CONOSCERE E “RI-CONOSCERE”

Nel processo di addestramento sportivo noi più che impegnati a conoscere cose nuove siamo affannati a “ri-conoscere” cose che fino a pochi istanti prima potevano essere nuove ma, proprio perché vogliamo addestrarci alla buona esecuzione di un certo gesto, tentiamo di ri-conoscere e quindi identificare o anche, usando un’interpretazione un po’ maldestra ma efficace del verbo “riconoscere”, conoscere una seconda volta, un’altra volta che poi, più che la seconda, per addestrarsi bene, dovrà essere la decima o la centesima.

Dunque siamo certamente interessati a conoscere cose nuove ma, alcune in particolare, siamo costretti a conoscerle molto bene e dunque a “ri-conoscerle” per poterle replicare.

In questo processo di riconoscimento ci sarà sempre qualcosa di nuovo perché non siamo degli automi e non siamo in grado di replicare due gesti alla perfezione in modo assolutamente identico. Pertanto, nel bene e nel male, anche il processo di riconoscimento è un processo in divenire che non replica mai sé stesso senza variazioni e per cui si conosce un’altra volta in un modo che è molto simile al precedente ma non del tutto identico.

Perchè scrivo nel bene e nel male? Nel male perché il gesto di altissima qualità, che magari viene fuori anche in modo un po’ casuale, vorremmo ripreterlo proprio uguale uguale. Nel bene perché la perfezione assoluta non esiste ed anche se ci accontenteremmo di una certa esecuzione da noi ritenuta più che idonea, può essere che nel processo di riconoscimento si vada a scoprire qualcosa di ancora meglio.

Non bisogna cascare nell’equivoco di immaginare che il processo di riconoscimento possa essere utile solo per l’atleta di alto livello che per rientrare in forma deve riprendere vecchi schemi già messi bene a punto in precedenza. No, il processo di riconoscimento è praticamente cronico ed interessa anche quegli atleti che sembra che sbaglino sempre tutto. Ogni esecuzione non può non fare i conti con quelle precedenti ed anche se un autentico miracolo motorio a volte segna una distanza siderale fra una esecuzione e quella precedente, comunque la storia motoria del soggetto è sempre determinante ed in modo anche difficilmente comprensibile condiziona tutte le tappe dell’apprendimento motorio.

Come può tornarci utile questa distinzione fra conoscenza e “ri-conoscenza”? Ci può essere utile nel senso che come non dobbiamo attenderci la luna in modo presuntuoso dalla singola seduta di allenamento, possiamo d’altro canto navigare consapevoli del fatto che ogni base di partenza è utile per perferzionare questo processo di riconoscimento. Ed allora il modello ideale e veramente interessante non sarà quello artificiale al quale ambisce l’atleta per ottenere il risultato di altissimo livello ma quello di partenza apparentemente scandaloso dell’atleta scarso che parte a costruire sempre da quello ed è la sua base insostituibile di apprendimento. Se rifiutiamo in toto la situazione di partenza non ci mettiamo in una buona condizione psicologica perchè vuol dire davvero andare a fare il salto nel buio alla caccia di un qualcosa che veramente non sappiamo cosa sia.

E per questo che la sana gradualità in ogni processo di allenamento razionale deve essere un ingrediente essenziale. I miracoli sono molto difficili da fare ed in certe situazioni non sono nemmeno tanto utili perchè non replicabili.

Ovviamente queste sono anche astrazioni lessicali ma possono comunque tornarci utili per approfondire tutte le dinamiche del perfezionamento sportivo. Pertanto se per un insegnante di italiano il “riconoscimento” potrà essere una certa cosa, per un ‘esperto del movimento potrà esserre anche un’ altra. E abbiamo ragione entrambi nel senso che per fare il compitino di italiano bisogna utilizzare il termine in un certo modo ma per fare quello di educazione fisica (che si svolge sul campo e non in aula come qualche mio collega si sogna di fare) possiamo considerare un’idea di ri-conoscimento che è molto peculiare dell’attività fisica. Buon riconoscimento a tutti.