A questa domanda da un milione di dollari io rispondo in modo atterrante: “Ad istinto!…” Ed è per quello che, a mio parere, il corso di studi di Scienze Motorie non deve essere inquadrato sotto Medicina, perché le Scienze Motorie (che non andrebbero chiamate “Scienze” ma “Arti”) fanno i conti con così tante variabili che il metodo scientifico non si presta a trattarle. Purtroppo in Italia chi la pensa così viene definito uno stregone ma in altri luoghi anche non troppo distanti (a Lipsia nella ex Germania Est, tanto per dire…) l’appellativo di stregone o peggio ancora “facilone” viene rilanciato a chi non ha avuto la lungimiranza di affrancarla da Medicina e renderla indipendente da questa anche se l’Intelligenza artificiale che è un po’ tonta dice che l’istituto di Lipsia collabora in modo interdipendente con quello di medicina.
In effetti, dopo aver studiato tanto, sembra veramente dissacrante selezionare le scelte metodologiche ad istinto proclamando un vero e proprio insuccesso della scienza. Non c’è l’obbligo di far così ma chi ha i numeri per poter agire in tal senso è giusto che non venga ingabbiato in dogmi che non hanno motivo di esistere. Nella teoria dell’allenamento sportivo non esistono i “protocolli” ma le scelte metodologiche che sono sempre permeate da un alone di aleatorietà che non si può dissolvere.
Dunque da “stregoni” o da “non stregoni” vediamo perché la scelta ad “istinto” può avere una sua giustificazione logica.
L’atleta ha bisogno di contenere la fatica, sia quella psicologica che quella fisica perché la fatica è un ingrediente del qual non si può disporre a piacimento come se se ne potesse sprecare senza problemi. Inoltre l’atleta ha pure bisogno di massimizzare sul miglior rendimento gli effetti delle singole sedute di allenamento. Pare incredibile come a volte l’allenamento che non da grandi sensazioni di fatica si instradi verso dinamiche in grado di produrre ottimi adattamenti ed è lì che l’atleta capisce che il mito della fatica è un falso mito, perché al termine di tali sedute l’atleta esclama “Ma, accidenti, oggi non ho fatto fatica ed ho reso molto di più di altre volte che ho fatto molta più fatica!…”.
Ed è per questo che nella scelta io partirei proprio da cose che non producono sensazioni di fatica troppo gravose. In modo abbastanza razionale le sensazioni di fatica più gravose dovrebbero essere riservate solo agli eventi agonistici e nemmeno a tutti questi ma solo a quelli di una certa importanza. Anche senza fare fatiche immani restano scelte metodologiche di una grande vastità. Qui, sempre ad “istinto”, io dico che ciò che passa per la testa più volentieri all’atleta è sempre un qualcosa di molto interessante e qui siamo proprio al trionfo del dissacrante.
C’è che sicuramente l’atleta almeno un po’ di conoscenza di se stesso ce l’ha e sa quali sono gli allenamenti che su di lui producono buoni effetti e quelli che invece non riescono a dare stimoli utili.
Alcuni affermano che bisogna insistere proprio sugli allenamenti più indigesti perché sono quelli che evidenziano particolari lacune dell’atleta. Io, al contrario, sostengo che bisogna essere abili nel recepire quelle sedute di allenamento che fanno scattare livelli di consapevolezza superiori e proprio lì bisogna insistere per non perdere tempo.
Una volta tanto prendiamo ad esempio la buona scuola, tanto vituperata, per schiarirci le idee anche in campo sportivo. A scuola può esserci lo studente bravo in matematica e scadente nelle doti letterarie: Perché non venga bocciato gli si dice di insistere un po’ nel curare le materie letterarie ma poi, alla resa dei conti, per proseguire gli studi lo si indirizzerà laddove avrà molto a che fare con la matematica piuttosto che in quei corsi di studi dove dovrà affrontare con maggior attenzione le materie letterarie.
Così, nell’allenamento sportivo, non sarà il caso di sbattere la testa contro esercitazioni dove l’atleta mostra di reagire con lentezza ma sarà più sensato insistere dove l’atleta mostra già di aver buone capacità di riconoscimento dello stimolo allenante. Questo modo di agire. fra l’altro, è anche più gratificante ed espone meno facilmente a condizioni di fatica psicologica esagerata.
Trattando di termini che esprimono qualità da ricercare in queste situazioni mi vengono in mente le parole “fluidità” e “coordinazione” in luogo delle più inflazionate “cattiveria” e “determinazione”.
L’atleta non è “cattivo” nemmeno in senso figurato e non ha bisogno di esserlo, se tutto funziona a dovere, perché vince con classe, con superiorità manifesta, semplicemente mettendo a frutto tutto ciò che ha imparato in allenamento. Quanto alla determinazione è pure una bella cosa ma l’atleta che funziona davvero bene sorprende un po’ sé stesso e fatica anche ad avere le idee ben chiare sui propri obiettivi che possono essere anche inferiori alle sue capacità prestative.
Io tendo a sostituire il modello dell’impegno con quello della sana curiosità e ricerca della situazione nuova. Con il primo modello l’atleta sa cosa andrà a fare, sa che dovrà impiegare una certa quantità di fatica e si presta a questo gioco per ottenere in cambio la possibilità di nuovi adattamenti che possano migliorare il suo stato di forma. Con il modello dell’esplorazione l’atleta non sa cosa andrà a fare, è immerso in una continua girandola di esperimenti per prova ed errore e se tutta questa speculazione produrrà risultati apprezzabili lo saprà probabilmente in istanti abbastanza successivi alla seduta di allenamento. Quello che sa quando si allena è che proverà a fare ciò che di volta in volta gli pare la cosa più utile anche se è un qualcosa che fino al giorno prima poteva apparire senza senso.
Da un punto di vista matematico comunque, se proprio vogliamo scomodare la scienza, è evidente che la situazione sempre nuova si presenta per tutti, anche per chi ha puntigliosamente programmato e standardizzato la preparazione. L’improvvisatore è certamente la prima volta che fa una certa cosa anche se somiglia molto ad una simile che ha fatto pochi giorni prima. Lo scienziato quando svolge la sua seduta da “protocollo” in realtà è sempre la prima volta che la fa anche se è la ventottesima per il semplice motivo che è… la prima volta che la fa per 28 volte.
Andiamo su risvolti pseudofilosofici, più che scientifici, ed è per questo che io dico che il metodo ad “istinto” è quello che più si confà ad una preparazione razionale. Poi mi si dirà che alla fine è istintivo pure il programmatore seriale, quello che non svolge una seduta se non è inserita in un contesto dettagliato nei minimi particolari. E’ possibile che quel soggetto senta meno la fatica in una gabbia di sedute ben previste e se questo artificio è buono per contenere le sensazioni di fatica nella sua situazione ben venga anche quel tipo di scelta. Importante che non passi il concetto che è percorribile solo una strada che può dare frutti perché quella è una panzana da smontare ed una vera convinzione da stregoni che vogliono passare il loro verbo per unica verità.