Delle variazioni della tecnica di corsa più che siano belle da vedere ci interessa che portino ad un miglioramento dei risultati e pertanto che siano utili per economizzare il gesto corsa o per poterlo rendere più efficace anche se non economico.
Per capire questo abbiamo come parametri principalmente il cronometro, poi le sensazioni dell’atleta ed infine, solo in terza battuta, le osservazioni del tecnico.
Il cronometro è il primo giudice di questo evento perché è quello che ci dice se la corsa è effettivamente più veloce o meno. Il cronometro però non ci dice se la corsa è anche più economica e quello può dircelo solo l’atleta in base alle sue sensazioni. Se la corsa è più o meno funzionale da un punto di vista teorico biomeccanico ce lo può dire anche il tecnico che vede l’atleta e se ha un minimo di cultura della corsa capisce se quella variazione della tecnica di corsa porta ad un qualcosa di più efficace oltre che più elegante. Inutile precisare che, trattando di corsa, “elegante” non è sempre sinonimo di efficace, anzi molte volte la corsa efficace non è per niente elegante e tante volte la corsa elegante non è per niente efficace ed invece è energeticamente dispendiosa ed antieconomica.
Detta così sembra che il tecnico abbia un ruolo abbastanza marginale in questo compito di identificazione e riconoscimento dell’utilità della variazione della tecnica di corsa ed in linea teorica potrebbe essere sufficiente l’atleta attento alle sue sensazioni con un bel cronometro in mano che dice se queste sensazioni hanno pure un riscontro oggettivo. In realtà il tecnico, se ha una certa esperienza, è quello che, con occhio clinico. può suggerire le ipotesi più probabili per giungere ad una nuova tecnica di corsa più funzionale. Ho scritto ipotesi più probabili perché qui si va indubbiamente per tentativi con una grande umiltà, con molte possibilità di sbagliare e pure una certa probabilità di perdere molto tempo prima di trovare la soluzione giusta.
E così, in base ad una certa situazione di partenza, il tecnico può suggerire gli accorgimenti che hanno più probabilità di portare ad informazioni utili per modificare in modo ottimale lo schema di corsa. La strada è un po’ diversa da quella tradizionale del tecnico che “dettava” i crismi della corsa corretta, uguale per tutti, al quale l’atleta doveva approdare per ottenere certi risultati. Qui, prima ancora di correggere si tratta di capire e di dare nuove informazioni anche perché molto spesso da correggere non c’è proprio nulla e nuovi stimoli della tecnica di corsa sono proprio quelli che ci confermano che la tecnica dell’atleta era già la migliore di quelle possibili per quel tipo di atleta anche se non aderente al modello estetico più diffuso.
E facile intuire come in effetti ogni atleta, visto che ha un suo fisico che non è per niente uguale a quello degli altri, possa avere una sua tecnica e che questa tecnica sia più o meno difforme da un presunto modello teorico quello non conta proprio nulla per il semplice motivo che il modello teorico è proprio “teorico” e non pratico.
Se il tecnico è esperto, sulla base di una buona descrizione delle sensazioni dell’atleta (e qui la sintonia fra tecnico e atleta e la capacità di capirsi è molto importante) dei riscontri cronometrici e pure dell’osservazione esterna (l’osservazione è sempre esterna perché quella relativa ai parametri bioumorali di tipo medico è semplicemente folle per un’indagine del genere che è strettamente di campo e non di laboratorio…) può riuscire a coordinare le informazioni in modo da formulare nuove ipotesi attendibili che hanno una elevata possibilità di portare a nuove acquisizioni.
La tecnica di esasperazione dell’errore in particolare (M.A.E. Metodo di Amplificazione dell’Errore) ha la possibilità di creare degli spazi di varianza interessanti all’interno dei quali poter selezionare le ipotesi migliori. Molto spesso partendo da una certa presunzione si scopre o che il problema principale non era quello ipotizzato ma un altro e, se anche è quello, si può scoprire che la variazione utile è proprio di segno opposto a quella ipotizzata.
Esempio pratico: credi che un’atleta corra con il busto un po’ troppo arretrato perché questa è la sensazione visiva istintiva. Allora provi a far correre l’atleta con diverse inclinazioni del busto per verificare se queste portano a risultati diversi e scopri che con un’inclinazione ancora più arretrata di quella solita l’atleta corre meglio nel senso che si sente meglio, spende meno e rende di più. Non solo, anche da un punto di vista “estetico” sono più le cose che migliorano di quelle che peggiorano ed allora, a quel punto, chi se ne frega se il busto è stranamente un po’ arretrato rispetto alla media degli altri atleti. La presunzione iniziale era proprio opposta rispetto a ciò che si è andato a scoprire ma se non ci fosse stata quella presunzione, per quanto sbagliata, non ci sarebbe stato motivo per indagare in modo proficuo su quell’argomento.
In sintesi speculare sull’analisi della tecnica di corsa può essere certamente utile anche se un atteggiamento umile e privo di sterili preconcetti è necessario per poter indagare con attenzione e con più possibilità di giungere a nuove informazioni utili per approdare ad uno schema di corsa più funzionale ed evoluto. E’ un processo che necessita indubbiamente di una grande quantità di tempo ed è per quello che non è che sia molto di moda. Più facile trovare ancora oggi chi, in barba alla metodica dell’amplificazione dell’errore, sostiene un certo modello teorico di corsa dal quale non ci si può discostare troppo per non infrangere l’ortodossia della materia.
Io ritengo che l’ortodossia dei metodi nella materia dell’allenamento sportivo non sia un valore importante e pertanto incito tutti, atleti e tecnici a sperimentare in tutti i modi con una fantasia che deve essere tipica di chi si accosta allo sport con entusiasmo autentico e pionieristico.