessun atleta potrà ignorare completamente la dote a lui mancante altrimenti non riesce a procedere nella preparazione, anche per dei banali infortuni.

A cosa può tornare utile tutta questa pappardella se non a evidenziare che comunque esistono atleti con caratteristiche diverse e, proprio per le loro caratteristiche di partenza diverse, hanno un diverso approccio con l’allenamento? Può tornare utile perché nel momento in cui un atleta, giustamente, vuol scegliere una certa direzione della preparazione dovrà rendersi conto che l’altra non solo non viene esplorata ma rischia pure di diventare sempre meno percorribile. E’ come se percorrendo tutti i giorni un certo sentiero nell’altro crescessero sempre di più le erbacce a renderlo sempre più difficilmente percorribile.

Chi, soprattutto nella preparazione invernale, adotta il cosiddetto lavoro a “blocchi” avrà una certa dimestichezza con questo inconveniente perché si sarà reso conto che il lavoro a blocchi facilita la sedimentazione di certi miglioramenti in un preciso ambito ma scombina le carte in tavola in altri ambiti. Mi vengono in mente le preparazioni sportive dei mezzofondisti di altri tempi quando, con le piste in carbonella (erano ancora gli anni ’70…) per mesi non si toccava proprio la pista da novembre a marzo. In quei mesi venivano stimolate le doti di resistenza in modo massiccio e così ad aprile anche l’ottocentista era in grado di correre decorosamente i 10.000 metri solo che aveva inequivocabilmente perso le doti di velocità. E così il lanciatore che indugiava molto nella preparazione in palestra sviluppando le doti di forza per poi presentarsi in pedana a primavera con una tecnica che non solo non si era evoluta ma era pure retrocessa in contrapposizione alla maggior efficienza muscolare. L’atleta si sentiva una potenza ma i lanci lasciavano a desiderare ed allora si rimetteva tutto a posto in pedana, tralasciando il lavoro di palestra nella consapevolezza che quanto acquisito durante l’inverno era più che sufficiente.

Insomma c’è un difficile equilibrio di messe a punto dove ogni mossa può provocare una reazione da un’altra parte. Quest’ultima frase pare dare una sentenza a tutta la questione: se questo equilibrio è difficile vuol dire che comunque la sensibilità è importante perché è proprio questa a farci azzeccare le giuste proporzioni di carico. La sola forza non è sufficiente a farci migliorare il gesto motorio. Una grande sensibilità lo può certamente affinare ma prima o poi dovrà comunque fare i conti con le doti di forza. Resta da capire quale sia la via più breve perché alla fine è quella che cerchiamo e se non c’è dubbio che nel lavoro a blocchi abbiamo una maggior velocità nel mettere a punto certe doti resta da capire quanto tempo sia poi necessario per ripristinare quegli equilibri che il lavoro a blocchi ha inevitabilmente fatto saltare.

Nella preparazione sportiva, inutile negarlo, non continuiamo solo a “fare” ma continuiamo a “fare” e disfare” e questo lo ammette anche il soggetto molto sensibile, poco propenso ad ammazzarsi di carichi di forza che comunque si rende conto di come anche il solo lavoro tecnico sia una continua rivisitazione di schemi motori che per essere ricostruiti devono prima essere distrutti. L’attività agonistica non è un’attività di mantenimento, se manteniamo semplicemente le doti che abbiamo al massimo possiamo sperare di non peggiorare ma miglioramento non ce ne può essere. La sperimentazione è necessariamente continua ed in questa possiamo anche chiederci se la nuova forza ci ha fatto perdere un po’ di sensibilità o se la nuova sensibilità per caso non ci ha fatto retrocedere un po’ come doti di forza.